28 giugno 2015

La lessicografia dialettale in Piemonte

di Tullio Telmon*

 

La tradizione pre-ottocentesca

 

La tradizione pone la data di nascita della lessicografia piemontese al 1564, anno di pubblicazione, a Mondovì, del Promptuarium del medico ed erudito napoletano Michele Vopisco. Ripubblicato in fac simile dalla Bottega d’Erasmo (Torino 1972), il Promptuarium si presenta però, come osserva nella “Presentazione” Giuliano Gasca Queirazza, come “vocabolario volgare – latino”, più che come vocabolario “piemontese – latino”: la maggior parte delle entrate lessicali è infatti attribuibile più a un generico volgare toscano (cfr., ad apertura, abachista, abbadessa, abbate de folli, e così via...) che ad una varietà pedemontana. Anche se emergono di tanto in tanto, caratterizzate dalla loro forma o dalla marcatezza lessicale, alcune voci che il Vopisco ha evidentemente colto nell’ambiente pedemontano di Mondovì: Agliada, Aiazza, Amola, Anciuua, Lesca herba (“carice”), Cacciulus (“mestolo”; tor. odierno casul), ecc.

Il primo vocabolario veramente ed intenzionalmente piemontese, il Vocabolario piemontese di Maurizio Pipino, è di oltre due secoli posteriore. L’intento del medico Pipino è quello di sancire l’esistenza di una lingua che, parlata a corte come nei più diversi strati della popolazione della città di Torino, appare ai suoi occhi perfettamente adatta ad ogni funzione. La funzione didattica del vocabolario è, per Pipino, quella di supporto per l’apprendimento di una buona varietà di torinese. Cosa che per l’appunto aveva provveduto a fare la sorella minore di Luigi XVI, Maria Clotilde, allorché, nel 1775, era andata in sposa a Carlo Emanuele IV di Savoia .

 

I vocabolari dell’Ottocento

 

A distanza di soli trent’anni dal vocabolario del Pipino, appaiono invece completamente opposti gli orientamenti dei due vocabolari di Capello (1814) e di Zalli (1815), comparsi quasi contemporaneamente. Di mezzo, c’era stata la Rivoluzione francese e l’annessione napoleonica del Ducato di Savoia: ad influire sulle politiche linguistiche, erano intervenute le ideologie imperiali delle grandi nazioni; ideologie che più tardi, dopo la Restaurazione, troveranno facile conversione nelle aspirazioni risorgimentali verso l’unità italiana. È così che Capello (e in misura un po’ minore lo Zalli) affida al suo Dictionnaire la funzione di insegnare a correttamente scrivere il francese dei vincitori. Ed è così che, a Restaurazione avvenuta, i successivi vocabolaristi, a cominciare da Ponza (1826, seguita da numerose nuove e parzialmente diverse edizioni, fino alla decima, postuma, del 1888), per giungere sino a Gavuzzi (1891), ebbero come principale scopo quello di portare i propri concittadini all’apprendimento della lingua italiana. Lo dice con grande chiarezza il Ponza stesso nella premessa ai lettori (cit. dall’ed. del 1859):

 

Come poi nel compilare questo Vocabolario Piem.-Italiano l’autore non si prefisse d’insegnare ai Piemontesi a scrivere nel loro dialetto, bensì a soccorrerli di voci italiane che corrispondano a quelle del loro dialetto, cioè gli aiutino a volgere nell’italiana favella i loro pensieri, non ha perciò riputato necessario di scervellarsi nel trattare del modo di scrivere nel dialetto piemontese.

 

E lo dimostra concretamente il Gavuzzi, il quale, forte anche della autorità del Dizionario del di Sant’Albino, nel frattempo pubblicato a Torino nel 1859 e del manzonismo imperante nel volgere del secolo, cruscheggia e toscaneggia a piene mani. Basti vedere, per farsene un’idea, il trattamento di un lemma come Gadàn, al quale vengono attribuiti i seguenti traducenti “italiani”:

 

Gadàn . Sciocco, Gnocco, Ignocco, Basèo, Bescio, Besso, Ciofo, Cionno, Stupidaccio, Serfedocco, Tambellone, Semplicione, Bachiocco, Baciocco, Balocco, Baloccone, Gocciolone, Bighellone, Bacchillone, Dondolone, e fig. Pezzo di catasta

 

Prima svolta: il vocabolario italiano-dialetto

 

Malgrado ciò, è proprio il Gavuzzi a segnare la prima svolta. I piemontesi capaci di leggere già conoscevano la lingua di Dante, e i dialettofoni analfabeti non potevano, evidentemente, servirsi di questo strumento… Cinque anni dopo l’uscita del Vocabolario piemontese – italiano (e anche, per essere precisi, mezzo secolo dopo l’edizione paraviana del solito Ponza (1841; ma Torino si stava riempiendo, in quell’epoca, di rifugiati politici provenienti da tutta l’Italia), vede la luce il Vocabolario italiano-piemontese (1896). L’esempio del Gavuzzi tarderà però ad essere seguito, perché, pur affievolendosi l’idea della funzione didattica del vocabolario, ancora non si è chiaramente affacciata quella della funzione etnografica e di archiviazione di un patrimonio, mentre permane comunque l’idea del vocabolario come strumento utile, all’occorrenza, per soccorrere ai prevedibili “…mi manca la parola…” di coloro per i quali l’italiano restava comunque una varietà di apprendimento. Sarà Brero (1976) a segnare una prosecuzione: un segno dei tempi, visto che ormai la dialettofonia è divenuta, in Piemonte, un fatto di netta minoranza.

 

Seconda svolta: il vocabolario di una singola parlata

 

In entrambi i suoi vocabolari, Gavuzzi introduce anche una seconda questione. Come si sarà notato, tutti i lessicografi precedenti avevano denominato, senza tanti problemi, “piemontese” la lingua da loro registrata. Di fatto, essi lemmatizzavano le parole della varietà della capitale e ad essa conformavano anche i prestiti di necessità, inserendovi anche, specie per quanto riguarda il lessico dei lavori contadini, le parole del contado o delle restanti aree del Piemonte. Il tutto, senza operare alcuna distinzione o localizzazione. Il Gavuzzi si rende conto del forte alone di ambiguità prodotto da tale modo di procedere, ma osserva, nell’Avvertenza al vocabolario del 1891, che essendo regionale, il suo vocabolario “non ha e non deve avere” distinzioni tra voci basse e voci alte, tra voci del contado e voci urbane. Predica male, ma cerca poi di razzolare bene, perché, sia pure con estrema parsimonia e senza poi, nel testo, precisare le localizzazioni, egli appone, come dice in nota nelle “Spiegazioni delle abbreviature principali”, un punto interrogativo accanto alle voci “appartenenti ad altri dialetti pedemontani, e cioè al dialetto alessandrino come anssiòra, zachè; al monferrino, come ghin, magiostra; all’astigiano, come gaross, arbiòn; al biellese, come òbia, galòssa, galiota; al dialetto di Mondovì come arbrich, piovà, soli, uvài; od al canavese come arbiòn (astigiano e canavese), lovatòn e tascòn ; oppure ad alcuno dei dialetti alpigiani ”.

Che esistesse o che cominciasse ad insinuarsi la consapevolezza della varietà dei dialetti pedemontani è poi dimostrato dal fatto che, sia pure con lentezza e fatica, e partendo ancora da concezioni generalizzanti (“monferrino”, “valsesiano”, ecc.) alcuni vocabolaristi avevano nel frattempo prodotto opere che si contrapponevano risolutamente alla vocabolaristica torinocentrica. Il primo esempio è quello di Ferraro (1881; seconda ediz. notevolmente accresciuta, 1889). Seguirà Tonetti (1894) e, nove anni dopo, Prelli (1903). Del 1889 è inoltre il Lessico piveronese di Giovanni Flechia, pubblicato postumo nel 1918. Con quest’ultimo si apre quell’ampio settore di vocabolari, che potremmo chiamare “di singole parlate”, che gode oggi del più ampio favore, come mostra la crescita progressiva della produzione, a me nota, negli ultimi decenni:

 

1961-70            1

1971-80             4

1981-90             8

1991-00             17

2001-10             19

2011-15             10

 

Sono molte le concause di questa esplosione: dalla reazione ai processi di globalizzazione alla consapevolezza della crescente riduzione della vitalità e della funzionalità delle parlate locali; dallo scrupolo etnografico della documentazione di una cultura alla considerazione della lingua come patrimonio; dalla necessità di trovare un’identità individuale e collettiva in cui specchiarsi, fino alla maneggiabilità e alla duttilità degli strumenti informatici oggi disponibili.

 

La maturità

 

Se si prescinde dalla valutazione obbiettiva della loro qualità, si può dire che con la consapevolezza del valore individuale di ogni parlata, intesa come lingua locale a pieno titolo, sia stato raggiunto un grado notevole di maturità da parte della lessicografia dialettale in Piemonte. Manca quella sensazione di trovarsi davanti all’Opus magnum che potevano dare un di Sant’Albino, o un Cherubini. Manca soprattutto un’opera che possa avvicinarsi ai vocabolari “nazionali” della Svizzera o, in Italia, ai cinque volumi del Vocabolario siciliano o ai tre volumi di Giammarco (1968-79); ma ne parleremo nel prossimo paragrafo.

A contribuire a far raggiungere la maturità sono stati però, oltre al fiorire di vocabolari locali (cito soltanto, tra questi, gli ultimi due che mi sono venuti tra le mani: Vignola (2014), e Zaio (2014), ma molti altri sono altrettanto degni) anche la concomitante nuova attenzione agli aspetti del patrimonio etnolinguistico. I nuovi vocabolari dialettali non sono più dei semplici repertori di laconiche corrispondenze lessicali tra la lingua locale e l’italiano; i loro lemmi sono quasi sempre completi e complessi dal punto di vista dell’informazione linguistica, ma soprattutto ricchi di notazioni culturali, trasmesse attraverso etnotesti che consentono spesso di trarre interessanti informazioni anche sulla sintassi del parlato. E se un tempo piaceva ai linguisti lamentare le trascuratezze fonetiche che contraddistinguevano queste opere, oggi non è più così: i più avvertiti giungono talvolta (come è nel caso del vocabolario di Trausella citato qui sopra) a proporre, per ogni entrata lessicale, due trascrizioni, l’una in ortografia convenzionale e l’altra in trascrizione fonetica.

Dal punto di vista etnolinguistico, mi piace indicare in Rosa (1889) un antesignano della raccolta e dell’analisi fraseologica: un’attività che andrebbe rinnovata, arricchita e soprattutto costantemente integrata nelle opere vocabolaristiche. Così come dovrebbe essere ripresa e arricchita l’opera meritoria di chi si è dedicato a stabilire concordanze linguistiche di testi antichi. Penso qui soprattutto a quel formidabile strumento che è la Concordanza linguistica dei “Sermoni subalpini” di Clivio e Danesi (1974)

 

Verso il futuro

 

Ho dunque già sfiorato il settore dei desiderata. Ho già detto che è un sogno quello di creare un’équipe che avvii l’opera ciclopica di un dizionario piemontese sul modello di quello, poniamo, del Vocabolario dei Dialetti della Svizzera Italiana, che, iniziato nel 1907, ha pubblicato il suo primo volume nel 1952 ed ha terminato ora, con il settimo volume, la lettera C. Un lavoro che attraversa numerose generazioni, ma che proprio in questa continuità tra generazioni diverse trova una validissima ragione di esistere: ciò che viene tramandato, infatti, non è soltanto una lingua, non è soltanto una cultura, ma è soprattutto uno spirito di patriottismo.

Poiché si parla di futuro, aggiungo che oggi i tempi vengono facilmente ridotti e la fatica alleviata grazie ai moderni strumenti informatici. Non soltanto potrebbe andare “in rete”, come si usa dire, l’auspicato vocabolario del territorio piemontese, ma anche la miriade di vocabolari locali; alcuni già lo fanno, con risultati talvolta ottimi.

Concludo infine con la menzione della regina delle scienze linguistiche storiche: l’etimologia. E lo faccio perché è ormai certo che, dopo i begli esempi del Dizionario etimologico storico friulano (2 voll., Udine 1984) di Giovan Battista Pellegrini, Manlio Cortelazzo e Alberto Zamboni e dopo i recentissimi due volumi del magnifico Vocabolario Storico-Etimologico del Siciliano di Alberto Varvaro (Palermo, Strasbourg 2014) stanno per giungere nelle nostre mani le 1200 pagine circa del REP, Repertorio Etimologico Piemontese, altra meritoria realizzazione editoriale del Centro Studi Piemontesi, frutto di quindici anni di lavoro di una squadra di studiosi di vaglia diretti da quella valente filologa che è Anna Cornagliotti.

 

Bibliografia

 

a) Studi sulla lessicografia

Alberto Bacchi della Lega (1876), Bibliografia de’ vocabolari ne’ dialetti italiani raccolti e  posseduti da Gaetano Romagnoli , Presso Gaetano Romagnoli, Bologna.

 

Monica Cini (2002), Tradizione e (possibilità di) innovazione nella vocabolaristica francoprovenzale cisalpina , in: I. Cunéaz, Chr. Lambot ( a c. di), Lexicologie et Lexicographie francoprovençales. pp. 63-72, Région Autonome del la Vallée d'Aoste, Aosta.

 

Claudio Marazzini (2013), Voci vernacole e buoni scrittori. Vocabolari dialettali e vocabolari della Crusca, in L. Tomasin (a c. di), Il vocabolario degli Accademici della Crusca (1612) e la storia della lessicografia italiana. Atti del X Convegno ASLI, Franco Cesati Editore, Firenze, pp. 473-487.

 

Angelico Prati (1931), I vocabolari delle parlate italiane , Bologna, Forni, 1965 (ristampa anastatica dell’ed. di Roma, 1931).

 

Tullio Telmon (2002). Lessicografia: problemi vecchi, problemi nuovi. In: I. Cunéaz, Chr. Lambot (a c. di), Lexicologie et Lexicographie francoprovençales. pp. 179-185, Région Autonome de la Vallée d'Aoste, Aosta.

 

Tullio Telmon (2006). La recente lessicografia amatoriale in Piemonte. In: F. Bruni - C. Marcato (a c. di), Lessicografia dialettale. Ricordando Paolo Zolli.. p. 25-44, Editrice Antenore, Roma-Padova.

 

b) Vocabolari citati

AA.VV. (1952-2014), Vocabolario dei Dialetti della Svizzera Italiana, 7 voll. sinora pubblicati, Lettere A-C, Lugano-Bellinzona.

 

Brero, Camillo (1976), Vocabolario italiano piemontese, Piemonte in bancarella, Torino.

 

Capello, Luigi (1814), Dictionnaire portatif piémontais-français 2 voll, V. Bianco, Torino.

 

Cherubini, Francesco (1814), Dizionario milanese-italiano, 2 voll, Stamperia imperiale, Milano.

 

Cherubini, Francesco (1839-56), Vocabolario milanese-italiano , 5 vol., Imperial Regia Stamperia, Milano.

 

Clivio, Gianrenzo P. – Danesi, Marcello (1974), Concordanza linguistica dei «Sermoni Subalpini», Centro Studi Piemontesi, Torino.

 

Cornagliotti, Anna (dir.), (in stampa), Repertorio Etimologico Piemontese (REP), Centro Studi Piemontesi, Torino.

 

Di Sant’Albino, Vittorio (1859), Gran dizionario piemontese-italiano, Società L’Unione tipografico-Editrice, Torino 1859. Rist. anast. con presentazione di Corrado Grassi,La Bottega d’Erasmo, Torino 1972.

 

Ferraro, Giuseppe (1881), Glossario monferrino, Premiata tip. Sociale, Ferrara.

 

Ferraro, Giuseppe (1889), Glossario monferrino, E. Loescher, Torino (2° ed. notevolmente accresciuta).

 

Flechia, (1918), Lessico piveronese, in «Archivio Glottologico Italiano», G. Chiantore (AGI 1918), Torino.

 

Gavuzzi, Giuseppe (1891), Vocabolario piemontese-italiano , L. Roux & C. , Torino-Roma

 

Gavuzzi, Giuseppe (1896), Vocabolario italiano-piemontese, Tipografia Fratelli Canonica, Torino. Rist. La Bottega d’Erasmo, Torino.

 

Giammarco (1968-79), Dizionario Abruzzese e Molisano (DAM), 4 voll., Edizioni dell'Ateneo, Roma.

 

Pellegrini, Giovan Battista - Cortelazzo, Manlio – Zamboni, Alberto (1984), Dizionario Etimologico Storico Friulano, Casamassima, Udine.

 

Piccitto, Giorgio – Tropea, Giovanni – Trovato, Salvatore (1977-2002), Vocabolario Siciliano, Centro di Studi Filologici e Linguistici Siciliani, Catania-Palermo.

 

Pipino, Maurizio (1783), Vocabolario piemontese, Nella Reale Stamperia, Torino http://www.cultor.org/V/V.html#p=14).

 

Ponza , Michele (1826), Inviamento al comporre nella lingua italiana approvato dalla R. Direzione delle Scuole e seguito da un Dizionario piemontese-italiano, 2 voll. Stamp. Della ved. Ghiringhello & C., Torino.

 

Ponza, Michele (1841), Vocabolario piemontese-italiano e italiano-piemontese, G.B. Paravia, Torino.

 

Ponza, Michele (1859), Vocabolario piemontese-italiano, Pinerolo Lobetti-Bodoni 1859. Rist. anastatica L’Artistica Savigliano, Savigliano 1982.

 

Ponza, Michele (1888), , Vocabolario piemontese-italiano e italiano-piemontese, G. Lobetti-Bodoni, Pinerolo, decima edizione.

 

Prelli, Giuseppe (1903), Saggio di un vocabolario alessandrino metodico ed alfabetico, G. Jacquemod, Alessandria.

 

Rosa, Ugo (1889), Glossario storico popolare piemontese, Ermanno Loescher e Carlo Clausen, Torino. Rist. Forni, Bologna 1977.

 

Tonetti, Federico (1894), Dizionario del dialetto valsesiano, Camaschella e Zanfa, Varallo 1894. Rist. Forni, Bologna 1967.

 

Varvaro, Alberto (2014), Vocabolario Storico-Etimologico del Siciliano,Centro di Studi Filologici e Linguistici Siciliani, Editions de Linguistique et de Philologie, Palermo-Strasbourg.

 

Vignola, Vittoria Carola (2014), La parlata di Trausella. Appunti e spunti per un dizionario, Hever, Ivrea.

 

Vopisco, Michele (1564), Promptuarium. Additamentum eiusdem de calendis, vt facillimum, ita maxime vtile , In ducali typographia Montis Regalis. apud Leonardum Torrentinum. Rist. anastatica: Il Promptuarium di Michele Vopisco. Vocabolario volgare-latino Mondovì 1564, Presentazione di G. Gasca Queirazza,Torino 1972.

 

Zaio, Franco (2014), Paròle ‘d ca nòstra. Dizionario fraseologico del dialetto luese, Prefazione di Albina Malerba, Associazione Culturale San Giacomo, Lu Monferrato.

 

Zalli, Casimiro (1815), Disionari piemontèis, italian e fransèis 3 voll., P. Barbié, Carmagnola.

 

 

*Formatosi all’Università di Torino sotto la guida di Corrado Grassi, Tullio Telmon ha insegnato dapprima presso l’Università di Amsterdam e quindi, come Professore Associato, a Chieti, per rientrare a Torino nel 1994 come Ordinario di Dialettologia. I suoi interessi scientifici spaziano dalla Dialettologia tradizionale (è coautore, con C. Grassi e A. Sobrero, di un paio di fortunati manuali laterziani di dialettologia) alla Geografia linguistica (è l’ideatore dell’ALEPO – Atlante Linguistico ed Etnografico del Piemonte Occidentale, che ora dirige con S. Canobbio), dalla sociolinguistica all’etnolinguistica, dalle varietà dell’italiano alla comunicazione gestuale, fino alla Dialettologia percezionale. È membro di numerose società scientifiche ed è stato Presidente della Società di Linguistica Italiana dal 2007 al 2011; nel 2007 gli è stato conferito il Premio Costantino Nigra per la carriera.


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