19 dicembre 2012

Alfano, la lingua del fac-simile

di Maria Vittoria Dell'Anna*

Siciliano, classe 1970, avvocato, Angelino Alfano entra in politica nel 1994, anno (denso di discese in campo) in cui è eletto consigliere provinciale nel collegio della sua città, Agrigento. Da lì, una rapida “salita” nella politica regionale, prima, e nazionale, poi (nel 1996 è eletto Deputato della Regione Sicilia; nel 2001 e nel 2006 è eletto Deputato al Parlamento nella Sicilia occidentale per la lista di Forza Italia e nel 2008 per il Popolo della Libertà). Nominato Ministro della Giustizia nel maggio 2008 nel Governo Berlusconi, lascia l’incarico a fine luglio 2011 per dedicarsi al partito, che il 1° luglio lo aveva nominato Segretario nazionale.
 
«S pinti dal basso»
 
Il rapido profilo linguistico di Alfano che qui tracceremo prende le mosse dai suoi interventi in qualità di Segretario Pdl e in qualità di (ormai ex) candidato alle primarie del centrodestra per l’elezione del candidato Premier alle politiche della primavera 2013. Un’ipotesi, quella delle primarie del centrodestra, che l’altalenante cronaca politica delle ultime settimane (fino alla prima decade di dicembre 2012) ci consegna probabilmente come ormai superata in seguito alla decisione di Silvio Berlusconi di ri-scendere in campo e di non affidare anche il Pdl a quello strumento di scelta “dal basso” (« Mai più scelti dall’alto ma spinti dal basso» è la regola-slogan dello stesso Alfano) che per il centrosinistra ha eletto Pierluigi Bersani da una rosa iniziale di cinque candidati, insieme a Matteo Renzi, Nichi Vendola, Laura Puppato e Bruno Tabacci .
 
Un nuovo rapporto con l'elettorato
 
Di Alfano Segretario Pdl e in corsa per le primarie del centrodestra disponiamo di un’amplissima quantità di appelli, di messaggi e di comunicazioni brevi lasciati sulle sue pagine personali dei social network Facebook e Twitter. Il ricorso ai social network è un tratto che accomuna ormai la gestione dell’agenda e della comunicazione politica di molti esponenti, di destra e soprattutto di sinistra, ed è da Alfano esplicitamente richiamato nell’appello ai giovani durante la chiusura del suo primo discorso da Segretario (Mirabello, Ferrara, luglio 2011) come aspetto vivificante di un nuovo rapporto con l’elettorato (e sappiamo che si tratta di un’area franca della comunicazione, che crea, se non reale consenso, almeno forte visibilità):
 
«E ai giovani che vogliono aderire, noi diciamo che non siamo alla ricerca dei giovani vecchi, di quelli che cercano subito l’incarico, la prebenda o il privilegio. Siamo alla ricerca di giovani che hanno voglia di attaccare un manifesto o di aprire un social network o di partecipare su Facebook ad una grande partecipazione popolare sulla piazza internauta in questa stagione del nostro tempo».
 
Il “santino” della prima campagna elettorale
 
Ma che cosa c’è dietro la proclamata ricerca del contatto, al di là della dichiarata apertura alla piazza internauta (che bene affianca, e non sostituisce, quella dei manifesti)? Che cosa c’è, se c’è, del rapporto con la tradizione? Aiutano a farsene un’idea i testi di interviste a giornali e tv e di discorsi pronunciati a congressi o eventi del partito, a cominciare dal discorso dell’“investitura” a Segretario nazionale (Roma, 1° luglio 2011). Il genere è quello del discorso congressuale; la situazione è “favorevole”; il pubblico è rappresentato da una folta platea di militanti e aderenti al partito; il mezzo è l’oralità, sebbene, come di solito accade negli interventi a congresso, si tratti di un parlato-su scritto. Dopo la consueta e breve formula d’apertura, col saluto ai «Cari Consiglieri nazionali, Cari Amici», per i dodici minuti successivi il discorso rievoca l’ingresso in politica di Silvio Berlusconi nel 1994 e, a questo conseguente, l’impegno all’epoca assunto da Alfano come adesione al progetto di un «imprenditore che aveva passione per la libertà, che aveva il sole in tasca, che aveva tanta voglia di cambiare il Paese»:
 
«Io non credo che sia un atto di debolezza confessare in pubblico un’emozione, e per questo vi dico che sono molto molto molto emozionato. Presidente, questa mattina mio papà mi ha portato il fac-simile, il santino della mia prima campagna elettorale, quella al consiglio provinciale di Agrigento del 1994. Era la primavera bellissima del 1994 ed io ero un ragazzo di 23 anni che aveva appena finito gli studi a Milano, che si era ritrasferito, per amore di quella terra, in Sicilia. Vidi in televisione un imprenditore che aveva passione per la libertà, che aveva il sole in tasca, che aveva tanta voglia di cambiare il Paese. Sentii una musica straordinaria, un jingle straordinario, che emozionò milioni di italiani e, vedendo quell’uomo, sentendo quella musica, sentendo quel programma, decisi unilateralmente… perché non lo concordai con il Presidente Berlusconi perché lui era alla televisione ed io lo guardavo dall’altra parte della televisione… decisi di aderire a Forza Italia».
 
Non stupisce che nell’avvio del discorso (e nelle parti successive) gli strumenti lessicali e semantici non siano dissimili da quelli del famoso discorso della discesa in campo tenuto da Berlusconi la sera del 26 gennaio 1994 a Reti Mediaset unificate. Così, ritroviamo nelle parole di Alfano il topos del luogo natale, i temi della passione, del coraggio e della forza, la trama sentimentale dell’azione politica dettata dal «grande cuore degli italiani», il tema del cambiamento (inverato in salsa rinnovamento), il luogo comune della qualità e quello, più ricorrente, della quantità. Sul topos della quantità, Alfano sceglie poi di ricordare non il “milione di posti di lavoro” (quelli del “nuovo miracolo italiano” della più celebre discesa in campo), ma i «milioni di volontari che ogni giorno senza retribuzione per puro amore si dedicano agli altri», oppure si sofferma (con certa enfasi e con plastica visione dei confini) sull’estensione geografica dei «milioni di storie di cittadini che hanno votato per noi, […] da Bolzano ad Agrigento, dall’estremo nord dove davvero c’è il confine con l’Europa all’estremo sud dove comincia il confine con l’Africa, perché l’Italia, ricordiamocelo sempre, è anche questo: ha due confini ed è uno dei pochi Paesi che ha i confini con due continenti».
 
«Noi» e il Presidente
 
Argomenti, questi e altri, racchiusi nel tessuto di figure retoriche di pensiero e di parola largamente segnalate dagli studi sulla lingua politica della prima e soprattutto della “seconda” Repubblica: interrogative retoriche; antitesi o accostamenti correttivi; dittologie, sinonimiche e non sinonimiche; terne e ripetizioni aggettivali; lunghe serie anaforiche, talvolta faticose (come la lunga serie di frasi aperte dalla sequenza «Credevo che», ripetuta ben diciannove volte in un climax anche intonativo che all’orecchio dell’ascoltatore di altra parte politica sembrerebbe voler alludere, per contraccolpo e con effetto sorpresa, a un “ora non lo credo più”; ma la speranza dell’eventuale ascoltatore è disattesa).
 
«Credevo, Presidente, che vi fosse un solo occidente non due occidenti, credevo che l’unico occidente che non distingue l’occidente americano dall’occidente europeo fosse quell’unico grande occidente in cui le libertà e le democrazie moderne si fondano sulla centralità della persona umana. Credevo che a quel partito con quel leader che mi parlava alla televisione competesse un grande compito, quello di contribuire a fare un’Europa più grande, più bella, più forte, un’Europa nella quale si sentisse meno il peso dei burocrati e più il soffio vitale del popolo europeo che si esprime attraverso i diritti e i doveri dei cittadini europei. Credevo che i nostri migliori compagni di viaggio fossero degli uomini coraggiosi e generosi che avevano abbandonato tutto ciò che avevano alle spalle per costruire una destra democratica e moderna e che i nostri migliori compagni di viaggio fossero quelli che avevano fondato Alleanza Nazionale e che insieme a noi stavano governando di già i comuni e le province d’Italia ed il governo italiano grazie ad un Vicepresidente del Consiglio che già nel giugno del ’94, in quel giugno in cui mi candidai la prima volta, era al suo fianco e si chiamava Pinuccio Tatarella. Non credo che ciascuno di noi possa neanche lontanamente immaginare di costruire il futuro se non ricorda da dove ha cominciato ed ecco perché ho voluto dirvi da dove ho cominciato. E di quanto sia stata bella questa strada. Oggi però sono su questo podio e lo sono nella consapevolezza che altri più bravi e meritevoli di me, che più forse hanno contribuito alla costruzione di questi 17 anni, avrebbero meritato di starci al posto mio. Io lo so, e so che per questo io ho il dovere dirvi che se qualcuno 17 anni fa, Presidente, mi avesse chiesto “Tu pensi di arrivare fino a quel podio?”, io avrei detto “Non credo proprio”, e se oggi a questo podio sono arrivato io devo un grazie a tutti voi ed una risposta. La risposta è “credevo a tutte quelle cose, oggi ci credo ancora?” Credevo al bipolarismo, nella riforma dello Stato, nella libertà dell’oppressione fiscale, nell’unico grande occidente, in un leader con il sole in tasca, coraggioso capitano di impresa e di ventura. Credevo che l’Italia potesse essere cambiata e che il cuore degli Italiani non batte a sinistra. Se la domanda è “ci credi ancora?” è mio piacere e dovere dirvi che io ci credo ancora, ci credo con tutto me stesso, ci credo con tutta la forza di cui dispongo e credo che noi dobbiamo dare una risposta, Presidente, ad un’altra domanda».
 
Alla prima persona della lunga serie anaforica si sostituisce per il resto, nello stesso discorso, il meno personalizzante noi con cui Alfano si rivolge al destinatario e soprattutto all’onnipresente “investitore” (Berlusconi), menzionato nell’allocutivo Presidente ben trentotto volte.
Uno stesso tenore, analoghe figure retoriche e la stessa preferenza del noi sull’io si incontrano nei discorsi in Parlamento, dove sono assenti concessioni all’enfasi emotiva del percorso e del sentimento personali, ma dove pure la discussione politica si alterna a immagini rassicuranti costruite con risorse metaforiche consuete, da tempo utilizzate da destra e da manca (una tra tutte, la metafora della nave in tempesta e del porto sicuro):
 
«Signori, l’Italia non è un’isola di difficoltà in un mare di serenità. Fuori da questo palazzo, fuori da questo Paese vi è un mare in tempesta. Noi ci sforzeremo con la finitezza delle nostre proposte (noi non siamo dei superuomini e non lo siete neanche voi), con la difficoltà di questo nostro tempo che è sotto gli occhi di tutti, ci sforzeremo in questo mare in tempesta di orientare la prua della nostra nave, della nave Italia, verso il porto sicuro che ci vede oltre la crisi » (Camera dei Deputati, 3 agosto 2011).
 
L'avvocato senza «timone»
 
Il noi e il possessivo nostro, in particolare, campeggiano anche negli interventi recenti in Parlamento, sui giornali, in tv, in Rete e sembrerebbero essere utilizzati non tanto in funzione aggregante, come risorse retorico-argomentative di contatto tra il locutore e il pubblico, quanto realmente in funzione di pronomi e possessivi plurali, espressione di idee e di scelte di un soggetto collettivo (un intero schieramento o, meglio, il ticket Berlusconi-Alfano) di cui Alfano si fa più portavoce che protagonista. Sembrerebbero, ancora, spie di un andamento discorsivo che è incline a seguire un modello forte e già tracciato di comunicazione politica (il modello del “comunicatore” Berlusconi), ma che produce risultati da quel modello lontani sia per originalità, sia per portata espressiva individuale (quest’ultima, semmai, è presente in qualche compiacimento lessicale di stampo avvocatesco proveniente dalla formazione giuridica di Alfano; si veda, sopra, il «decisi unilateralmente di aderire a Forza Italia»). Spie, infine, di un’adesione comunicativa che fa il paio con dinamiche di “consenso” o “riassestamento” (o altro che dir si voglia) interne al Pdl: al giornalista che gli chiede se sia ferito «per i mesi di incertezza sulla sua leadership e sulla decisione di Berlusconi di riprendere il timone», Alfano così risponde: «La cosa che mi è più dispiaciuta sono le migliaia di firme che abbiamo raccolto per le primarie che non saranno più svolte. È una prova però del consenso che c’è ancora per il Pdl. Per quanto mi riguarda […] ero e resto segretario di un partito che ha un fondatore e presidente che non è mai venuto meno. Si va avanti così» (dall’intervista di L. Fontana, «Corriere della Sera», 10 dicembre 2012).
 
*Maria Vittoria Dell’Anna è ricercatrice di Linguistica italiana presso l’Università del Salento. Si occupa di linguaggi specialistici dell’italiano, con riguardo per i temi della linguistica giuridica e per i l inguaggi della comunicazione politica e istituzionale. Sulla lingua politica ha già pubblicato vari articoli e contributi in rivista e volume e tre monografie ( Lingua italiana e politica , Roma, Carocci, 2010; La faconda Repubblica. La lingua della politica in Italia (1992-2004), Lecce, Manni, 2004, con Riccardo Gualdo; Mi consenta un girotondo. Lingua e lessico nella Seconda Repubblica, Galatina, Congedo, 2004, con Pierpaolo Lala).
 

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