01 maggio 2016

I “morsi sonori” della lingua politica nell’era dei talk-show

di Edoardo Novelli*

 

La televisione, è noto, ha ricoperto un ruolo determinante nella diffusione della lingua italiana. Una lingua italiana di base, capace di superare localismi e dialetti che avevano resistito immutati anche all’unità d’Italia del 1861. Ben più dei programmi pedagogici ed educativi specificatamente indirizzati all’alfabetizzazione degli italiani, quali Non è mai troppo tardi, i principali artefici di questo processo sono stati quelli intrattenitivi e leggeri come Lascia o raddoppia?, Campanile Sera, Carosello che, parallelamente alla creazione di una scena pubblica nazionale, hanno agito sulle competenze linguistiche dei telespettatori italiani. Il prezzo di questa unificazione linguistica andata estendendosi man mano che negli anni la televisione ha aumentato la sua diffusione e il suo impatto sulla società e sulla cultura italiana è stato l’affermazione dei tempi, delle forme e dei vocabolari espressivi più congeniali al linguaggio dello strumento. Infine, il prevalere, almeno a partire dagli anni Ottanta, del modello televisivo commerciale-spettacolare su quello pubblico-culturale, che è uno dei tratti che caratterizza la neo-televisione, ha completato l’opera. Si tratta di un fenomeno complesso, analizzato ed osservato da diversi punti di vista per le sue conseguenze sulla cultura e sull’identità Italiana di oggi che ha visto, anche per quanto riguarda la lingua, il sacrificio della complessità a favore della semplicità, della riflessione a favore dell’emozione, della quantità a favore della qualità. Con la conseguenza dell’esclusione dalla scena pubblica costruita dalla televisione di ogni linguaggio settoriale o specifico.

 

Sovrapposizione di politica e televisione

 

Nel corso degli ultimi decenni politica e televisione si sono progressivamente avvicinati sino a sovrapporsi. Un fenomeno sovranazionale, comune alle principali democrazie mature dei paesi industrialmente sviluppati, ma che in Italia ha assunto forme e modi altrove inediti per qualità e soprattutto quantità.

 

L'era del talk politico

 

Il talk-politico si è sviluppato lungo un percorso lento e progressivo. In alcuni casi la televisione ha recepito i tempi, assecondando il clima sociale e politico prevalente, realizzando una messa in scena coerente e orientata in tale direzione, come nel caso delle Tribune Politiche o, trentacinque anni dopo, di Porta a Porta. Altre volte, il mezzo ha avuto la capacità di cogliere le istanze di cambiamento, anticipandole e condensandole in messe in scena in grado di ripercuotersi sulle forme e i significati dell’arena pubblica, e ridefinirla, come nel caso della spettacolarizzazione all’insegna degli elementi personali proposta da Bontà Loro a metà degli anni Settanta, dei primi esperimenti di partecipazione online mediata dal mezzo tentati da L’Altra Campana nel 1980, dell’invenzione della piazza televisiva di Samarcanda e della popolarizzazione dello spazio pubblico da parte di Funari verso la fine degli anni Ottanta o, in epoca recente, della sua ibridizzazione in chiave social. Man mano che si prosciugavano i tradizionali bacini e luoghi della partecipazione, la costruzione di un’arena pubblica televisiva ha operato in controtendenza, allargandone i confini ma, parallelamente, incidendo sui tratti e sulle forme del discorso pubblico e del coinvolgimento.

 

La forza dei mass media

 

Oggi la politica ed i partiti non sono più i titolari del proprio racconto, che deve essere continuamente contrattato e ridefinito con quelli proposti dai principali mass media e programmi d’informazione, primi fra tutti i talk show, che per arricchirli e drammatizzarli si avvalgono di linguaggi e formati derivati dall’intrattenimento e dalla fiction, selezionano i protagonisti, lavorano sul setting dei programmi.

 

Le macchine sceniche

 

Il risultato è che il discorso politico si è adattato al linguaggio comune della televisione perdendo ogni specificità e caratterizzazione. D’altronde per poter avere accesso da protagonista ai talk ed ai salotti televisivi e nella speranza di dialogare con il loro pubblico generalista, la politica deve parlare il linguaggio di quei programmi e di quel pubblico, ed è sulla base della padronanza di quelle specifiche competenze linguistiche (cioè non solo l’uso di un particolare vocabolario ma anche la conoscenza e la padronanza della logica del mezzo, dei tempi di parola, dei flussi comunicativi propri di quelle macchine sceniche che sono i talk-show) che viene giudicata e, eventualmente, apprezzata. Il fenomeno non incide solo sul vocabolario, con l’eliminazione di ogni termine complesso e specifico ma al contempo anche più “significativo”: ha dirette conseguenze sulla costruzione della frase, cioè l’articolazione del pensiero, ridotta ai tempi serrati della televisione, ai cosiddetti soundbite, letteralmente “morsi sonori”, cioè frasi ad effetto, ed influisce anche sul tono del discorso, sulla percezione dei protagonisti del dibattito pubblico.

 

Trentadue trasmissioni

 

Un’attenta analisi tanto dell’offerta quanto degli ascolti dei talk show attuali rivela che più che di fronte ad una crisi del genere, da più parti forse troppo sbrigativamente proclamata, si è in presenza di una ridefinizione delle sue caratteristiche formali e linguistiche. La messa in onda solo nel mese di novembre 2015 di trentadue trasmissioni rientranti nel macrogenere del talk show politico, per un totale di 524 puntate e un numero di ascoltatori complessivo superiore ai 450 milioni di telespettatori, confermano una certa vitalità e comunque il peso ancora giocato dal talk-show nella costruzione dell’arena pubblica e nel determinare temi e toni del discorso politico. I tratti principali di questa ridefinizione del genere sono: la nascita di una concorrenza diretta fra talk-show politici – su tutti Ballarò e Di martedì -; l’estensione temporale di molti di questi programmi, che in alcuni casi arriva alle tre ore; la conseguente destrutturazione dell’unità del salotto/parterre in più salotti/parterre che si succedono nel corso della stessa puntata; la tendenza a organizzazione il programma in rubriche e sezioni, alcune delle quali preregistrate, che spostano il genere verso il rotocalco; una sempre più evidente contaminazione con la satira presente in alcuni dei più popolari talk politici; l’introduzione di nuovi personaggi e meccanismi finalizzati a movimentare la “mise en scene” del programma. Infine, dato più interessante ai fini del tema di questo intervento, una progressiva contaminazione con la rete e in particolare con i social network. Sostituita la piazza fisica della politica con la piazza elettronica, all’inizio del nuovo millennio, lungi dal perdere la centralità dello spazio pubblico, la televisione sembra orientarsi verso il coinvolgimento e l’aggregazione di comunità sociali già attive sul web, dotate di pratiche di condivisione e relazione, fungendo da collettore di luoghi e arene di discussione presenti in rete.

 

Il prevalere dell’invettiva

 

Se una prima conseguenza di questo fenomeno ancora in fase di sviluppo è l’abbattimento di ogni gerarchia comunicativa e di conseguenza di ogni autorevolezza/autorità politica e istituzionale, altre sono l’adozione delle forme partecipative tipiche dell’intrattenimento televisivo da parte della sfera politica con l’equiparazione dei meccanismi propri del political engagement a quelli dell’audience engagement, e l’estensione dei registri e degli stili comunicativi tipici della rete al discorso pubblico in televisione e al linguaggio della politica. Il che significa il prevalere della brevità, dell’invettiva, dell’ironia, della contrapposizione, della polemica, del fake, dell’immediatezza dei like e dislike. Generi e stili predominanti in rete che ben si adattano alle forme di partecipazione proprie del fandom (comunità di fan) e meno a quelle della cittadinanza, della partecipazione, dell’approfondimento.

 

Cuoraggiosi e petalosi

 

La contaminazione con la rete è alla base di un cambiamento del linguaggio della politica che non si limita solo allo strumento televisivo. Alcuni esempi dai molti offerti dalla cronaca delle ultime settimane. La rapidità con la quale alti rappresentanti delle istituzioni e uomini politici hanno aderito alla campagna di diffusione lanciata in rete del neologismo petaloso, facendolo proprio; l’utilizzo nel dibattito e nella polemica post referendum sulle trivellazioni del 17 aprile del termine ciaone, espressione gergale diffusa fra gli utenti giovanili dei social network; infine il calambour lessicale cUoraggiosi che firma i manifesti del candidato a sindaco di Roma Alfio Marchini. Invenzioni o appropriazioni linguistiche deboli dal punto di vista del significato, quando non totalmente vuote, alle quali si ricorre nella speranza che servano a rendere quei messaggi più accattivanti e più moderni e vicini ai destinatari i loro autori.

 

L’articolo riprende spunti e analisi sviluppati dall’autore nel volume La democrazia del talk-show, recentemente pubblicato da Carocci, al quale si rimanda.

 

* Edoardo Novelli è professore associato all’Università degli Studi Roma Tre, dove insegna Comunicazione politica e Sociologia dei Media. I suoi campi di interesse riguardano la sociologia politica, l’interazione fra media, informazione e sistema politico, la storia dell’iconografia e delle campagne elettorali, la trasformazione della scena pubblica e dei suoi attori. Su questi temi ha scritto monografie, pubblicato articoli in riviste nazionali ed internazionali, firmato programmi televisivi e curato mostre. Ultima pubblicazione La democrazia del talk show. Storia di un genere che ha cambiato la televisione, la politica, l’Italia, Roma, Carocci 2016. Ha costituito ed è responsabile dell’Archivio digitale degli spot politici italiani.

 

Immagine: L’icona del Like di Facebbok

 

Crediti immagine: Enoc vt [Public domain]


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