28 giugno 2015

“Fare” lessicografia dialettale oggi. Una fatica improba e inutile?

di Fiorenzo Toso*
 
 
 

Si quem dura manet sententia iudicis olim,

        Damnatum aerumnis suppliciisque caput:

Hunc neque fabrili lassent ergastula massa

        Nec regidas vexent fossa metalla manus,
Lexica contexat: nam cetera quid moror? omnes

        Poenarum facies hic labor unus habet.

 

 
 

Con questo sapido epigramma in bel latino umanistico, Giusto Scaligero (1540-1609), come chiosava il Perticari, avrebbe voluto «condannati i rei più presto al lavoro d’un lessico che ai duri ergastoli, ed al metallo»: nondimeno, l’esigenza intellettuale di accumulare e riordinare i vocaboli delle lingue sembra essere presente, a partire dall’invenzione della scrittura, in ogni tempo e in ogni luogo, arrivando a riguardare non soltanto le grandi lingue di comunicazione e di cultura, ma anche gli idiomi meno diffusi.

 
 

L’archetipo di Angelo Senisio

Quest’ultima considerazione può valere in particolare per i dialetti e le lingue regionali e minoritarie italiane. Se solo nel Cinquecento, sullo sfondo della Questione della Lingua, si collocano i primi studi sistematici ad essi relativi, un interesse legato all’aspetto lessicale (quello per così dire più “appariscente” e connesso con esigenze di catalogazione a fini pratici) si pone già a partire da un’epoca precedente: in quest’ambito, un vero e proprio archetipo della lessicografia dialettale è da considerare il Vocabularium Latinum pergrande del siciliano Angelo Senisio (metà del sec. XIV), concepito per l’istruzione scolastica e l’apprendimento del latino da parte di studenti illetterati; col Cinquecento cominceranno poi a essere elaborati i primi repertori lessicali volgare-latino (Vocabularium vulgare cum latino apposito dell’agrigentino Nicolò Valla), mentre con l’apparizione del Vocabolario degli Accademici della Crusca, nel 1612, la distinzione tra lessicografia italiana e dialettale si farà più netta e palese.

 
 

Tra Settecento e Ottocento

 
 

Soltanto tra il Settecento e l’Ottocento possiamo però individuare antecedenti diretti dello studio scientifico del lessico dialettale, nell’opera di compilazione di autori che, pur adeguando il loro lavoro alla misura dell’interesse erudito per le curiosità locali e dell’orgoglio municipale o regionale, presentano un’indagine sistematica di singole varietà dialettali, in particolare di quelle più illustri e dotate di una solida tradizione letteraria: dopo la fase cinque-seicentesca, che privilegia una discussione etimologica spesso basata su ipotesi stravaganti o peregrine, gli influssi del razionalismo illuministico si colgono ad esempio nel Dizionario siciliano italiano latino di Michele Del Bono, pubblicato tra il 1751 e il 1754 in tre volumi, nell’anonimo Vocabolario bresciano e toscano del 1759 (ricchi di espressioni popolari e proverbi), nella Raccolta di voci romane e marchiane del 1768, nel Vocabolario veneziano e padovano di Gasparo Patriarchi (1775) o nel Vocabolario delle parole del dialetto napoletano, opera postuma (1789) di Ferdinando Galiani.

 
 

Tanti, per apprendere l’italiano

 
 

La produzione di vocabolari dialettali era destinata a conoscere una particolare fortuna nel corso dell’Ottocento, anche per l’accresciuta urgenza di divulgare l’uso dell'italiano tra le popolazioni del costituendo stato nazionale, una necessità che si coniugava spesso e volentieri con la preoccupazione di conservare un lessico regionale in rapida evoluzione: ancora in epoca preunitaria appaiono così, tra gli altri, il Vocabolario milanese-italiano di Francesco Cherubini (1814, molto ampliato nella seconda edizione in cinque volumi, 1839-1853), il Vocabolario bolognese-italiano del Ferrari (1820), quello Piemontese-italiano e italiano-piemontese di Michele Ponza (1826), il Dizionario parmigiano-italiano di Ilario Peschieri (1827-28), quello del dialetto veneziano di Giuseppe Boerio (1829), il Nuovo dizionario siciliano-italiano (1838-1844) di Vincenzo Mortillaro, il Vocabolario romagnolo-italiano del Morri (1840), quelli genovesi di Olivieri e Casaccia (cfr. qui l’articolo dedicato alla lessicografia ligure) e, ancora, il Gran dizionario piemontese-italiano di Vittorio Sant’Albino (1859).

La produzione lessicografica continuerà nella seconda metà dell'Ottocento (quando, nel 1890, verrà addirittura promosso un concorso governativo per il miglior dizionario dialettale atto a favorire l’apprendimento dell’italiano), e poi nel secolo successivo: se una ricerca condotta nel 1931 da Angelico Prati aveva censito 795 vocabolari dialettali, Manlio Cortelazzo, nel 1983, arriverà a segnalarne circa 2000.

 

Gli atlanti linguistici

 

Successivamente, l’evoluzione della scienza linguistica ha consentito di elaborare tecniche sempre più raffinate nella raccolta e nell’esposizione dei dati, che vengono ormai proposti sempre più spesso su base regionale (Dizionario dialettale delle tre Calabrie di Gerhard Rohlfs, 1932-1939, Vocabolario dei dialetti della Svizzera italiana, in corso di pubblicazione dal 1952, Vocabolario siciliano di Giuseppe Piccitto, 1977-2001), mentre un nuovo strumento, l’atlante linguistico (si vedano in questo Speciale i contributi di Giovanni Ruffino e di Tullio Telmon), costituisce a sua volta una valida alternativa per la descrizione delle parlate a livello scientifico.

 

Dalle grandi sintesi ai singoli dialetti

 

Quanto poi alle ricerche etimologiche sul lessico dialettale, senza dimenticare le opere di sintesi come I dialetti italiani. Dizionario etimologico di Manlio Cortelazzo e Carla Marcato (1998), anche in questo caso si va dalla presentazione e commento del lessico di intere aree regionali (come nel recente Vocabolario etimologico-storico del siciliano del compianto Alberto Vàrvaro, 2014) a ricerche dedicate a singoli dialetti, come per le diverse varietà valtellinesi indagate da Remo Bracchi a partire dal Dizionario etimologico grosino (1995).

 

Professionisti con abnegazione

 

A tutt’oggi sono dunque ancora numerosi, in Italia, coloro che anno dopo anno si fanno carico delle immani fatiche lessicografiche evocate dallo Scaligero, e il cui oggetto di ricerca è rappresentato dalle varietà regionali, dagli idiomi minoritari, dai dialetti locali di comunità spesso appartate e “marginali”: un compito gravoso al quale questi studiosi si dedicano con abnegazione, chi per dovere d’ufficio, trattandosi di linguisti e lessicografi professionisti, chi per passatempo e “carità del patrio loco”. Una categoria, quest’ultima, che non esclude affatto quella dei professionisti. Infatti, per “produrre” un dizionario dialettale, soprattutto se rispondente a determinati criteri di elaborazione e attendibilità, non basta essere studiosi competenti, ma è necessario nutrire un interesse non episodico (e tanto meno “mercenario”) per la parlata di cui ci si intende occupare; senza poi contare un discreto spirito di abnegazione, che coincide il più delle volte con un’autentica “passione”, una non occasionale infatuazione per la parlata sulla quale si opera.

 

Memoria e identità

 

Sorge il sospetto, allora, che alla domanda “che senso ha, oggi, fare un dizionario dialettale?”, la risposta più semplice possa essere quella autoreferenziale e narcisistica dell’autore che coltiva per se stesso, prima che per gli altri, un interesse destinato a risultare un po’ insano agli occhi di molti. Vero è, infatti, che se in passato molti dizionari dialettali erano concepiti allo scopo eminentemente “utilitaristico” di fornire al “popolo” illetterato una chiave d’accesso alla lingua italiana, questa funzione “pratica” è andata oggi esaurendosi, sia perché l’italiano è diventato (per quanto faticosamente) patrimonio comune, sia perché i dialetti e le lingue minoritarie sono sempre meno presenti (ma pur sempre presenti!) nel paesaggio linguistico del paese.

Ma serve ancora a qualcosa, allora, un dizionario dialettale? Da un lato lo si compila oggi secondo una prospettiva per certi aspetti rovesciata rispetto a quella del passato, per salvaguardare se non altro la memoria proprio di quelle parlate dalle quali, fino a ieri, si desiderava in certo qual modo affrancarsi: accanto agli idiomi, è allora implicita, in tal caso, la volontà di fissare per quanto possibile il ricordo di un contesto ambientale che all’uso del dialetto era indissolubilmente legato, e al quale si guarda di volta in volta con una certa nostalgia o, in forma più neutra, come a un momento dell’evoluzione socio-culturale di un territorio, che non sarebbe né giusto né opportuno dimenticare.

Questo aspetto memoriale si collega facilmente, oggi più di ieri, con velleità di recupero di “identità” da fare valere in questi tempi di omologazione dilagante: sia come episodi di chiusura verso l’esterno, nella vagheggiata aspirazione a una piccola patria autarchica nella lingua non meno che nei valori; sia, nei casi migliori, come riflesso del desiderio sincero di inserire anche questa “casella” nel panorama sfaccettato della realtà multiculturale e plurilingue nella quale viviamo.

 

Rischi nella codificazione

 

D’altro canto, questa volontà di “conservazione” del patrimonio linguistico locale non ne esclude ancora qualche possibilità “pratica” di recupero, ad esempio attraverso le iniziative di codificazione e normalizzazione lessicale che riguardano talvolta le varietà alle quali la legislazione vigente o le aspettative dei parlanti (o di gruppi di essi) attribuiscono qualche chance di accesso a un utilizzo formale: con qualche rischio evidente, in questi casi, che un lessico schiettamente, genuinamente autoctono finisca per ritrovarsi sommerso da una marea di voci mutuate dall’italiano e dal lessico di circolazione internazionale, coniate a tavolino da volenterosi attivisti tesi a “dimostrare” che in questo o quell’idioma locale (e superando, magari dolorosamente, il rispetto per la varietà interna) si può dire tutto ciò che si dice in italiano o in inglese.

 

Dal dialetto all’italiano

 

In ogni caso dunque, per tornare alla domanda di partenza (a che serve un dizionario dialettale?), pare evidente che la realizzazione di vocabolari dialettali soddisfa ancora, a suo modo, esigenze “pratiche” variamente articolate, dalla rappresentazione (o autorappresentazione retorica) di una comunità (locale, regionale ecc.), alla preservazione di memorie collettive e individuali, considerando in quest’ultimo caso ciò che ogni singola voce “dialettale” risuscitata attraverso la consultazione di un vocabolario è in grado di evocare in ciascuno di noi.

D’altronde, anche a voler considerare l’importanza della lessicografia dialettale da un punto di vista più neutrale, quello degli studiosi di scienze del linguaggio, ciò che queste opere possono fornire alla ricerca travalica abbondantemente, ed è quasi ozioso affermarlo, la dimensione strettamente locale o regionale, “intima” o “comunitaria” delle singole raccolte: un’impresa come il Lessico Etimologico Italiano fondato da Max Pfister e diretto da Wolfgang Schweickard sta dimostrando, fascicolo dopo fascicolo, l’impossibilità di tenere separata la riflessione sulla lingua italiana da una considerazione complessiva sul patrimonio lessicale italoromanzo nel suo insieme, e come gran parte dei problemi etimologici e storico-linguistici relativi alla lingua nazionale trovino la loro interpretazione soltanto attraverso la documentazione locale, rappresentata da tradizioni linguistiche presenti con diversità di ruoli nel processo di formazione dell’italiano comune, da quello fondamentale svolto dal fiorentino (e si veda in questo Speciale il contributo di N. Binazzi), a quello meno centrale, ma non privo di rilievo, di varietà come il veneziano, il siciliano o il genovese.

 

Prospettiva europea e mediterranea

 

La vastità delle relazioni interlinguistiche che riguarda queste ultime realtà regionali consente inoltre di agganciare ancor più il patrimonio linguistico italiano alla prospettiva europea e mediterranea (che è poi in larga misura prospettiva globale), evitando il rischio di limitare alla sola tradizione aulica e letteraria della lingua i motivi della sua fortuna internazionale: sotto questo aspetto, anche al di là delle pur sempre importanti ricerche sul lessico dialettale tuttora vigente (e sulle sue interferenze col gergo, ad esempio, o col linguaggio giovanile, ecc.), ciò che le ricerche di dialettologia storica debbono ancora rivelare, attraverso lo scavo diacronico e lo spoglio della documentazione antica, sembra destinato a riservare molte soddisfazioni (e molte sorprese!) ai ricercatori volenterosi.

Ne consegue insomma che se si mettesse in dubbio l’interesse della ricerca sul lessico dialettale, tanto varrebbe mettere in discussione l’opportunità della stessa ricerca sul lessico tout court, circostanza che priverebbe la linguistica, italiana e non solo, di una aspetto fondamentale della sua ragion d’essere: il soddisfare la curiosità innata dell’uomo nei confronti del suo strumento di comunicazione, della sua evoluzione e delle ragioni del suo mutamento.

 
 
Bibliografia
 

Bruni, Francesco – Marcato , Carla, Lessicografia dialettale. Ricordando Paolo Zolli. Atti del convegno di studi (Venezia, 9-11 dicembre 2004), Roma – Padova, Antenore, 2006.

 

Grassi , Corrado, Sobrero , A.A., Telmon , T., Fondamenti di dialettologia italiana, Roma – Bari, Laterza, 1998.

 

Loporcaro, Michele, Profilo linguistico dei dialetti italiani, Roma – Bari, Laterza, 2007.

Marcato, Carla, Dialetto, dialetti, italiano, Bologna, Il Mulino, 2007.

Ruffino , Giovanni, La dialettologia italiana preunitaria, in Mazzamuto , P ietro, La letteratura dialettale preunitaria, Palermo, Università degli Studi, 1994, vol. I, pp. 181-233.

 

Sgroi , Salvatore Claudio, Gli strumenti e le fonti, in Cortelazzo, Manlio, De Blasi, Nicola, Marcato, Carla, Clivio, Gianrenzo P., I dialetti italiani. Storia struttura uso, Torino, UTET, 2002, pp. 1099-1115.

 
 

 

 

*Fiorenzo Toso (1962) è professore associato di Linguistica generale all’Università di Sassari. I suoi interessi vanno dalla dialettologia della Liguria, sua regione d’origine, allo studio dei fenomeni di insularità e contatto linguistico, dall'etimologia e lessicografia (come collaboratore del Lessico Etimologico Italiano) alla riflessione su temi sociolinguistici, con particolare riferimento alle minoranze. Tra le sue opere più recenti, Lingue d’Europa (Milano, Baldini e Castoldi 2006), Le minoranze linguistiche in Italia (Bologna, Il Mulino 2008), Linguistica di aree laterali ed estreme (Udine, Centro Internazionale sul Plurilinguismo 2008), La Sardegna che non parla sardo (Cagliari, CUEC 2012), Le parlate liguri della Provenza. Il dialetto figun tra storia e memoria (Ventimiglia, Philobiblon 2014).

 
 

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