01 maggio 2016

Che lingua avrebbe fatto? Le previsioni di ieri e di oggi

di Eugenio Salvatore*

 

Nel 1960 Migliorini osservava che «la lingua italiana sarà ciò che sapranno essere gli italiani», legando il futuro del nostro idioma agli indirizzi della cultura e della società. Sulla base di questo principio, nel numero speciale (Che lingua fa?) della rivista «Nuovi Argomenti» a domanda diretta molti linguisti hanno evitato di azzardare previsioni sui futuri assetti della nostra lingua. Ma pronostici di questo tipo non sono mai mancati, ed è interessante provare a valutarne l’esattezza dalla (facile) prospettiva dell’oggi.

 

Da pochi   cólti a milioni di persone

 

La realtà linguistica peninsulare è mutata radicalmente nella seconda metà del ’900, quando da patrimonio di pochi cólti l’italiano si è fatto strumento per la comunicazione di milioni di persone. In particolare negli anni ’80-’90 il tema della sua sorte (e delle medicine per curarne i malanni) è diventato centrale. I linguisti apparivano consapevoli dei movimenti in atto, dell’ampia diffusione della lingua nazionale, ma anche del conseguente rischio di impoverimento delle sue strutture. Qualche esempio:   nel 1982 alla Crusca ci si interroga su dinamiche ed esiti de La lingua italiana in movimento; nel 1985 la rivista «Sigma» ospita, per cura di Gian Luigi Beccaria, una serie di interventi sul tema Italiano, lingua selvaggia?; nel 1987 si pubblica il volume Dove va la lingua italiana?; nel 1994 si tiene in Germania un incontro sull’italiano di domani che intendeva offrire Prospettive per una linguistica prognostica.

 

Che cosa pensavamo

 

Proviamo allora a isolare tre tematiche che negli anni ’80-’90 ricorrono nelle discussioni e nelle previsioni dei linguisti, paragonandole con gli sviluppi attuali.

 

Il ruolo del sistema scolastico , con particolare riferimento all’insegnamento linguistico. Il tentativo di sperimentare nuovi modelli di insegnamento della lingua iniziato con gli anni Settanta – oltre a un innegabile rinnovamento dei metodi – ha prodotto qualche frutto contrario alle aspettative. Denunciando un certo permissivismo dei nuovi metodi, nel 1985 Francesco Bruni afferma provocatoriamente che non esistono scorciatoie: parafrasando Pavese, «imparare stanca». Due anni dopo Beccaria sostiene che «la lingua non s’impara alleggerendo il proprio bagaglio culturale». Un confronto con i dati odierni mostra l’attualità di queste osservazioni. Tre diverse indagini – del 2001, 2006 e 2013 – evidenziano che circa il 70% degli italiani si colloca su bassi livelli di competenza alfanumerica: pertanto, più di due terzi dell’odierna popolazione italiana può usare la lingua in contesti, registri e aree tematiche molto limitate. In questo settore, dunque, le questioni di ieri erano fondate e sono rimaste apertissime, semmai acuite dagli effetti della rivoluzione digitale. Il rapporto tra scritto e parlato . Già a inizio anni ’80 era riconosciuta la forte pressione dell’oralità sulla scrittura. L’accorciamento dello iato tra lingua scritta e orale era inevitabile e per alcuni aspetti è stato salutare. Il problema sta diventando sempre più la capacità delle nuove generazioni di gestire l’alternanza tra registri formali e informali. A questo proposito, nel citato numero di «Nuovi argomenti» Rita Librandi denuncia la regressione delle capacità dei giovani di maneggiare la lingua nei suoi registri più alti. La presenza degli anglicismi . Negli anni ’80 i linguisti tendevano a non dare troppa importanza agli effetti della penetrazione di prestiti dall’inglese, che apparivano tutto sommato limitati quantitativamente e soprattutto non in grado di intaccare il lessico fondamentale. Si riteneva insomma che costituissero un processo fisiologico e che col tempo si sarebbero ridotti perché appartenenti a un «codice strumentale» (Nencioni) utile in un hic et nunc delimitato.

 

Sugli anglicismi, ora, un pensiero diverso

 

Diversamente dagli altri due casi, su questo tema il pensiero degli studiosi è cambiato. In un’intervista del febbraio 2015, Luca Serianni torna sul suo parere di vent’anni fa, osservando che se in passato l’ingresso di anglicismi era controllato, ora la portata quantitativa del fenomeno appare preoccupante; così Claudio Marazzini, che considera questione oggi stringente la sopravvivenza dell’italiano nel mondo universitario, minacciata dal dilagare dell’insegnamento in inglese. In questo ambito, l’ottimismo del passato si è dunque trasformato in un sentimento quasi contrario.

 

Le lingue immigrate

 

Aggiungiamo in conclusione un esempio di come la società (e con essa la lingua) evolve secondo dinamiche non sempre intercettabili dagli studiosi. Nessuno, o quasi, all’inizio degli anni Ottanta ha previsto il crescente influsso che avrebbero avuto le lingue immigrate. Questo aspetto è stato invece così importante dal punto di vista sociolinguistico che ha contribuito a ridefinire il plurilinguismo storico nazionale (italiano, dialetti, lingue di minoranza) arricchendolo con una nuova dimensione, testimoniata dalle centinaia di lingue immigrate sempre più presenti nello spazio linguistico peninsulare. Quest’ultimo esempio conferma, se ce ne fosse bisogno, che «fare previsioni sul futuro di una lingua è impresa, se non impossibile, almeno incauta» (Manlio Cortelazzo, 1985).

 

Una continuità di fondo

 

Colpisce comunque la continuità delle questioni di fondo esaminate dagli anni ’70 a oggi: dopo la sua affermazione e diffusione, l’italiano si porta dietro problemi di crescita che ne caratterizzano e ne caratterizzeranno la storia nel medio periodo. Dato questo quadro, appaiono dunque pronosticabili non tanto i singoli esiti grammaticali, quanto i percorsi generali di sviluppo della lingua e, con essa, della comunità che la parla.

 

Riferimenti bibliografici:

Giuseppe Antonelli (a cura di), Che lingua fa, in «Nuovi argomenti», lxxiii, gennaio-marzo 2016, pp. 34-152.

Gian Luigi Beccaria (a cura di), Italiano, lingua selvaggia?, in «Sigma», xviii. 1-2, 1985.

Giulia Carrarini, Gli anglicismi minacciano l'italiano? Quattro chiacchiere con Luca Serianni, in «Huffingtonpost», 24/02/2015

( http://www.huffingtonpost.it/giulia-carrarini/anglicismi-minacciano-italiano-quattro-chiacchiere-luca-serianni_b_6726950.html?fb_action_ids=10207982076583420&fb_action_types=og.shares ).

Günter Holtus / Edgar Radtke (a cura di), Sprachprognostik und das ‘italiano di domani’. Prospettive per una linguistica ‘prognostica’, Tübingen, Gunter Narr Verlag, 1994.

Jader Jacobelli (a cura di), Dove va la lingua italiana?, Roma-Bari, Laterza, 1987.

La lingua italiana in movimento . Incontri del Centro di studi di grammatica italiana, Firenze, Palazzo Strozzi 26 febbraio-4 giugno 1982, Firenze, presso l’Accademia, 1982.

 

*Eugenio Salvatore è assegnista di ricerca presso l’Università per Stranieri di Siena, dove svolge attività didattica e di ricerca. Si occupa di lingua degli emigrati e, in generale, di lingua delle scritture di semicolti. Si è occupato in passato del quarto Vocabolario della Crusca, pubblicando per l’Accademia un volume su Giovanni G. Bottari, e di questioni lessicografiche cinque-ottocentesche. Ha collaborato come borsista a un progetto di ricerca finanziato dall’Accademia della Crusca, è co-autore di un manuale universitario di storia della lingua italiana in preparazione, ha collaborato alla stesura della grammatica scolastica L’italiano, gli italiani, ha lavorato sia nell’insegnamento sia nella formazione di docenti di italiano come L2.

 

Immagine: Rappresentazione di venti e meteorologia in una tavola degli Acta Eruditorum del 1716

 

Crediti immagine: Biblioteca Europea di Informazione e Cultura [Public domain]


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