01 gennaio 1970

Guerre di metafore per Ringhio e per Long John

di Marcello Ravesi*

Corriere dello sport o della medicina? Diciamo che la scena potrebbe svolgersi a Roma, in un bar di Testaccio o di Garbatella. Fuori, il clima è settembrino. personaggio A (sui quarant’anni, in piedi, appoggiato al banco, quasi tra sé): «Mo’ ce voleva pure er menisco». personaggio B (coetaneo, seduto a un tavolino sul quale – fra salviette di carta arrotolate, tazzine e piattini – campeggia il «Corriere dello Sport»; ... tace). personaggio A (alzando un po’ la voce perché sia chiaro che attende un’interlocuzione): «L’anno scorzo j’hanno ricostruito er crociato, du’ mesi fa la pubbalgia, e mmo’ ci’avemo la lesione der menisco». personaggio B: «Nun è er menisco». personaggio A (sfida l’altro assumendo un’aria interrogativa). personaggio B (con una mano spiana meglio il giornale e legge): «“L'intervento chirurgico, durato un’ora circa, per ridurre la frattura al livello del terzo medio del peróne sinistro con associata lesione capsulo-legamentosa complessa del collo del piede sinistro ...” nun è er menisco è er peróne». personaggio A (rassegnatamente perplesso): «Vabbè, comunque nun stamo messi bbene; pure l’aeroplanino [scil. Montella] nun ze po’ allenà pe ’n probblema all’adduttore». Potrebbe continuare, ma noi allontaniamoci: usciamo dal bar e riflettiamo. Ora, che un tifoso, malgrado non sia un esperto maneggiatore della lingua italiana, parli con disinvoltura di filtrare, fluidificare, giocare di prima, passi; ma qui parla di menisco, legamenti crociati, pubalgia, pèrone, ecc. Che cosa succede? È un caso di invasamento? I due sono posseduti dallo spirito inquieto di un primario di chirurgia ortopedica? Pare di no, la situazione è sotto controllo. «Nel quotidiano attuale una finestra aperta sulla terminologia medica [...] è la cronaca sportiva, in particolare quella calcistica. Il cronista si sente in dovere di dare minutamente conto dello stato di salute del singolo giocatore e della sua possibilità di partecipare alla partita di turno; e lo fa spesso riproducendo parole e frasi dal referto stilato dal medico sportivo» (L. Serianni, Un treno di sintomi, Milano, Garzanti, 2005, p. 84). In questo caso, dunque, l’uso di tecnicismi specifici di un altro linguaggio settoriale non risponde a un’esigenza di espressività – come avviene di solito nel discorso sul calcio (vd. avanti) – bensì di esattezza. Il resoconto cronistico si impronta al bollettino medico: condropatia, tendinopatia, elongazione, inserzionale, distorsione tibio-tarsica (i due invasati tifosi romanisti se non fossero stati posseduti dall’illustre clinico avrebbero altrimenti detto «s’è preso ’na storta»). E trovano spazio anche tecnicismi collaterali: «Camoranesi accusa un risentimento muscolare»: gazzetta.it, 19 dic. 2006. Se si pensa al numero di persone che si occupano in qualche modo di calcio, se ne ricava che «la quota di lettori comuni esposta a termini così peregrini è comunque alta» (Serianni, cit., p. 85); e benché la quota di chi effettivamente abbia contezza dei referenti di tali voci non sarà cospicua, non fa nulla: la ricaduta positiva è che esse comunque circolano.

Al tempo dei foot-ballers

Ma andiamo per gradi e, in ossequio alla migliore tradizione narrativa, facciamo un passo indietro. In principio fu l’inglese. Dalla madre patria il calcio portò con sé un bagaglio di termini specifici che cominciarono a penetrare e a diffondersi rapidamente nella nostra lingua grazie al sempre crescente interesse del pubblico. Si trattava perlopiù di prestiti accolti in veste non adattata (quindi, vocaboli inglesi in forma originale, senza adeguamento alle tendenze fonetiche dell’idioma italico). Il fenomeno crebbe in maniera straordinaria tra il 1900 e il 1910, periodo in cui il nucleo più cospicuo degli anglicismi bruti presenti nei giornali italiani era rappresentato proprio da quelli sportivi. Alla lunga, di tanto lassismo qualcuno si cominciò a preoccupare: A. Bresci - G. Sassi, Siamo italiani? Dizionarietto con traduzione in lingua italiana dei termini stranieri usati nel parlare e nello scrivere di diporti (Bologna 1927). Poco a poco si cominciò ad asciugare questo profluvio di forestierismi originari trovando dei sostituti nostrani. Per questa via, buona parte dei tecnicismi specifici in voga nei primi decenni del Novecento hanno definitivamente lasciato il passo a calchi formali e semantici italiani, uscendo dall’uso già all’altezza del secondo conflitto mondiale; a cominciare dal nome dei ruoli che un foot-baller (calciatore) può ricoprire: [goal-]keeper viene sostituito da portiere, back da terzino, centre-half da centromediano, fly half da mezzala, wing da ala, forward da attaccante, centre-forward da centravanti (ma prima da centrattacco, oggi più raro, ma che era la forma principale almeno fino agli anni ’60). E ci hanno lasciato anche bar →  traversa (della porta), bye ‘uscita del pallone dalla linea di fondo’, free-kick [calcio di] punizione, goal-area area di porta, goal-kick[calcio di] rinvio, goals lines linee di fondo, headinggioco di testa, penalty-area area di rigore, ecc. Sotto l’italiano fallo si raccoglie una serie di termini inglesi specifici: foul ‘fallo per gioco sleale’; fault ‘fallo provocato da sgambetto’; hacking ‘fallo del giocatore che dà intenzionalmente un calcio all’avversario’; hands ‘(fallo di) mani’ (ma ancora negli anni ’60 hands non era del tutto scomparso).

Ènze e frichicche

In àmbito popolare era frequente l’adattamento fonetico all’italiano della terminologia inglese orecchiata alla radio. In una recente intervista al TG1 (23 lug. 2007), Tullio De Mauro rievoca i suoi giovanili trascorsi calcistici fatti di partitelle su polverosissimi (o fangosissimi) campetti, dove al fallo di mano di un avversario si esclamava indignati: «ènze!» (da hands), e dove si potevano ascoltare coniazioni perfettamente integrate alla fonologia del romanesco come corne (da corner), o cornere (i più cólti), e frichicche (da free-kick). Non sempre la prima surrogazione è stata la definitiva: back-heeler in un primo tempo fu sostituito da calcio col tallone, solo in séguito da colpo di tacco; il kick-off , cioè il calcio d’inizio, fu per qualche anno pedata di partenza; prima dell’affermarsi di tacchetti, l’inglese studs fu tradotto con fermi o con rotelle. Lo stesso goal, che in origine si alternava con but e che oggi convive con la sua variante gol e con rete, è passato anche per porta e punto (agli inizi degli anni ’60 il regolamento prescrive ancora segnare o subire una porta). La reazione alla supina adozione di anglicismi e il conseguente processo di italianizzazione del linguaggio calcistico è il risultato di una convergenza di fattori. Influì sicuramente il fervore puristico, o meglio xenofobo, che il regime fascista manifestò soprattutto fra il ’30 e il ’40, periodo per il quale si registra effettivamente una drastica riduzione dell’impiego dei forestierismi che si incrudelisce a ridosso della guerra. Ad accelerare la cacciata dell’elemento albionico dal suolo patrio concorsero probabilmente anche ragioni di nazionalismo sportivo motivate dalle vittorie della squadra italiana ai campionati mondiali di calcio del 1934 e del 1938. Ma il fattore determinante va individuato nell’accresciuta popolarità del calcio in quanto sport nazionale, con tutto quanto essa ha comportato. L’interesse suscitato in grandi masse di pubblico, appartenenti a ceti sempre più ampi, ha reso difficile la circolazione a largo raggio della terminologia inglese, ponendo il problema di spiegarla ai non adepti e farle superare i confini di un àmbito circoscritto. Un’esigenza divulgativa, dunque, cui hanno fatto fronte sia i mass-media (giornali, radio e poi televisione) sia la federazione nazionale (la FIGC) promuovendo la sostituzione della terminologia straniera con quella italiana. Tuttavia, col fattore popolarità non si riesce a spiegare tutto. Guardando agli altri sport, si pensi all’impopolare pesistica, in cui il lessico italiano ha surrogato quasi completamente quello inglese (alzata, distensione, slancio, strappo, strappista, svitamento, ecc.). Per converso, sport di notevole popolarità mantengono un’alta quota di anglicismi non adattati: si pensi alla boxe o al basket (assist, pivot, play-maker, ecc., e lo stesso basket che sembra prevalere su pallacanestro). In realtà, l’impulso dato dalla popolarità in direzione di un’italianizzazione del lessico calcistico può essere ostacolato da controspinte della più varia natura, non ultima quella esercitata dal prestigio incontrastato della lingua inglese, che è tale da provocare anche inversioni di tendenza.

Il pressing dell’inglese

Ad ogni buon conto, è meglio non azzardare previsioni dando per spacciato un anglicismo non adattato, c’è sempre la possibilità di una riesumazione imbarazzante. Nel 1939, Giacomo Devoto (Le lingue speciali: le cronache del calcio, in «Lingua nostra», I (1939), pp. 17-21) considerava scomparso il termine trainer, definitivamente sostituito da allenatore; ma già nel 1962, Carlo Bascetta osserva che la voce ancora appariva, sia pure sporadicamente. Oggi è così lemmatizzata nei dizionari: trainer ‘allenatore, spec. di una squadra di calcio’ (nel discorso diretto prevale mister). E ancora, nel Glossario di Bascetta penalty (da penalty-kick[calcio di] rigore) è preceduto dalla crocetta che ne segnala il decesso; ma in tempi assai recenti: «il direttore di gara ... assegna un penalty agli uomini di Hugo Sanchez» (gazzetta.it, 15 lug. 2007). Sono vivi e vegeti, ma si alternano in regime di concorrenza con la voce indigena: assist / passaggio (ma si sente dire anche assistenza), corner (da corner[-kick]) / [calcio d’]angolo (un tempo anche centrata; ora semmai si mette al centro), cross / traversone, go[a]l / rete, match / partita, incontro, off-side / fuorigioco (il termine italiano ha goduto di fortune alterne: apparso assai presto in concorrenza con off-side [«Gazzetta dello Sport», 17 gen. 1910], nei giornali dei primi anni ’60 si trova scritto tra virgolette, “fuori giuoco”, segno che al tempo la voce era percepita come desueta), team / squadra; prevale invece derby che non teme la concorrenza di stracittadina, e stravince calcio su foot-ball (ma fino al 1910 palla al calcio). Formano un drappello tutt’altro che sparuto gli anglicismi originari che non hanno mai trovato sostituzioni adeguate e sono penetrati profondamente nell’uso: stop e stopper, tackle ‘intervento su un giocatore in possesso di palla’, pressing ‘azione incalzante con cui si contrasta l’avversario per sottrargli la palla’, forcing ‘insistente azione d’attacco’, e ancora dribbling ‘tecnica che consiste nello schivare un avversario conservando il possesso della palla mediante opportune finte e veloci tocchi di piede’: è evidente che gli eventuali surrogati italiani per quest’ultimo termine, come palleggio, o peggio finta, ne traducono solo uno degli aspetti e non la nozione nel suo insieme (inutilmente, negli anni ’40, si tentò di imporre calceggio). Accanto ai superstiti troviamo anche i nuovi venuti, come turnover (direttamente dal mondo della produzione industriale), cioè la possibilità offerta dalla panchina lunga di avvicendare giocatori validi in partite contigue. Spesso si tratta di voci talmente acclimate nella nostra lingua che hanno messo su famiglia attraverso processi derivativi: crossare, stoppare, dribblare, e dribblaggio,-atore, -omane, -omanìa.

La melina non piace ai tifozis

Peraltro, non manca il controfenomeno dell’italianismo calcistico all’estero. Dall’italiano libero ([battitore] libero ‘difensore che non ha compiti di marcatura e che quindi può coprire altri ruoli’) viene il líbero (con lieve adattamento grafico) di brasiliano e spagnolo, e il libero (senza alcun adattamento) di faroese,georgiano, indonesiano,ungherese; da catenaccio viene catenaccio in brasiliano e ungherese; e in georgiano sono italianismi pinali ‘finale’, pinti ‘finta’, ïipozi ‘tifoso’; in lituano tifozas / tifozis ‘tifoso italiano di calcio’; il brasiliano canhão ‘tiro fortissimo’ dall’italiano cannone; prestiti non integrati sono le voci indonesiane difensore, finale, portiere; e in coreano c’è persino t'ot'ok'alch'o ‘totocalcio’. Il gergo corporativo del calcio non si perita di rubare anche al dialetto: melina, per es., è neologismo attinto da Gianni Brera ai dialetti settentrionali e poi tecnicizzato nel senso di ‘gioco ostruzionistico, praticato trattenendo la palla e indugiando per conservare il risultato favorevole raggiunto’. La voce parrebbe derivare dal gioco della melina, in bolognese al zug dla mléina ‘indugiare, cincischiare, gingillarsi’, che avrebbe una lontana origine oscena, legata al regalo di una mela ai ragazzi, che frequentavano i circoli cattolici (cfr. M. Cortelazzo - P. Zolli, Dizionario etimologico della lingua italiana, Bologna, Zanichelli, 1999, s.v.).

In tuffo da altri sport

È costitutivo della terminologia calcistica il travaso di elementi attinti da altre lingue speciali o settoriali che qui assumono un grado più o meno alto di tecnicismo. Innanzitutto è più che normale che la parlata calcistica si serva in maniera traslata di termini proprî degli altri sport: falcata (dall’atletica); colpo basso, gettare la spugna, incassare, lavorare d’anticipo, mettere alle corde, mettere k.o. (dal pugilato); tuffo del portiere, ma c’è anche il colpo di testa in tuffo (dal nuoto); battere in volata, dare forfait, defaillance, équipe, exploit, seguire a ruota, sprint, surplace, tandem, piazzamento (dal ciclismo); collaudare gli schemi (dall’automobilismo); play-maker (dalla pallacanestro); percussione (dal rugby), ecc. Dal gioco del biliardo rimpallare ‘rimbalzare’ («il tiro di Cufrè rimpalla sulle natiche di un difensore biancoceleste»: www.gazzetta.it, 6 gen. 2005), e sponda («Seedorf fa la sponda a Kakà»: gazzetta.it, 2 mag. 2007). Ma l’assunzione di tecnicismi avviene dalle più diverse aree settoriali. Dal mondo del teatro e del cinema vengono: cartellone (degli incontri), prendere papere, regia e regista, repertorio (tecnico), ruolo, stagione, esordiente; dall’ambiente circense acrobatico, funambolo e funambolico; dalla musica fraseggio e fraseggiare. Dal burocratese: valevole (di partita), ordinaria amministrazione, trasferta, archiviare (un risultato, una partita). La scienza geometrica suggerisce l’area, il (tiro) diagonale, il rettangolo (di gioco), la triangolazione («puntando sulle solite rapide triangolazioni del quadrilatero Lodi-Vannucchi-Tavano-Gasparetto per colpire di rimessa»: repubblica.it, 3 dic. 2004), il volume (di gioco), la geometria, e persino l’euclideo introdotto da Gianni Brera. D’altro canto, come ha ricordato Giacomo Devoto, per descrivere una partita bisogna saper «trasferire su un piano fantastico ed emotivo l’algebra scacchistica dei movimenti del pallone»(cfr. Devoto, cit., pp. 19-20). La lingua della medicina, oltre agli strumenti necessari per resocontare oggettivamente e dettagliatamente, fornisce anche lo spunto per il vario metaforeggiare. Da sùbito tifo e tifoso (così Cortelazzo-Zolli, cit., s.v. tifo: ‘che, chi è affetto da tifo’, 1914, L. Guerra-Coppioli, L'isolamento dei tifosi negli spedali), fam. ‘che, chi fa il tifo per atleti, squadre sportive o personaggi famosi’, 1929, Resto del Carlino; ma febbre tifosa già nel 1902: Serianni, cit., p. 41; anche l’etimologia è calzante: il greco tŷphos indicava propriamente ‘fumo vapore’, ma per estensione anche ‘offuscamento dei sensi’ e faceva riferimento soprattutto a febbri, che portavano il malato ad uno stato di stupidità. Si pensi poi a tamponare (tamponamento: «Si è sdoppiato in un lavoro di tamponamento e di proposizione»: gazzetta.it, 20 mag. 2005), e a cardiopalmo («una rimonta da cardiopalma»: gazzetta.it, 6 nov. 2006). Sa un po’ di studio medico anche seduta (di allenamento).

Calcio da tutte le parti

Fa da contraltare l’insinuarsi della parlata calcistica negli altri linguaggi settoriali, primi fra tutti quello del giornalismo politico in stile “brillante” e quello della politica (che è come dire la stessa cosa). L’intento è quello di intrattenere il pubblico presentando la notizia in modo vivace. Non pochi vocaboli e modi di dire sono passati dal calcio alla politica: a tutto campo; dribblare («Ma, ha fatto sapere Berlusconi, “dobbiamo comunque dribblare le polemiche”» (repubblica.it, 13 giu. 2005); governo di serie B (meno spesso di serie A); marcare stretto; palla al centroDue a zero e palla al centro o se preferite un no-tav lungo 100mila persone»: «Liberazione», 18 dic. 2005); palleggiarsi le responsabilità; rilanciare la palla («Ora il provvedimento dovrà passare al vaglio della Camera per la seconda volta, dopo il voto del giugno scorso, che aveva però rilanciato la palla a Palazzo Madama»: corriere.it, 27 mar. 2003); sedere in panchina ‘essere messo in disparte’ e panchinaro ‘atleta di riserva’ e poi ‘uomo politico di secondo piano’ (1994); e ancora: «[Rutelli] con un sottile ma ostinato gioco di interdizione ha dato comunque l'impressione di volerla intralciare [scil. la leadership del centrosinistra]» (repubblica.it, 26 mag. 2005); «Mussi apre a sinistra» (unità.it, 9 marzo 2007), col tipico uso intransitivo di aprire. L’azione politica è molto più divertente se condotta da attempati signori in braghette e scarpini. D’altra parte, si registrano anche vocaboli ed espressioni che hanno compiuto il tragitto contrario passando dal politico al calcistico; per es., il catenaccio ‘tattica rigidamente difensiva’ (1963), col derivato catenacciaro, riprende il decreto-catenaccio (1915); o l’uso del pervasivo suffissoide -poli, che per i ben noti accadimenti dei primi anni Novanta (tangentopoli) non vale più ‘città’, ma ‘intrigo affaristico criminoso’, da cui calciopoli e moggiopoli (sul modello dell’inchiesta mani pulite si è sentito persino piedi puliti).

Chi prende da chi

Se è vero che il calcio scritto e parlato ha influenzato lo stile “brillante” di quello giornalistico, è anche vero che il giornale ha certamente avuto un ruolo essenziale nel fissarlo e diffonderlo: non c’è dubbio che il dilagare nel linguaggio quotidiano di lessico e fraseologia calcistici sia stato favorito da imponenti fonti giornalistiche e poi televisive. Sarà forse per i valori euforici che riesce a trasmettere, per il suo influsso mitizzante, per la sua innegabile vitalità, fatto sta che la terminologia del calcio presta molte metafore alla lingua che parliamo tutti i giorni: essere in palla, giocare in casa, prendere in contropiede, salvarsi in angolo o in corner, salvarsi in zona Cesarini (dall’argentino Renato Cesarini, che con una certa costanza segnava il goal decisivo al 90° minuto), spiazzare, ecc. Ma il rapporto fra  specialistico e comune è osmotico: quello del calcio è un codice corporativo che elargisce alla lingua corrente ma, soprattutto, da essa si fa prestare vocaboli ed espressioni usuali che tecnicizza approfittando degli slittamenti di significato e facendo loro assumere dei significati specifici. Si pensi alla ricca e ben collaudata fraseologia che per irradiazione analogica si fonda sul materiale preesistente di verbi del tutto comuni: addormentare la partita; allungarsi la palla, o allungarsi in scivolata o in tuffo; aprire sul giocatore X; bloccare (il portiere blocca in uscita); concludere (e conclusione); concretizzare; costruire; dialogare (di due calciatori che si passano la palla a vicenda); distendersi; filtrare tra le maglie avversarie; girare (X di testa gira in rete); impegnare il portiere in una parata; inventarsi (e invenzione); pescare libero qualcuno; realizzare (e relizzatore); saltare un giocatore (X supera Y palla al piede); sbucciare ‘sfiorare’ la palla; siglare; smistare; spizzare di testa; suggerire (e suggerimento); toccare (X tocca per Y, cioè gli passa la palla), ecc. Si è ormai affermato il neologismo ripartenza ‘manovra di contropiede corto, conseguenza di un’azione di pressing’ – forse lanciato da Arrigo Sacchi e presto passato al politico –: «ripartenza ha un che di tecnologico che cancella il suono colpevole dell’italico contropiede» (G. L. Beccaria, Per difesa e per amore, Milano, Garzanti, 2006, p. 70). E così vedi la palla che tipograficamente si stampa sul palo o delicatamente lo accarezza; si dà respiro alla manovra, si fa velo per un compagno; si aggancia (la palla al volo o un’altra squadra in classifica) e ci si sgancia; c’è il ferroviario tunnel (col pallone che passa fra le gambe dell’avversario) e l’aeronautica candela (pallone a candela); con spaesamenti escheriani si scende sulla fascia e si verticalizza dando profondità all’azione (giusta l’orizzontalità del campo di gioco). L’opportunista non deve suscitare riprovazione, è semplicemente un attaccante che sa sfruttare con abilità di posizione e capacità di inserimento le palle utili per segnare. Benché ci s’impegni a spazzare l’area di rigore e a servire i compagni, e le suppellettili domestiche siano ben rappresentate dal cucchiaio di Totti, lo scivolone casalingo non è quello della massaia sull’insaponata, ma una sconfitta subìta sul proprio campo di gioco. Si fanno lavori antichi, dal sapore rurale: si falcia l’avversario, si macinano azioni, si insacca in porta. Il campo – il centrocampo soprattutto – sta tra l’officina tessile e il laboratorio di una sarto, dove si fa lavoro di spola, si tessono insidiose trame di gioco, si imbastiscono e si ricamano azioni: «A centrocampo Tommasi è infaticabile, cuce e ricuce il gioco dell’Italia» (repubblica.it, 24 mar. 2001). Non manca la presenza del mondo animale: si addomestica la palla e si imbecca un compagno per l’incornata che impegna il portiere in un balzo felino; e vegetale: un grappolo di giocatori, una selva di gambe.

Stratosferico, micidiale, ineluttabile luogo comune

Un tratto stilistico portante nel codice linguistico del calcio (e dello sport in generale) è l’iperbolicità: non a caso si è parlato giustamente di «una visione ipertrofica della realtà» (cfr. [G. Devoto] M.L. Altieri [Biagi], La lingua italiana. Storia e problemi attuali, Torino, ERI, 1968, parte seconda, p. 309): «Kakà e Seedorf giganteggiano con due gol da antologia», «Oddo, dopo scambi prodigiosi, serve Inzaghi»; «Milan stratosferico» (gazzetta.it, 2 mag. 2007). E nell’aggettivazione è uno sciupio di fantastico, fatidico, fenomenale, ineluttabile, inesorabile, micidiale, plateale, rocambolesco, sfolgorante, strepitoso, superlativo, ecc. Ma l’eretismo espressivo non riesce a rinnovare un linguaggio che per rappresentare ogni volta adeguatamente l’irripetibile (ma di necessità monotona) realtà di una partita finisce per rifugiarsi nel più vieto luogo comune: lo scatto bruciante, la classe cristallina, il tocco vellutato, il dribbling ubriacante, la partenza al fulmicotone, la sfida al calor bianco, il finale palpitante, la squadra che ha saputo soffrire o che è uscita a testa alta, ecc. Di recente si sta stereotipizzando l’aggettivo sontuoso: «Milan rabbioso, in pressing. Sontuoso nell’uno contro uno», «sontuoso Gattuso» (gazzetta.it, 2 mag. 2007). Iperbole e stereotipo, dunque, vanno di conserva e si inseriscono nella diffusa metaforicità che caratterizza lo stile di chi parla o scrive di calcio.

L’elmo di Scipio

I figuranti si raccolgono un po’ dappertutto ma il campo semantico d’elezione, dove lo sforzo metaforizzante è massimo e protratto, è quello militare e guerresco, al servizio di una visione bellicistica della competizione sportiva (a partire dalla coppia generatrice difesa-attacco). Il lessico è sostanzialmente aggressivo, truculento: «Pandev ... in dribbling fa fuori sia Del Grosso sia Coppola in uscita» (gazzetta.it, 7 mag. 2006), «... Rosina fa secco Caparco di destro» (gazzetta.it, 19 ago. 2006), «Il Milan fa a pezzi il Manchester United» (gazzetta.it, 2 mag. 2007). Il portiere viene trafitto, infilzato e quant’altro: «... Nedved con un sinistro da venti metri ... batte Ballotta», «Nedved ... con un destro da lontano, da oltre venti metri, infila Ballotta sul primo palo» (raisport.rai.it, 22 nov. 2003), e dopo tre anni abbondanti: «Stankovic ... trafigge Ballotta con un piatto angolato e preciso» (raisport.rai.it, 24 gen. 2006)». Moltissimi i termini ricavati dalla balistica: bolide, bomba, bordata, cannonata, siluro, sventagliata, e tutta una serie di sinonimi irradiata dallo scomparso shot ‘tiro violento’ attraverso varî spostamenti semantici (in questo campo il dialetto romanesco è particolarmente fecondo: cannata, caracca, pigna, saracca, suatta, susta). E si segua la «traiettoria velenosa a rientrare» disegnata da Del Piero (gazzetta.it, 10 mar. 2007) o «l’assist calibratissimo per la testa di Mauri» (repubblica.it, 6 gen. 2004). Il conflitto può svolgersi anche all’arma bianca, conla sciabolata, la stoccata, il fendente, di eleganza schermistica, oppure, più rozzamente, con la legnata e la staffilata. Sembrerebbe che chi si occupa di cronaca calcistica debba essere un esperto di strategia militare, giacché sul campo di gioco i reparti (difensivi e offensivi, avanzati e arretrati) conducono manovre di aggiramento, di contenimento, di ripiegamento, si muovono nelle retrovie o in prima linea, compiono incursioni, offensive, intercettazioni, azioni di interdizione o di sfondamento, rovesciamenti di fronte, assalti, e cingono d’assedio la porta al fine di espugnare il campo nemico. Malgrado tutto non c’è da aver paura: «data la fortissima tendenza del linguaggio sportivo alla fossilizzazione, quello “guerresco” diviene in genere perfettamente inoffensivo in breve [...] e le sue sigle o cifre passano rapidamente dal rango della espressività magari aggressiva a quello della semi-tecnificazione, simili forse alle formule epiche» (P. V. Mengaldo, Storia della lingua italiana. Il Novecento, Bologna, Il Mulino, 1994, p. 49). E l’epicità del discorso calcistico, il suo farsi racconto mitico, esige eroi popolari che passano alla storia con appellativi riconoscibili; ecco allora Rombo di tuono Gigi Riva, Bonimba Boninsegna, Baffo Sandro Mazzola, Long John Chinaglia, il Profeta del goal Johan Crujiff, i Gemelli del goal Pulci e Graziani del Torino anni Settanta, il Poeta Claudio Sala, il Barone Franco Causio, Gheddafi Claudio Gentile, Spillo Altobelli, Pablito Paolo Rossi (goleador dei mondiali di Spagna), le Roy Platini, el Pibe de oro Maradona, Gazza Paul Gascoigne, Pinturicchio Del Piero, il Fenomeno Ronaldo, Ringhio Gattuso, e via dicendo.

Gol prefissati

Un’altra costante del linguaggio calcistico è la ricerca della brevità e della concentrazione. Di qui lo sfruttamento di tutte le possibilità derivative e compositive offerte dall’italiano. Usatissimi i prefissoidi e i suffissoidi: autorete, autogoal, fuoriclasse, fuorigioco, ecc., oppure di parole macedonia come palla-gol, formazione-tipo, uomo-squadra, ecc. Notevole la frequenza d’uso di derivati suffissali, strumento principe per neologizzare: falloso (di gioco o giocatore), fiaschiatario (detto del pubblico: «Corriere dello Sport», 7 mag. 1958»), rigorista, trequartista, realizzativo, scudettato, spintonare, maradoneggiare, maradoneggiante e addirittura uheggiare, uheggiato (insultato dai tifosi con cori di uhh!).

Ellissi da delirio

Sul piano sintattico si tende a sfruttare le più varie forme di ellissi. Con sostantivazione degli aggettivi: il angolo (calcio d’), il rasoterra e il diagonale (tiro), l’amichevole, la notturna e la finale (partita),  il laterale (difensore), il destro (piede); oppure lasciando il solo complemento: la zona (difesa a), rigore (calcio di), testa (colpo di); e ancora, con ellissi dell’articolo, possesso palla. L’accumulo di procedimenti ellittici, unitamente all’uso di rispondere nel senso di ‘far seguire un’azione a un’altra come risposta’, può dar vita a deliranti dialoghi preverbali: «Nedved batte e cerca direttamente la porta, Ballotta risponde con i pugni», «Ballotta con una mano risponde a Del Piero e mette in angolo»; e infine, per la cronaca, «destro del francese [Trezeguet] e niente da fare per Ballotta» (raisport.rai.it, 22 nov. 2003).

Armando dixit, in canotta

Un appunto sulla lingua non dei cronisti ma dei tifosi. Grammaticalmente il tifoso sussiste alla 1a persona plurale, e si rivolge al singolo tifoso di un’altra squadra esclusivamente alla 2a plurale. Parlando della campagna acquisti si deve dire: «in un anno ci siamo venduti Pisano, Kalou, Quagliarella per far cassa (una società con un progetto non fa queste cose)» (www.goal.com, 26 giu. 2007), indignandosi col presidente della squadra per cui si tifa ma evidentemente (ci siamo venduti!) anche con sé stessi. E, naturalmente, se ci si rivolge all’odiato tifoso di parte avversa si deve dire vi siete comprati, ecc. Il fenomeno – come aveva acutamente osservato Giorgio Manganelli – è una particolare manifestazione della figura retorica della “sineddoche”: la squadra di calcio sta per tutto il suo popolo di tifosi, e nel caso della nazionale per tutta la popolazione italiana. L’estate scorsa io e il mio amico Armando ci siamo piazzati nel salotto di casa sua per seguire una partita della nazionale, appunto. Armando non ha una complessione propriamente atletica: il busto tiene del supplì – caratteristica che la canotta e i calzoncini d’ordinanza non possono che mettere in evidenza –, arti sottili (inferiori e superiori), fronte alta (troppo). Il complemento dell’occhiale tondeggiante dichiara un fisico forgiato dall’intensa attività mentale (e lo dico con affetto). Dopo pochi minuti dall’inizio della partita comincia a sporgersi gesticolando verso lo schermo, le natiche che sfiorano leggermente la poltrona: «No! Così non è possibile ... dobbiamo rientrare», e, a dispetto della sua riconosciuta mitezza, schiaffeggia una lattina di birra vuota che va a schiantarsi sulla biblioteca. «No! così non sfondiamo, non sfondiamo! ... dobbiamo sfruttare le fasce». Lo guardo, e comprendo che Armando partecipa di un’entità mistica una e undena: egli è l’undici azzurro in campo. È tesissimo, sembra che si stia giocando le ultime cartucce della sua carriera calcistica: «Vai così ... pressiamo, pressiamo», e intanto sbraita e riempie d’insulti i suoi avversari impersonando anche il pubblico dello stadio e i milioni di persone che seguono la partita casa. Il noi è sovraccarico, sta per esplodere. Armando soffre: «... siamo a corto di fiato ... non abbiamo curato la preparazione atletica». Al primo gol che prendiamo comincio a sentirmi in colpa anch’io.

*Marcello Ravesi è stato redattore unico dei 9 volumi (1995-2000) della Storia della Letteratura Italiana, diretta da E. Malato (Roma, Salerno Editrice), e segretario di redazione della rivista «Filologia e Critica» (1997-2000). Per la Storia della Letteratura della Salerno Editrice ha collaborato con Giorgio Stabile alla stesura del capitolo L’autunno del Medioevo (in Dalle origini a Dante, vol. I, 1995), ha contribuito alla stesura della trattazione Discussioni sulla lingua e sulla norma linguistica. Grammatici e lessicografi, inserita nel saggio di Luca Serianni, La lingua italiana dal cosmopolitismo alla coscienza nazionale (in Il Settecento, vol. VI, 1998), ed è stato autore (con Luigi Reina) del capitolo Le letterature dialettali (in Il Novecento, vol. IX , 2000). Ha continuato a dedicarsi alla letteratura dialettale con il contributo Dentro a mmillanta Rome, dedicato alle poesie in romanesco di Mauro Marè (in «il 996. Rivista del Centro Studi Giuseppe Gioachino Belli», 2004). Attualmente è in corso di stampa il suo articolo Metafore del ‘Libro’ nella lauda 27 (Roma, Bulzoni) per gli atti del convegno Iacopone poeta (Todi-Stroncone 10-11 sett. 2005); sta preparando una relazione su La lingua del laudario Oliveriano per il Convegno internazionale La vita e l’opera di Iacopone da Todi (Todi, 3-7 dicembre 2006); sta curando la trascrizione del cod. Oliveriano 4 in vista dell’ed. critica del “Laudario” iacoponico a cura di Lino Leonardi.


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