28 giugno 2015

La lessicografia dialettale ligure

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di Fiorenzo Toso*
 

In area ligure le prime raccolte lessicali si collocano addirittura nel Trecento, con glossari inseriti in trattazioni grammaticali o a margine di volgarizzamenti e traduzioni di testi letterari e di devozione: nell’ambito di una cultura mercantile particolarmente attenta al valore e al significato delle parole, ci si preoccupava della qualità del lessico impiegato anche in testi per definizione “minori” come quelli redatti in genovese per un pubblico essenzialmente popolare: in quell’epoca, un anonimo volgarizzatore delle Cronache di Martin Polono sentiva addirittura il bisogno di scusarsi per “arcuny vocaboli gasmureschi (stranieri)” inseriti nella sua opera redatta per il resto in “jairo (chiaro) vorgà çenoeyse”.

 
Genova in Crimea
 

L’interesse erudito per l’etimologia, coltivato già da Iacopo da Varagine e da Giovanni Balbi, si coniuga del resto, nel medioevo ligure, con esigenze pratiche ben più stringenti: il celebre Codex cumanicus redatto nella colonia genovese di Caffa in Crimea, rappresenta un esempio interessante di glossario bilingue in cui i termini della lingua tatara del retroterra vengono tradotti in un latino mercantile fortemente intinto di forme volgari.

Nel Quattrocento, il savonese Giovanni Bernardo Forte col suo Vocabulista ecclesiastico realizzerà un fortunato esempio di “dizionario” nel quale una terminologia strettamente locale si associa a un lessico di più ampia circolazione soprarregionale, testimoniando nelle diverse edizioni succedutesi nel corso dei due secoli successivi il progressivo rivestimento in senso toscano di un vocabolario in gran parte comune alla Liguria e all’Italia settentrionale.

 
Le “oscurità” cinque e secentesche
 

A questi prodromi di una lessicografia “volgare” non farà seguito, tra il Cinque e il Seicento, un analogo interesse nei confronti del vocabolario che i principali autori in genovese del periodo profondevano a piene mani nelle loro opere, facendosi un vezzo di impiegare una lingua quanto più possibile distante dal toscano. Così, se Paolo Foglietta lamenta già negli anni Settanta del Cinquecento l’abbandono di voci prettamente liguri come cazè e insizamme in favore di scarpe e insalatinna, leggere oggi i testi teatrali del Seicento o le poesie di un autore “popolaresco” come Giuliano Rossi può implicare un notevole sforzo interpretativo proprio per la ricercata oscurità che, in consonanza col gusto barocco, accompagnava le scelte lessicali del periodo: al punto che già nel 1745, una nuova edizione dell’opera del maggior poeta genovese, Gian Giacomo Cavalli, risalente al 1636, veniva corredata di opportune glosse, e dall’auspicio, reiterato nella di poco successiva traduzione collettiva della Gerusalemme Liberata, di approdare rapidamente a un vocabolario genovese; e in effetti, un anonimo chiosatore ligure del Malmantile e del Vocabolario della Crusca realizzava alla metà del secolo una raccolta di circa 500 voci genovesi “le più strane ed impigliate” che, rimasta inedita fino a tempi recenti, rappresenta il primo esempio concreto in tal senso.

 
L’Ottocento anti-sabaudo
 

Nella Genova della prima metà dell’Ottocento, ancora sconcertata per l’annessione al Regno di Sardegna decisa d’imperio dal Congresso di Vienna nel 1815, la volontà di coltivare un tenace particolarismo anti-piemontese si manifesterà ben presto col recupero delle memorie storiche repubblicane e di tutto ciò che poteva sottolineare, in qualche modo, un’alterità forte rispetto all’ingombrante monarchia. Un filone apologetico di riflessione metalinguistica si affannerà per decenni a dimostrare l’origine del latino dal genovese (sic!), lingua nobile per eccellenza, o, più sensatamente, la precarietà dell’attribuzione dei dialetti liguri allo stesso sistema di parlate “galloitaliche” comprendente anche il piemontese e il lombardo: sancita di lì a poco (pur con molti dubbi) dall’Ascoli, questa “settentrionalità” disturbava nel 1841 il canonico Giuseppe Olivieri, autore del primo Dizionario domestico genovese, nella cui premessa viene proposta l’immagine dei dialetti liguri come ponte ideale tra Toscana e Provenza; il lessico raccolto nell’operetta, comprendente molte tra le voci più “tipiche” ed esclusive, tra cui diversi termini orientali e svariati esempi di un lessico marinaresco certamente dotato di pochi riscontri tra le nebbie padane, sembra selezionato appositamente per sottolineare questa distanza, certamente ideologica non meno che sostanziale.

Nella seconda edizione, dieci anni dopo, Olivieri, intercettando opportunamente l’evoluzione del sentimento anti-sabaudo dei suoi concittadini in senso unitario-repubblicano, dichiarerà di aver concepito il suo lavoro per “insegnare” ai Genovesi l'italiano, “al santo fine di stringere con vincolo ognor più concorde tutti i popoli di questa terra gloriosa” , pur senza rinunciare alla tentazione di nobilitare il genovese attraverso una selezione di testi letterari e documentari dalle origini al Settecento.

Parallela a quella di Olivieri, l’opera di Giovanni Casaccia risente a sua volta di questa dialettica irrisolta tra municipalismo e patriottismo italiano: il suo tuttora fondamentale Vocabolario genovese (1851), giunto nel 1876 alla sua seconda e definitiva edizione, aspira senz’altro a facilitare l’uso dell’italiano da parte del pubblico locale, non meno che a consegnare, attraverso la sua lingua, un vero e proprio “monumento” alla civiltà locale, esattamente come farà nel 1857 un altro lessicografo ligure, Angelo Olivieri, il cui Vocabolario domestico risulta arricchito di preziose tavole illustrative.

 
Il lessico “popolare” e il lessico “borghese”
 

La lessicografia genovese ottocentesca, come quella di altre regioni italiane, presenta tuttavia dei limiti ideologici che sono il riflesso dell’elitarismo di fondo di tanta cultura risorgimentale: da un lato infatti, la scelta delle voci trascura spesso e volentieri il lessico più schiettamente “popolare”, rivolgendosi implicitamente a un ambiente borghese del quale viene meticolosamente descritta, invece, la terminologia nei vari ambiti familiari, casalinghi, lavorativi ecc.; dall’altro, l’italiano utilizzato per tradurre le voci locali è un improbabile fiorentino cruscante, lontanissimo da un’ipotesi di “lingua media” effettivamente spendibile nell’ambito delle relazioni sociali locali e dei rapporti interregionali: un vernacolo che per certi aspetti finiva per restringere, invece che allargarle, le possibilità comunicative di un ambiente mercantile che aveva ancora nel genovese, come testimonia abbondantemente la documentazione dell’epoca, un suo ruolo importante nelle transazioni commerciali lungo le coste del Mediterraneo e dell’Atlantico.

 
Inizi del Novecento: progressi nella ricerca
 

Solo col 1910 e col Dizionario moderno di Gaetano Frisoni il genovese disporrà così di un lessico in grado di soddisfare le esigenze “attuali” della società ligure, dotato anche, significativamente, di un indice inverso italiano-genovese. Concepito nel momento che segna l’effettiva affermazione, presso la borghesia genovese, di esigenze di adeguamento linguistico alla nuova realtà unitaria, il lavoro di Frisoni è al tempo stesso un tentativo di codificazione, che ben si inserisce nell’ultima fase della reazione regionalistica all’italianizzazione, e risente anche dei progressi della ricerca dialettologica che, relativamente alla Liguria, stava conoscendo in quegli anni, con l’opera di Ernesto Giacomo Parodi, un deciso rilancio.

 
La ripresa dagli anni Novanta
 

Dal secondo Dopoguerra in poi, la lessicografia dialettale conosce in Liguria nuovi sviluppi. Dopo l’uscita nel 1955 del Nuovo dizionario di Alfredo Gismondi (una ripresa scolorita del Frisoni e dei dizionari ottocenteschi), l’interesse per il genovese in quanto varietà urbana sembra venir meno fino a tempi recenti, fino a quando cioè, a partire dagli anni Novanta, la produzione di dizionari riprende con una serie di titoli che si inseriscono peraltro nel solco della tradizione, compendiando il più delle volte i lavori precedenti, e riproponendo in gran parte un lessico “codificato” secondo la prassi ottocentesca, salvo adeguamenti ortografici (talvolta astrusi) e moderati tentativi di aggiornamento alla realtà linguistica contemporanea: bisogna attendere questa fase recente, ad esempio, per trovare lemmatizzata la parola forse più presente nella conversazione quotidiana dei Genovesi, resa oggi popolare in tutta Italia da comici e politici liguri (due categorie che non sempre è agevole tenere distinte), finora pudicamente espunta per il suo carattere volgare.

 
La scienza in Val Graveglia
 

Quanto alle varietà locali, e in particolare ai dialetti liguri più eccentrici rispetto al modello genovese, se fino agli anni Settanta si disponeva di pochissime raccolte lessicali, e occorreva fare soprattutto riferimento ai dati presenti negli atlanti linguistici, la pubblicazione nel 1975 del lessico storico-etimologico relativo alla Val Graveglia nel retroterra di Chiavari, realizzata dal linguista fiammingo Hugo Plomteux al termine di un’inchiesta pluriennale condotta secondo i metodi più aggiornati della ricerca dialettologica e sociolinguistica, segnò l’avvio della lessicografia scientifica in Liguria, proprio a partire da un’area marginale e poco nota dal punto di vista linguistico.

 
Un VPL pluridialettale
 

Uno sviluppo ulteriore si verificò in seguito all’avvio in quegli stessi anni del progetto di un Vocabolario delle parlate liguri (VPL) promosso da una rete di associazioni con la collaborazione scientifica dell’università di Genova. Questa iniziativa vide anzitutto, tra il 1985 e il 1992, la pubblicazione in quattro volumi di un’opera concepita come un moderno dizionario pluridialettale, che rende conto delle differenze fonetiche, morfologiche e lessicali delle singole varietà, dotata di un’appendice di lessici speciali dedicati ai nomi degli uccelli, dei pesci e alla nomenclatura della pesca e marineria.

Ma un aspetto significativo dell’impresa del VPL fu anche il fatto che molti raccoglitori dei materiali, per lo più “cultori” interessati soprattutto alla propria specifica parlata, realizzarono autonomamente anche dei vocabolari locali, arricchendo le raccolte di materiali confluiti nel VPL; questa circostanza generò a sua volta un processo di emulazione in località rimaste escluse dal vocabolario regionale, col proliferare di pubblicazioni lessicografiche di qualità diseguale, ma spesso interessanti per la conoscenza delle parlate di un’area, come la Liguria, caratterizzata da una notevole varietà di esiti pur all’interno di una sostanziale unità linguistica: oggi il numero dei dialetti locali dotati di un proprio vocabolario si aggira intorno al centinaio, comprendendo anche le aree esterne alla regione amministrativa caratterizzate da parlate di tipo ligure, da Briga a ovest (dove il dizionario della cultura brigasca di Massajoli e Moriani rappresenta una buon esempio di raccolta lessicale concepita a partire da interessi prevalentemente etnografici) alla val di Taro ad est, da Novi Ligure a nord fino alle isole linguistiche di Bonifacio in Corsica e Carloforte e Calasetta in Sardegna.

 

 

2000 e oltre: il Vocabolario ligure storico-bibliografico

 

 
 

In una regione nella quale l’uso scritto del volgare prima e della varietà genovese urbana poi si è sviluppato senza soluzione si continuità a partire dal sec. XIII, la possibilità di disporre di un’ampia e continua documentazione in diacronia aveva dato origine, già nell’Ottocento, a spogli condotti da linguisti e filologi come Flechia e Parodi, ma solo con la pubblicazione tra il 2002 e il 2003 del Vocabolario ligure storico-bibliografico (VLSB) di Sergio Aprosio il rilievo di questi materiali per la storia linguistica non soltanto della Liguria, ma dell’intero Mediterraneo è emerso in tutta la sua importanza.

I quattro volumi, due dei quali dedicati alle fonti mediolatine e due ai testi in volgare dalle origini ai giorni nostri, rappresentano una base fondamentale per la riflessione sul lessico di un’area linguistica caratterizzata, per la sua posizione e per le vicende storico-culturali in cui fu implicata, in una rete di relazioni di respiro soprarregionale e internazionale, che confermano il ruolo avuto da Genova come tramite nell’assunzione e nella diffusione di voci di grande circolazione. Se il contributo offerto in tal senso dal VLSB è stato determinante, lo spoglio completo delle fonti liguri, col contributo delle nuove tecnologie, fornirà in futuro nuovi elementi, che contribuiranno senz’altro a riscrivere molte pagine di storia linguistica, fornendo anche spunti importanti di riflessione metodologica. Intanto i vocabolari liguri di ultima generazione, a partire da quellotabarchinoin corso di pubblicazione, possono oggi contare, nel solco di una lunga tradizione, su una mole ingente di materiali utilizzabili a livello comparativo e di riflessione storico-etimologica, superando la dimensione di meri glossari locali per inserirsi in un quadro più ampio e articolate di conoscenze relative all’intera area linguistica.

 
 
Bibliografia specifica
 

Còveri , Lorenzo, Petracco Sicardi , Giulia, Piastra , William, Bibliografia dialettale ligure, Genova, A Compagna, 1980; Toso , Fiorenzo e Piastra, William, Bibliografia dialettale ligure. Aggiornamento 1979-1993, Genova, A Compagna, 1994.

 

Forner , Werner, Zum Stand der Lexikographie im Ligurischen , in W. Dahmen, G. Holtus, J. Kramer, M. Metzeltin, W. Schweickard, O. Winkelmann , Zur Lexikographie der romanischen Sprachen. Romanistischen Kolloquium XXVIII , Tübingen, Narr, 2014, pp. 41-85.

 

Toso , Fiorenzo, Lessicografia genovese del sec. XVIII, in «Bollettino dell’Atlante Linguistico Italiano», III serie, 22 (1998), pp. 93-119.

 

Toso , Fiorenzo, Formazione di repertori lessicali in contesti di eteroglossia contigua. Raccolta, inventariazione e presentazione dei materiali per il Dizionario Etimologico Storico Tabarchino, in Francesco Bruni e Carla Marcato , Lessicografia dialettale. Ricordando Paolo Zolli. Atti del convegno di studi (Venezia, 9-11 dicembre 2004), Roma – Padova, Antenore, 2006, vol. 2, pp. 447-470.

 

Toso , Fiorenzo, Aspetti della lessicografia genovese tra Sette e Ottocento, in «Studi di Lessicografia Italiana», 26 (2009), pp. 203-228.

 

 

*Fiorenzo Toso (1962) è professore associato di Linguistica generale all’Università di Sassari. I suoi interessi vanno dalla dialettologia della Liguria, sua regione d’origine, allo studio dei fenomeni di insularità e contatto linguistico, dall'etimologia e lessicografia (come collaboratore del Lessico Etimologico Italiano) alla riflessione su temi sociolinguistici, con particolare riferimento alle minoranze. Tra le sue opere più recenti, Lingue d’Europa (Milano, Baldini e Castoldi 2006), Le minoranze linguistiche in Italia (Bologna, Il Mulino 2008), Linguistica di aree laterali ed estreme (Udine, Centro Internazionale sul Plurilinguismo 2008), La Sardegna che non parla sardo (Cagliari, CUEC 2012), Le parlate liguri della Provenza. Il dialetto figun tra storia e memoria (Ventimiglia, Philobiblon 2014).

 

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