19 dicembre 2012

Maroni: la Lega sottovoce

di Lynda Dematteo
 
Nei primi anni Ottanta, Roberto Maroni e Umberto Bossi hanno sognato assieme la Lega e si sono divisi i compiti a seconda delle loro abilità. Bossi fu la voce del Nord che tuonava, mentre Maroni discuteva nell’ombra. Da fine stratega, fu sempre quest'ultimo ad andare a negoziare gli accordi politici per conto del capo. Bossi poteva urlare una cosa sulla Piazza, Maroni ne concludeva un’altra nel Palazzo. Il tandem leghista funzionò alla perfezione fino allo storico disaccordo del ’94. L’amico Bobo rifiutò il “ribaltone” che fece cadere il primo governo Berlusconi e Bossi ne fu profondamente scosso. Secondo la logica staliniana che prevale nella Lega, il leader avrebbe dovuto cacciare il contraddittore, ma non lo fece. Maroni è l’unico al quale venne consentita l’espressione del dissenso. Probabilmente perché era indispensabile a Bossi.
 
Il doppio linguaggio
 
La Lega Nord non avrebbe potuto mantenersi così a lungo al centro del gioco politico, senza l’operato oscuro del diplomatico Maroni. Grazie alla tenace discrezione, il secondo di Bossi si è costruito un'immagine di uomo di governo, al punto da apparire come il “volto istituzionale della Lega”, malgrado una condanna della Corte Europea di Giustizia per avere respinto le barche dei clandestini nel Mediterraneo. Roberto Maroni sa maneggiare come nessuno il doppio linguaggio leghista: «Sulla xenofobia, a volte la Lega Nord ci ha marciato con l’obiettivo di raccogliere consensi». Inattesa sincerità o giustificazione tattica? Intanto, nel 2009, Roberto Maroni ci provò davvero a istituzionalizzare le “ronde” di padana ascendenza.
 
I piedi sulla scrivania
 
Roberto Maroni è un “prodotto di sintesi” stilistico - abito blu e cravatta verde -, fa totalmente proprio il forzaleghismo. Ostenta una certa disinvoltura. Lo si ricorderà per la foto di Giorgio Lotti, nel suo studio del Viminale, con i piedi sulla scrivania. Sarà l'espressione della sua “anima jazz”! Il più dotato di bon ton dei lumbard si distingue anche per un atteggiamento vezzoso. Ride sotto i baffi in una posa di compiaciuta superiorità – niente di più estraneo a un leghista autentico.
 
Il gioco delle maschere alternate
 
L’antinomia tra la forma e il contenuto sembra essere la caratteristica del nuovo leader leghista. Roberto Maroni non si pone mai in un modo aggressivo, si esprime in modo sobrio e tranquillo, cerca l’eufemismo giusto per esporre i soliti discorsi semplicistici, ma niente affatto minacciosi. Nella più pura tradizione leghista, ricorre alle immagini per mediatizzare con più efficacia le sue idee. Ma quando ripropone il discorso della forza, preferisce “la Lega, la potentissima” al famoso “la Lega ce l’ha duro”. Sarà per questo che raccoglie giudizi positivi ben al di là del suo partito? In realtà, solo questa sua normalità apparente lo contraddistingue fra i leghisti. Roberto Maroni non è una maschera, è piuttosto un gioco delle maschere alternate. Sta in disparte e cambia volto. Se vuole ingannare, non lo fa mai in modo sbruffone, come spesso avviene con i leghisti, ma piuttosto ritraendosi. Questo tratto lo rende probabilmente più temibile dello spaccone Bossi.
 
Nella “notte delle scope”
 
Ha pure la fama di essere il leghista più a sinistra del movimento. Il suo interesse per le canzoni popolari l’hanno in effetti portato dall’autonomia proletaria al protoleghismo. Ma, con il tempo, Roberto Maroni sembra aver perso il gusto del folk. A tal punto che qualcuno ha sospettato volesse sopprimere il raduno di Pontida. È vero che non frequenta più di tanto le feste di partito. Sa di non essere un tribuno, non esalterebbe la platea come faceva Bossi una volta. Il confronto con il ricordo del vecchio leone sarebbe troppo crudele. Intanto, ha esiliato l’unico dirigente in grado di soppiantarlo sul palco: Mario Borghezio.
Durante la “notte delle scope”, Roberto Maroni si rifiutò di intaccare l’immagine del vecchio capo leghista, malgrado le vessazioni subite durante la lotta per la successione: lo sa bene, avrà sempre bisogno di quello che Bossi rappresenta; Bossi rimarrà la figura intorno alla quale si è cementata l’identità leghista. Ma questo psicodramma collettivo fu chiaramente una presa del potere nel più puro stile leghista. «Sono giorni di passione, sono giorni di dolore, ma sono anche giorni di rabbia per l’umiliazione e l’onta subita… La Lega non è morta, la Lega non morirà mai, riparte da qui». Alla fine del suo discorso, tutti i disonesti sarebbero tornati onesti come nel primo giorno della Lega, tranne qualche figura scomoda che sarebbe stata sacrificata sull’altare del grande Nord. Così facendo, Roberto Maroni ha assunto il ruolo che fino ad allora aveva sempre ricoperto Umberto Bossi: diventava lui il grande prete del «rito espiatorio» leghista. Ormai, sarà lui l’unico sopravvissuto delle grandi purghe padane che farà rotolare le teste a terra.
 
Il codice morale della Lega
 
Le rivelazioni sulla gestione familista del “clan Bossi” hanno risvegliato l’orgoglio leghista, ma anche nordista, andando a toccare una corda molto sensibile sopra il Po. Roberto Maroni ha riscritto lo statuto e vuole che le nuove regole da lui stabilite vengano rispettate. Promette ai militanti: «Nessuna violazione del codice morale della Lega!». Più trasparenza e collegialità nelle decisioni che coinvolgono il partito: questa è per lui la via corretta per calmare gli spiriti esuberanti dei leghisti arrabbiati. Alle cattive abitudini familiste oppone uno stretto rispetto delle istituzioni nelle quali ha già piazzato i suoi. Maroni non manca di contraddire i giornalisti quando dicono «la Lega di Maroni…». Ribatte: «No, non è la Lega di Maroni, è la Lega Nord», e così marca la distanza rispetto al vecchio padre-padrone. In questa frase si legge l’abilità di Maroni. È sempre stato sottovalutato. I suoi talenti tattici potrebbero sorprendere. L’atteggiamento mesto di Roberto Maroni conviene perfettamente alla stagione difficile che sta attraversando il partito. «Non sarà facile recuperare la fiducia di chi non ci vota più, ma io ci credo. Voglio che la Lega torni ad essere la Lega Nord, la potentissima, come è stata negli ultimi decenni». Parla di 300.000 esodati da riportare a casa. Si impegna a riconquistare i delusi: «I nostri diamanti sono i militanti», e promette più soldi alle sezioni.
 
Padania brucia sulle labbra
 
In questi ultimi mesi, il nuovo segretario federale della Lega Nord si è fatto vedere poco in tv. Progetta i suoi interventi. Niente di meno spontaneo. Nessun rischio di gaffe. Forse l’uomo che ha tenuto un basso profilo per quarant’anni non si è ancora abituato alla luce della ribalta. Intanto, con grande determinazione, sembra riuscito a rimettere la Lega in asse. E impone già la sua visione del futuro. «Prima il Nord!» Esce di scena l’indipendenza della Padania. Sembra che la parola gli bruci sulle labbra. Maroni non la pronuncia mai. «Bisogna precisare cosa si intende per Padania. Se si tratta di una macro regione, in una grande Europa delle regioni. Questo progetto potrebbe avere una larga maggioranza dei consensi». E auspica un’Europa ristretta ai Paesi fondatori, tranne il Sud Italia. Parla più volentieri della «questione settentrionale» che di secessione e ripropone il vecchio progetto di Gianfranco Galan: creare una CSU padana, ma non si capisce bene in quale CDU verrebbe collocata la nuova formazione, se non nel Pdl di Berlusconi! Roberto Maroni non nasconde la sua ambizione politica: allargare il consenso ad altre famiglie politiche come ha fatto Flavio Tosi a Verona. Soltanto così la Lega Nord può pretendere e raggiungere una posizione d'egemonia nel Nord. Per questo intende sedurre anche quelli che non portano il fazzoletto verde e spera che un giorno si tornerà a dire davanti al bancone del bar: «Non sono di certo leghista, ma voto leghista, perché sono lombardo e voto lombardo». Ripropone in questo modo uno dei primi slogan leghisti.
 
Fine della Lega in canottiera
 
Avete capito: la Lega in canottiera è finita. Roberto Maroni mescola abilmente l’antico e il nuovo. Ha dato una ripulita alla Lega. La sua immagine appare meno artigianale e più imprenditoriale. Ha abbandonato i discorsi enfatici. Vuole dinamismo ed efficacia, non più rabbia ed esaltazione. Ama circondarsi di donne belle quanto competenti. Si è sempre dichiarato a favore della parità e l’elezione di Miss Padania lo indispone. Anche questo fa di lui un leghista raro. La sua portavoce è soprannominata in Transatlantico «portasilenzi» perché non parla mai e sbarra la strada a chi vuole parlare con lui. È lei che si occupa della sua comunicazione da quando è entrato al Viminale. Non operano soltanto sulla scena politica, preferiscono la discrezione e tessono reti a Milano e a Roma in ambienti selezionati. Roberto Maroni potrebbe riuscire là dove Bossi ha perso, muoversi nei “salotti buoni” per andare oltre il mondo provinciale da dove sorge la Lega.
 
*Lynda Dematteo è antropologa presso l’Istituto interdisciplinare di antropologia del contemporaneo (CNRS-EHESS) di Parigi. Ha insegnato all’Università di Montréal in Canada e a Lille in Francia. In Italia, ha pubblicato L’idiota in politica. Antropologia della Lega Nord (Feltrinelli, 2011).

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