28 giugno 2015

Il Vocabolario del romanesco contemporaneo

di Paolo D’Achille*

 

Ormai da alcuni mesi il Vocabolario del romanesco contemporaneo (VRC), progettato da Claudio Giovanardi e da chi scrive verso la fine degli anni Novanta, ha ripreso i suoi lavori, dopo un lungo periodo di stasi dovuto a una serie di circostanze (non ultima la mancanza di fondi). Rispetto a quanto era stato inizialmente indicato nei due saggi fondanti (editi in D’Achille/Giovanardi 2001), l’articolazione delle voci ha subìto qualche inevitabile ridimensionamento e snellimento, con l’eliminazione, all’interno di ogni lemma, delle sezioni dedicate ai sinonimi e ai derivati (Giovanardi 2013); in compenso è stata arricchita la sezione etimologica, che verrà curata, grazie a un finanziamento ad hoc del Fondo Nazionale Svizzero per la Ricerca Scientifica per il periodo 2014-17, da Michele Loporcaro, dell’Università di Zurigo, e dalla sua équipe, capeggiata da Vincenzo Faraoni. È ormai prossima l’uscita di un volume contente una lettera campione (la I), corredata da alcuni saggi introduttivi, in cui, tra l’altro, verranno illustrate le principali caratteristiche dell’opera. In questa sede mi soffermerò su alcune di esse, anche per spiegare il significato e lo scopo di questa impresa.

 

Le opere “amatoriali”

 

Come è noto (e come illustra molto bene Matt 2010), per il romanesco non si dispone di uno strumento lessicografico scientifico (come per altri dialetti, dal milanese al veneziano, dall’abruzzese al siciliano), bensì di una serie di opere prevalentemente di carattere “amatoriale”, di varia estensione e di assai diverso valore. Tra tutte spiccano il Vocabolario romanesco di Filippo Chiappini, edito per la prima volta nel 1933 a cura di Bruno Migliorini e poi, con le aggiunte di Ulderico Rolandi, nel 1945, e il Dizionario romanesco di Fernando Ravaro, apparso nel 1994 e poi più volte ristampato. Il vocabolario di Chiappini documenta il romanesco di fine Ottocento-primissimo Novecento (l’autore, medico e poeta in dialetto, morì nel 1905) e contiene quindi molte voci ed espressioni ormai decisamente obsolete; il dizionario di Ravaro, da parte sua, è opera ricca di dati (molte voci romanesche, più o meno recenti, hanno qui la loro prima registrazione lessicografica) e per vari aspetti apprezzabile, ma presenta alcuni innegabili limiti di impostazione: l’assenza di un rigoroso confine tra diacronia e sincronia, con il conseguente recupero di voci dialettali documentate solo anteriormente all’Ottocento; l’orientamento verso la produzione letteraria (e in particolare su Belli); l’inserimento di parole che non sono altro che trasparenti adattamenti fonetici di parole italiane e, viceversa, la scarsa attenzione per le neoformazioni proprie del romanesco più moderno, tipiche soprattutto dell’uso giovanile.

 

Il continuum lingua-dialetto nella Capitale

 

Il progetto del Vocabolario del romanesco contemporaneo è nato proprio all’indomani della pubblicazione del Ravaro, rispetto al quale intende proporsi come qualcosa di assai diverso, sia per la presentazione dei lemmi secondo criteri lessicografici più rigorosi per quanto riguarda la grafia, le indicazioni morfologiche e sintattiche, le marche d’uso, le definizioni, gli esempi (tra i quali le fonti letterarie, limitatamente al secondo Novecento, non vengono comunque tralasciate) e, ora, le etimologie; sia, soprattutto, perché intende documentare il parlato romano dalla seconda metà del Novecento a oggi. Il VRC nasce infatti nella consapevolezza del continuum lingua-dialetto che caratterizza l’uso linguistico della capitale; prende atto della progressiva erosione del patrimonio lessicale del romanesco tradizionale, ma vuole anche documentare l’emersione di una nuova dialettalità, percepibile, a livello lessicale, tanto negli sviluppi semantici di molte parole (sia dialettali sia anche italiane), quanto nello sfruttamento di vari meccanismi derivativi, alcuni dei quali, se non possono dirsi esclusivi dell’uso romano, sono però certamente in grado di caratterizzarlo rispetto allo standard nazionale: il caso più evidente è quello dei verbi detti “parasintetici”, che si formano a partire da nomi o aggettivi, con l’aggiunta di un prefisso (a-, in-, s-) e della desinenza (all’infinito -are o -ire, in dialetto apocopate in , ), spesso usati come riflessivi o pronominali (e dunque, all’infinito, terminanti in -asse o -isse: un esempio può essere imparaculisse ‘farsi furbi’, molto marcato anche per la base).

 

Scremature e integrazioni

 

Per la costituzione del lemmario del VRC siamo partiti dalla raccolta di tutte le voci registrate nella lessicografia romanesca del Novecento: non solo, quindi, le opere dei citati Chiappini, Rolandi, Ravaro, ma anche tutti gli altri dizionari dialettali (dal Vocabolario trilussiano di Vaccaro 1971 al Piccolo dizionario romanesco di Malizia 1999, ecc.), compresi i glossarietti editi a corredo di raccolte di poesie romanesche o anche di romanzi (è il caso dei glossari pasoliniani) o compresi nei manualetti scolastici degli anni Venti che seguivano il metodo “dal dialetto alla lingua” (D’Achille 2007). Ai dati di queste fonti abbiamo aggiunto le voci e ricavabili da studi scientifici più o meno recenti e, negli ultimi anni, dalle concordanze delle opere poetiche di autori come Mario dell’Arco ed Elia Marcelli, pubblicate nel frattempo (Pellegrini 2007; Pettinicchio 2010). I termini raccolti sono stati accuratamente vagliati: per saggiare l’effettiva vitalità di molte voci tradizionali sono state effettuate inchieste mirate con informatori anziani e negli ultimi anni si è fatto spesso ricorso anche al web. A questa “scrematura” del lemmario di base ha fatto da contraltare la sua integrazione con voci nuove tratte da studi e documenti sul linguaggio dei giovani romani (compresi, ancora una volta, quelli forniti dalla rete), ma soprattutto raccolte grazie all’osservazione diretta del parlato e ai questionari somministrati per la ricerca nazionale La lingua delle città, a cui nel 2000-2001 il progetto del VRC si è collegato.

 

L’attenzione ai fatti grammaticali

 

Come caratteristiche specifiche dell’opera segnalerei la particolare attenzione per gli aspetti grammaticali: nel trattamento dei verbi, per esempio, si intende operare, ove necessaria, una rigorosa distinzione tra usi transivi e transitivi, riflessivi e pronominali, e avranno una lemmatizzazione autonoma i cosiddetti verbi “procomplementari” (GRADIT), come esserci e farci (in espressioni come ce sei o ce fai?), ammollajela ‘essere superiore a qualcun altro’, ‘essere valido’, ecc. Anche le parole “grammaticali” (articoli, preposizioni, pronomi, congiunzioni, prefissi e suffissi), sulle quali la lessicografia dialettale tradizionale ha spesso sorvolato, saranno trattate con particolare cura. Al riguardo posso dire che la lettera I si apre proprio con due di queste parole: la prima è i articolo maschile plurale, finora assente dalla lessicografia romanesca, che considera dialettale la sola forma li, quando invece i non solo compare in enunciati italianeggianti, ma costituisce l’esito fonetico locale di li in particolari contesti (nei quali in italiano non si troverebbe i ma gli: i gnocchi, i zii); la seconda è i pronome personale maschile plurale, che costituisce anch’esso la riduzione del tradizionale li, come può essere documentato da un’espressione come a quelli chi i conosce?. In questo esempio si segnala anche la presenza della preposizione a davanti al complemento oggetto posto all’inizio della frase e ripreso dal pronome atono, secondo un uso oggi in espansione, segnalato sotto la voce dedicata a questa preposizione, che poi, nell’uso romano, sostituisce in vari contesti l’in dello standard. L’a preposizione verrà distinto sia dall’a articolo femminile (riduzione di la), sia dall’a allocutivo (scritto a volte a’ dai poeti dialettali).

 

Ignazio , Stradelli e la ditta Appoggini

 

Un altro settore che il VRC intende documentare con più attenzione è quello dei nomi propri, che nel dialetto romanesco si usano con valori particolari: è il caso di Ignazio nel senso di ‘io’, che per la verità è stato già registrato (come gnàzzio) da Ravaro, ma a cui il VRC aggiungerà il “cognome” Pecorella che a volte lo accompagna; ma è anche il caso di Stradelli e Gerardi, che compariranno s.v. impresa nelle locuzioni lavorà all’impresa Stradelli ‘essere disoccupato’ (documentata dal secondo dopoguerra) e impresa Gerardi, la mattina presto e la sera tardi ‘un posto dove si lavora troppo’ (raccolta sul campo grazie alle nostre inchieste), o di Appoggini in la ditta Appoggini è fallita, che a Roma si rivolge a bambini o familiari che ci si aggrappano (e anche a chi, parcheggiando, fa manovra toccando la macchina che è già posteggiata…).

 

Nell’italiano regionale

 

Come risulta da questi ultimi due esempi, il VRC intende accogliere anche espressioni non strettamente dialettali, ma comunque proprie dell’uso linguistico romano, quella particolare varietà di italiano regionale che nella capitale è compresa tra l’italiano de Roma (Vignuzzi 1994) prossimo al dialetto alla varietà “alta” più vicina allo standard. Per questo il VCR registrerà anche il caffè al vetro e abitare al Colosseo (locuzioni assenti dalla lessicografia dialettale ma giustamente segnalate come romane nel GRADIT) e anche voci ed espressioni che, pur non potendosi considerare esclusivamente romane (e tanto meno esclusivamente dialettali), cooccorrono con altre nell’uso nazionale: così, per esempio, s.v. artro (accanto a cui figureranno tanto la variante più marcatamente dialettale antro, che ormai ricorre quasi solo dopo l’articolo indeterminativo, quanto quella “italiana” altro) verranno registrate sia locuzioni che sembrano tipicamente locali come se non la pianti ti do l’altre (minaccia di ulteriori busse a bambini capricciosi che piangono dopo un semplice schiaffetto) o quello è ’n altro! (con cui a Roma ci si riferisce a una persona per qualche aspetto poco raccomandabile), sia espressioni come l’altr’anno e ’st’altr’anno (‘l’anno passato’ e ‘l’anno prossimo’), che, come documenta la citata inchiesta La lingua delle città (Nesi / Poggi Salani 2013), a Roma hanno una particolare diffusione.

 

Bibliografia

 

Chiappini, Filippo (1933), Vocabolario romanesco, edizione postuma delle schede a cura di Bruno Migliorini, Roma, Leonardo da Vinci; 2. ed. con aggiunte e postille di Ulderico Rolandi, 1945.

D’Achille, Paolo (2007), Il romanesco a scuola, in Le lingue der monno, a cura di Claudio Giovanardi, Franco Onorati, Roma, Aracne, pp. 85-100.

D’Achille, Paolo / Giovanardi, Claudio (2001), Dal Belli ar Cipolla. Conservazione e innovazione nel romanesco contemporaneo, Roma, Carocci.

Giovanardi, Claudio (2013), Eppur si muove: notizie sul Vocabolario del romanesco contemporaneo, in Lingua e dialetti nelle regioni, a cura di Gianna Marcato, Padova, Cleup, pp. 207-219.

GRADIT = Grande dizionario italiano dell’uso, ideato e diretto da Tullio De Mauro, 8 voll., Torino, Utet, 1999-2007.

Malizia, Giuliano (1999), Piccolo dizionario romanesco. Un prezioso vademecum per conoscere e apprezzare il linguaggio popolare della Città eterna, Roma, Newton Compton.

Matt, Luigi (2010), Osservazioni sulla lessicografia romanesca, in «Studi di lessicografia italiana», XXVII, pp. 153-184.

Nesi, Annalisa / Poggi Salani, Teresa (2013), La lingua delle città. LinCi - La banca dati , Firenze, Accademia della Crusca, con dvd.

Pellegrini, Claudia (2007), Concordanze della poesia di Mario Dell’Arco. Roma, Nuova Cultura.

Pettinicchio, Davide (2010), Concordanze del poema romanesco «Li romani in Russia» di Elia Marcelli, Roma, Nuova Cultura.

Ravaro, Fernando (1994), Dizionario romanesco. Da “abbacchià” a “zurugnone”. I vocaboli noti e meno noti del linguaggio popolare di Roma , Roma, Newton Compton.

Vaccaro, Gennaro (1971), Vocabolario romanesco trilussiano e italiano-romanesco, Roma, Romana Libri Alfabeto.

Vignuzzi, Ugo (1994), Il dialetto perduto e ritrovato, in Come parlano gli italiani, a cura di Tullio De Mauro, Firenze, La Nuova Italia, pp. 25-33.

 

*Paolo D’Achille è professore ordinario di Linguistica Italiana presso l’Università degli Studi Roma Tre e accademico della Crusca. Ha condotto ricerche sulla situazione linguistica romana e laziale, con particolare riferimento ai secc. XIV-XVIII, e su problemi di fonetica, morfologia, sintassi e lessico del dialetto romanesco dell’Ottocento e del Novecento. Si è inoltre occupato di questioni di storia della lingua italiana (i rapporti tra parlato e scritto sul piano sintattico, la produzione semicolta, i composti aggettivali, la lingua del melodramma e delle scritture esposte)e di aspetti dell’italiano contemporaneo (in particolare i neologismi e la morfologia nominale). È corrispondente per il Lazio della «Rivista Italiana di Dialettologia» dal 1987.


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