01 maggio 2016

Il futuro unitario e plurale della lingua dei giornali quotidiani

di Maurizio Dardano*

 

Da alcuni decenni la lingua dei nostri quotidiani rincorre affannosamente altri media: alla “settimanalizzazione” (l’imitazione dei settimanali, iniziata intorno al 1975) è seguita la teledipendenza, attiva non soltanto nel proliferare delle immagini, ma anche nell’impaginazione, nella testualità e nella scrittura.

 

Dal telegrafo ai gadget

 

La lingua dei quotidiani ha avuto da sempre condizionamenti “ambientali” (sociali, culturali, politici) e tecnici: già nel primo Novecento l’invenzione del telegrafo ha semplificato la sintassi e abbreviato le frasi; dal 1930 la stampa a rotocalco ha esteso il dominio delle immagini a colori; a metà degli anni Settanta è iniziata l’era informatica, che ha facilitato la composizione e la trasmissione dei testi e ha introdotto, a vari livelli, collegamenti ipertestuali. Al tempo stesso, negli ultimi decenni si sono affermati modelli concorrenti: dal giornalismo on line, capace di una diffusione istantanea delle notizie, ai “quattro pagine”, produttori di commenti estesi e approfonditi, ai giornali gratuiti, portatori di tratti linguistici semplificati e moderatamente innovativi. Non va dimenticato l’“intorno” del quotidiano, diventato un “contenitore” di allegati, supplementi, libri, enciclopedie (nonché di compact disc, dvd e gadget di varia natura). Tutte queste “aggiunte” hanno aumentato il prestigio del giornale, rinnovando contesti e orizzonti di attesa, promuovendo relazioni e confronti tra i diversi settori.

 

Come si può salvare la stampa?

 

Le nuove dimensioni comunicative, l’interattività orizzontale, la globalizzazione (causa tra l’altro di nuove gerarchie sociali e politiche), gli effetti prodotti dalle tecnologie usate nella composizione hanno sollevato dubbi su quanto sembrava certo e assodato. Siamo ancora d’accordo sul fatto che «la radio ci dà la notizia; la televisione ce la fa vedere; il giornale ce la fa capire»? Crediamo ancora che il salvataggio della stampa sia possibile soltanto in due modi: approfondendo i problemi (via seguita dai fogli di opinione) o partecipando alle regole della televisione (via seguita dai quotidiani generalisti)?

 

Modello di prestigio o esempio di inadeguatezza?

 

Quali ragionevoli previsioni si possono fare sul futuro della lingua dei quotidiani? Abbiamo visto i condizionamenti esterni, ma la lingua dei quotidiani ha proprie regole di autogestione e di sviluppo. È, al tempo stesso, unitaria e plurale: è unitaria grazie all’ambiente e alla tradizione; è plurale perché composita: le differenze dipendono dai vari temi trattati, dai tipi testuali e dagli intenti enunciativi prescelti. Nell’insieme la lingua dei quotidiani si presenta come un “diasistema aperto” all’innovazione e alle varianti. Per alcuni studiosi i quotidiani, nonostante i cambiamenti, restano uno specchio fedele dell’italiano scritto, sono testimoni di usi formali stabili e quindi rappresentano un modello di prestigio; altri invece condannano senza appello una lingua in cui ritrovano inadeguatezza comunicativa, banalità, errori di grammatica e di lessico.

 

Testimoni dello stato di salute della lingua

 

Come sempre, la verità sta nel mezzo: i quotidiani offrono modelli di lingua, certo criticabili e quindi perfettibili, ma in ogni caso sono testimoni dello stato di salute dell’italiano contemporaneo. Generalista o specializzata, la stampa costituisce un vasto territorio in cui confluiscono linguaggi diversi, in parte custodi della tradizione, in parte portatori di novità; nell’insieme rappresenta una pluralità capace di fornire una visione complessiva della situazione della nostra lingua scritta. Azzardiamo qualche previsione, distinguendo tre settori.

 

Testi misti e polifunzionali

 

La testualità . Lo spazio informativo si suddivide secondo modelli che passano facilmente dall’uno all’altro medium, in funzione non tanto dell’efficacia comunicativa quanto piuttosto di una lettura rapida e settoriale, la quale spinge a isolare i fatti in appositi recinti (riquadri o box) per favorire l’espandersi del continuum dei commenti; si tratta di un’evoluzione significativa rispetto, per es., alla “struttura a stella” (articolo centrale circondato da trafiletti) in voga negli anni Ottanta. Assieme allo scambio di modelli un’altra tendenza appare in pieno sviluppo: la fusione di tipi di testo originariamente distinti. I testi misti o polifunzionali appaiono sempre più di frequente. Le articolazioni tematiche dipendono anche dalle esigenze della videoimpaginazione. Gli articoli continuano a suddividersi in blocchetti separati da spazi, in modo da favorire una lettura modulare e “randomizzata” dei testi; per questa via s’impone una coesione testuale fondata soprattutto sulla successione dei componenti. I rapporti e i riferimenti tra le parti saranno sempre più realizzati sui piani della figuralità e dell’iconismo. Nei titoli s’imporrano nuovi procedimenti di sintesi enunciativa.

 

Riduzionismo e stereotipi

 

La sintassi . È facile prevedere un progresso della modularità compositiva, accompagnato dalla ricerca delle brevità e dello snellimento dei periodi. A tal fine crescerà l’uso dei modi verbali indefiniti, come il participio passato all’inizio di frase (costrutto che per la frequenza d’uso ha fatto dimenticare la sua origine burocratica); crescerà, nelle sue varie forme, lo stile nominale, strumento essenziale del riduzionismo sintattico; le proposizioni avverbiali saranno introdotte da nessi espliciti al fine di evitare fraintendimenti; sarà favorito l’ordine marcato dei componenti del periodo; aumenteranno gli schemi fissi e gli stereotipi. Una formazione delle parole, ricca di nuovi tipi di suffissati, prefissati e composti, continuerà a sostenere le eventuali debolezze della sintassi.

 

Meno anglismi?

 

Il lessico . Il prevedibile aumento di composti analizzabili e funzionali potrà indurre a una riduzione degli anglismi. L’operazione potrebbe essere sostenuta dalle istituzioni e da una “scolarizzazione aziendale” (vale a dire un insieme di istruzioni linguistiche impartite al livello dei dirigenti e dei comunicatori). La rideterminazione in senso tecnico di vocaboli comuni, già attiva nella cronaca economico-finanziaria, è destinata a estendersi e potrà favorire una riduzione degli anglismi. I residui dell’aulicità e della vecchia retorica si ridurranno ulteriormente o si restringeranno nei recinti del linguaggio burocratico.

 

*Maurizio Dardano è professore emerito dell’Università Roma Tre, dove ha insegnato Linguistica italiana dal 1974 al 2009. È autore di volumi e di articoli riguardanti l’italiano antico e contemporaneo. Per quest’ultimo settore si ricordano: Il linguaggio dei giornali italiani (Laterza, 3a ed. 1986), Costruire parole. La morfologia derivativa dell’italiano (il Mulino, 2009), Stili provvisori. La lingua della narrativa italiana d’oggi (Carocci, 2010), La lingua della nazione (Laterza, 2011).

 

Immagine: Edicola posta a un angolo di strada a Salta (Argentina)

 

Crediti immagine: Adam Jones Adam63 [CC BY-SA 3.0 (https://creativecommons.org/licenses/by-sa/3.0)]


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