18 luglio 2013

Papi, ovvero la dissoluzione del padre

 
 
Il nome padre evoca immagini sacre e terribili, capaci di suscitare un timore che unisce al tempo stesso soggezione e venerazione, ed è stato oggetto di molteplici riflessioni in vari campi, soprattutto in quello psicoanalitico. In Totem e Tabù (1), un’opera che sconfina nell’antropologia, Freud ipotizza che il padre, agli albori della civiltà, sarebbe stato quel maschio alfa dominante che aveva un potere assoluto sull’intera comunità e che teneva per sé tutte le donne, ma che alla lunga ha esasperato i figli a tal punto che questi lo hanno ucciso violentemente per poi, spinti dalla colpa, trasformarlo in un Totem. Freud propone questo “mito scientifico” per sostenere l’universalità del complesso di Edipo, quella situazione in cui il bambino entra in competizione con il padre per l’amore della madre, nutre verso di lui sentimenti di rivalità ostile e rivive l’esperienza di Edipo, che nel dramma di Sofocle uccide il padre Laio e sposa la madre Giocasta. Freud considera il conflitto con il padre come una tappa dello sviluppo ed attribuisce alla sua risoluzione sia il ridimensionamento dell’onnipotenza infantile che la funzione di organizzare la vita psichica: la rinuncia all’odio verso il padre - che da rivale diventa modello - permette al bambino di entrare in contatto con i propri limiti e di rivolgersi verso “oggetti” più accessibili. 
 
Crono il divoratore
 
Si può concordare o meno con questa teoria ma non si può di certo negare che fino a qualche tempo fa l’autorità paterna suscitava un sacro terrore, pensiamo a Crono «dai torti pensieri» che divorava i propri figli - dal quale Zeus si salva grazie ad uno stratagemma della madre Gaia - oppure ad Abramo, che per obbedienza al proprio Dio/Padre avrebbe perfino sacrificato il suo amato figlio Isacco. In questa ottica possiamo leggere la Lettera al padre, dove Franz Kafka (2) ha descritto magistralmente il paralizzante senso di colpa/inadeguatezza e la sconfinata sensazione di incomunicabilità con la irraggiungibile figura paterna a cui, sia detto per inciso, la suddetta lettera non è mai arrivata. Un altro importante contributo è stato quello del il Presidente di corte d’appello Daniel Paul Schreber, sicuramente meno noto, ma non meno segnato dal rapporto con il padre Daniel Gottlieb Moritz Schreber, un medico tedesco di chiara fama che teorizzava la necessità di introdurre la disciplina sin dal quarto mese di vita del bambino e metteva in atto metodi educativi coercitivi anche fisici, tra i quali Raddrizzaspalle. Daniel Paul Schreber dopo anni di ricovero in ambiente psichiatrico ha scritto le Memorie di un malato di nervi (3), in cui ha descritto il sistema delirante in cui viveva, e lo ha fatto in un modo così accurato da suscitare un enorme interesse non solo tra gli addetti ai lavori. Le interpretazioni del testo hanno spesso ruotato attorno al difficile rapporto con il padre: Freud (4) lo ha utilizzato per sostenere la sua teoria che le origini della paranoia risalirebbero al rapporto con la figura paterna, ad un particolare esito della rimozione dei desideri omosessuali nutriti nei suoi confronti (“io amo lui” diventerebbe “io odio lui” che a sua volta per proiezione si trasformerebbe in “lui odia me”), Lacan ha proposto una lettura diversa assegnando alla mancanza della funzione costitutiva del “Nome-del-Padre” un ruolo fondamentale nella genesi della psicosi; Canetti infine lo prende come spunto per la sua analisi del Potere e per delle riflessioni sulla Paranoia, che considera appunto come la «malattia del potere» (5).
 
Dal figlio-Edipo al figlio-Narciso
 
Queste immagini però sembrano appartenere ad un passato remoto. Oramai il patriarcato è tramontato e la figura paterna ha subito una evidente trasformazione, ma sembrerebbe che il superamento del padre autoritario, portatore di una Legge che stronca la spontaneità e il desiderio, ci abbia fatto cadere nell’altro estremo, in cui il padre è assente e diventa un “mammo”, una goffa copia della madre, o peggio ancora un amico, chiamato dal figlio con il nome proprio. Il figlio-Edipo lascia il posto al figlio-Narciso, che «fragile e spavaldo» (6) non teme più la colpa e la castrazione quanto piuttosto la vergogna e il fallimento, che ha smesso di vivere in uno stato di impotenza e di frustrazione ma che d’altro canto rischia di cadere nell’onnipotenza e nella perdita del desiderio. Il nuovo padre rischia di assomigliare a Re Lear o alla sua variante borghese, Papà Goriot, due uomini che cedono tutto il potere ai figli, obnubilati dall’affetto. Ma è possibile per un padre coniugare la dimensione del potere con quella affettiva?
 
Potere e affetto?
 
Sembrerebbe di sì. Pensiamo ad Ettore e a quel gesto da lui compiuto nell’Iliade che Zoia ha attentamente analizzato (7): dopo avere spaventato il figlio Astianatte a causa della sua imponente armatura, espressione del suo status di guerriero, Ettore capisce che deve rassicurarlo, allora si fa riconoscere, si toglie l’elmo dalla impressionante chioma, gli mostra il volto e gli sorride, in questo modo può abbracciarlo, sollevarlo in aria e pregare gli dei che lo rendano più forte del padre. Potere e affetto si mostrano qui in sequenza, ma è possibile anche che si integrino tra loro: sono sempre meno rari quei casi in cui il/la piccolo/a, contemporaneamente alla rassicurante illusione della onnipotenza che attribuisce al padre, senta anche il caratteristico calore dell’amore paterno e nutra in questo modo la sicurezza di esercitare su di lui il proprio potere affettivo, sviluppando così una sana autostima. In virtù di questo nuovo potere il figlio di oggi raramente si rivolge a quello che lo ha generato, o che comunque svolge una funzione paterna, usando il termine padre ma preferisce dei diminutivi/vezzeggiativi come papà oppure come il più confidenziale papi.
 
Telemaco, il giusto erede
 
Ma i nomi assumono il loro senso a seconda del contesto in cui si trovano e talvolta subiscono delle trasformazioni che li allontanano radicalmente dal loro significato originario - basti pensare alla parola padrino - e questo destino è toccato in sorte anche al nomignolo papi che, da quando è entrato nella cronaca politica, è diventato espressione di una confidenza ambigua, caratterizzata da una maliziosa sfumatura sessuale; in questo modo «la figura del padre ridotta a ‘papi’, anziché sostenere il valore virtuoso del limite, diviene ciò che autorizza alla sua più totale dissoluzione» (8), favorendo in questo modo lo sviluppo di un narcisismo patologico. Ma nella mitologia esistono altri figli oltre ad Edipo castrato dalla Legge e a Narciso incapace di organizzare le sue pulsioni sfrenate e strabordanti? Recalcati propone il figlio Telemaco, quello che aspetta il ritorno di un padre, Ulisse, portatore di una legge umana, giusta, e capace di mettere un limite al godimento sregolato dei proci. Telemaco è il giusto erede, quello che riesce ad apprezzare e ad impossessarsi in modo autentico dell’eredità paterna (9).
 
Il padre e la pantera rosa
 
Ma non è semplice riconoscere i doni lasciati in eredità dal padre, è necessario un lavoro per valorizzarli, ce lo insegnano Philip Roth, che è riuscito a trasformare in un patrimonio la merda che il padre ha lasciato nel suo bagno (10), oppure Emanuele Trevi, che in un racconto in versi descrive uno degli ultimi momenti passati accanto al padre Mario, un decano della psicanalisi junghiana, il quale al termine della sua vita, malato e in uno stato di apparente perdita di coscienza, ha un guizzo di consapevolezza e sorride di fronte alla televisione che manda in onda un film dell’ispettore Clouseau, un emblema dell’umano intreccio di fragilità e grandiosità. Quel sorriso ha stimolato nel figlio delle considerazioni su alcuni aspetti “sacri e veri” della natura umana, che lui ci ha trasmesso in un racconto breve ma intenso (11), un racconto che inizia con una scena ”poco allegra”, ma che alla fine ci fa a sorridere, aiutandoci a capire che i doni più preziosi e più duraturi sono quelli che il padre ci lascia a sua insaputa.
 
Note al testo
1 Sigmund Freud, Totem e Tabù, Opere, vol. 7, Bollati Boringhieri, Torino, 1989.
2 Franz Kafka, Lettera al padre,Feltrinelli, Milano, 2006.
3 Daniel Paul Schreber, Memorie di un malato di nervi, Adelphi, Milano, 1974.
4 Sigmund Freud, Osservazioni psicoanalitiche su un caso di paranoia descritto autobiograficamente. Caso clinico del presidente Schreber, Opere, vol. 6, Bollati Boringhieri, Torino, 1989.
5 Elias Canetti, Massa e potere, tr. it. Adelphi, Milano, 1981.
6 Gustavo Pietropolli Charmet, Fragile e spavaldo, Laterza, Bari, 2009.
7 Luigi Zoia, Il gesto di Ettore, Bollati Boringhieri, Torino, 2000.
8 Massimo Recalcati, Cosa resta del padre?, Raffaello Cortina Editore, Milano, 2011.
9 Massimo Recalcati, Il complesso di Telemaco, Feltrinelli, Milano, 2013.
10 Philip Roth, Patrimonio, tr. it. Einaudi, Torino, 2001 (per una analisi più approfondita vedi Massimo Recalcati: Cosa resta del padre?, op. cit.).
11 Emanuele Trevi, L’ultima cazzottata, pubblicato sul «Corriere della Sera» del 9 giugno 2013 con il titolo L’ultimo sorriso di papà per la pantera rosa.
 

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