01 maggio 2016

I nuovi italiani e il nuovo italiano

di Massimo Palermo*

 

L’immigrazione ha costituito uno dei fattori di rinnovamento più rilevanti della nostra storia linguistica recente. L’Italia – è noto – è stata a lungo un Paese di emigranti: l’arretratezza e gli squilibri economici interni al neonato stato sabaudo hanno generato, nel primo secolo di storia unitaria, circa 25 milioni di emigrati. Dagli anni Sessanta del secolo scorso il quadro comincia a cambiare e per la prima volta nel 1972 si registra un saldo migratorio positivo, cioè gli ingressi superano (seppure di poche migliaia) gli espatri. Un dato percentualmente trascurabile, ma che segnava l’inizio di un’inversione di tendenza: nei decenni successivi il numero dei cittadini stranieri in Italia è cresciuto costantemente, fino a raggiungere oggi percentuali di poco inferiori al 9% della popolazione.

 

Il momento del neoplurilinguismo

 

Al tradizionale plurilinguismo endogeno che aveva caratterizzato il nostro spazio linguistico – caratterizzato dalla coabitazione tra italiano, dialetti e lingue di minoranza – si aggiunge così un plurilinguismo esogeno, o neoplurilinguismo. A differenza di altre nazioni europee, l’immigrazione in Italia è caratterizzata dalla forte diversificazione dei Paesi d’origine: pur con la concentrazione su alcune nazionalità prevalenti (Romania, Marocco, Albania, Cina) gli immigrati rappresentano oltre 190 cittadinanze diverse. La presenza delle lingue immigrate ha portato per la prima volta gli italiani – e l’italiano – in contatto con culture e idiomi con cui le occasioni di scambio erano state finora scarse o nulle. La relativa stabilità del progetto migratorio ha determinato inoltre una forte presenza di figli di immigrati nella scuola. Sono bambini e adolescenti spesso nati in Italia, che nelle statistiche ufficiali sono classificati come “non nativi” solo per ragioni burocratiche (la mancanza di cittadinanza, dovuta a una legislazione ancora più orientata al passato che al presente).

 

Una lingua filiale

 

Per descrivere il rapporto con la lingua italiana da parte delle seconde generazioni sono state proposte le etichette di lingua di contatto o lingua adottiva, per sottolineare che l'apprendimento dell'italiano si affianca a quello della lingua d'origine e fa parte integrante della scolarizzazione, della socializzazione primaria e della costruzione identitaria; o lingua filiale, in opposizione a lingua materna, per sottolineare che spesso sono proprio i bambini a portare dentro le mura domestiche l’italiano. La presenza dei bambini nelle famiglie immigrate costituisce infatti un fattore di integrazione linguistica molto importante, in quanto induce molti genitori a sforzarsi di apprendere meglio l’italiano. In tale quadro i figli svolgono il ruolo di mediatori tra la lingua-cultura di origine e la nostra.

Questo cambio di scenario si è verificato in concomitanza con un’altra radicale evoluzione delle abitudini linguistiche degli italiani: dalla fine del XX secolo le rilevazioni ISTAT offrono un quadro diverso dei nostri comportamenti linguistici: per la prima volta la maggioranza relativa della popolazione dichiara di parlare prevalentemente l’italiano, non   solo in pubblico, ma anche in famiglia e con amici. La conquista dell’italofonia primaria (la lingua nazionale non è più, per molti, una lingua appresa secondariamente sui banchi di scuola) non ha determinato la scomparsa dei dialetti ma ha aperto nuovi spazi di coesistenza tra dialetto e lingua, dove il primo non è più vissuto come una mancanza, ma come una varietà in più, da impiegare a fini amicali, ludici, espressivi, creativi. Il neoplurilinguismo aggiunge dunque un nuovo asse di variazione al complesso quadro di convivenza tra lingue e varietà di lingua che ha storicamente contraddistinto lo spazio linguistico italiano.

 

Tre nuovi fronti di cambiamento

 

Ma come sta cambiando e cambierà il nostro assetto linguistico in conseguenza di questo importante cambio di scenario?   Se guardassimo solo all’indicatore più evidente della presenza delle nuove lingue immigrate, cioè l’accoglimento di neologismi lessicali, dovremmo ridimensionare la portata del fenomeno e limitarci a registrare l’ingresso di pochi esotismi che si riferiscono per lo più a piatti tipici, vestiti, usanze, modi di dire. Naturalmente non è così, perché siamo di fronte a un fenomeno braudelianamente di longue durée, che dispiegherà i suoi effetti nel tempo. Per avere un’idea più accurata del meccanismo di cambiamento che si è innescato dobbiamo misurare l’impatto linguistico delle nuove comunità su almeno altri tre fronti:

 

·                    l’impronta semiotica, cioè la traccia visiva che le lingue immigrate (e i loro sistemi di scrittura) sono in grado di disseminare nei panorami linguistici urbani attraverso le scritture esposte: insegne commerciali, volantini di promozione di prodotti e servizi ecc. La traccia oltre che visiva è anche acustica: tali lingue si possono infatti ascoltare nei luoghi pubblici, nella produzione musicale, in trasmissioni radio e tv;

·                    la moltiplicazione delle occasioni di contatto e di mescolanza di codici; i nuovi italiani usano sul lavoro e nella vita sociale le loro lingue, mescolate con l’italiano o i dialetti (questi ultimi soprattutto nelle regioni dove la loro vitalità è ancora forte). Tali occasioni di contatto produrranno verosimilmente un rimescolamento delle carte, e in questo quadro l’italiano svolgerà la funzione di lingua veicolare: fatte le debite proporzioni un po’ come all’estero l’italiano (o un’approssimazione a esso) ha svolto nel secolo scorso il ruolo di piattaforma linguistica comune per i nostri emigrati dialettofoni;

·                    l’uso espressivo della lingua. Se molti nuovi italiani si accontentano di arrivare a padroneggiare gli usi comunicativi, alcuni sperimentano l’uso scritto creativo della nostra lingua. Narratori noti come Amara Lakhous, Tahar Lamri, Igiaba Scego rappresentano solo la punta dell’iceberg, sotto la quale troviamo le storie di tante persone che hanno, con motivazioni diverse, scelto l’italiano come lingua per esprimere il vissuto e le emozioni, spesso per raccontare la faticosa conquista di un’identità multiculturale e plurilingue. Questa adozione dell’italiano non necessariamente è la conseguenza di un percorso di immigrazione: la scrittrice indiano-statunitense Jhumpa Lahiri ha subito una sorta di innamoramento nei confronti della nostra lingua, che ha ben raccontato nel suo recente In altre parole. Questi esperimenti di uso letterario della lingua italiana stanno creando un nuovo capitolo della storia dell’eteroglossia letteraria italiana, cioè l’uso   della lingua per scelta consapevole di non madrelingua, una storia plurisecolare che vanta i precedenti illustri di Montaigne, Voltaire, Mozart, Byron, Gogol’, Joyce.

 

Indicazioni di lettura

Bagna, C. - Barni, M. – Vedovelli, M., Italiano in contatto con lingue immigrate: nuovi modelli e metodi per il neoplurilinguismo in Italia, in C. Consani, P. Desideri (a c. di), Minoranze linguistiche. Prospettive, strumenti, territori, Roma, Carocci, 2007, pp. 270-89.

Bagna, C. – Barni, M., La lingua italiana nella comunicazione pubblica/sociale internazionale, in «Studi Italiani di Linguistica Teorica e Applicata» XXXVI, 2007, pp. 529-53.

Brugnolo, F., La lingua di cui si vanta Amore, Roma, Carocci, 2009.

Consani, C. et al., Alloglossie e comunità alloglotte nell’Italia Contemporanea. Atti del XLI congresso internazionale di studi della Società di Linguistica Italiana (Pescara, 27-29 settembre 2007), Roma, Bulzoni, 2009.

Dal Negro,   S., Guerini, F., Contatto. Dinamiche ed esiti del plurilinguismo, Roma, Aracne, 2007.

Dal Negro, S., Molinelli, P., Comunicare nella torre di babele. Repertori plurilingui nell'Italia di oggi, Roma, Carocci, 2004.

Lahiri, J., In altre parole, Milano, Guanda, 2015.

Palermo, M., Barni, M., Multilinguismo in Italia: nuove minoranze, lingue dell'immigrazione (con M. Barni), in N. Maraschio, D. De Martino, N. Stanchina (a c. di), Esperienze di multilinguismo in atto. Atti del Convegno di Firenze, 21-23 maggio 2009, Firenze, Accademia della Crusca, 2010, pp. 159-76.

 

*Massimo Palermo insegna Linguistica italiana all’Università per stranieri di Siena. Tra le sue pubblicazioni recenti Grammatica italiana di base (con P. Trifone, Bologna, Zanichelli, 2014), Insegnare l’italiano come seconda lingua (Roma, Carocci, 2015, con P. Diadori e D. Troncarelli) e, per Il Mulino, Linguistica testuale dell’italiano (2013) e Linguistica italiana (2015).

 

Immagine: Carta delle rotte aeree nel 2009

 

Crediti immagine: Jpatokal [CC BY-SA 3.0 (https://creativecommons.org/licenses/by-sa/3.0)]


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