26 gennaio 2011

Italiano e dialetto a Torino

di Tullio Telmon*  

Nel 1861
 
Non si è molto lontani dal vero se si suppone che, dei 173.000 abitanti che contava Torino nell’anno dell’unificazione italiana, soltanto una parte numericamente trascurabile non conoscesse ed usasse, in quasi ogni sua interazione linguistica quotidiana, il dialetto torinese, una delle tante varietà del galloitalico pedemontano. Una varietà, anzi, in forte crescita di prestigio, usata non soltanto popolarmente ma anche presso le classi più agiate o addirittura a corte, magari in alternativa più informale ad un francese che si imponeva come lingua della diplomazia internazionale e che, come testimonia Alfieri fin dal secolo precedente, era presente nell’educazione dell’aristocrazia.
 
In bocca alla borghesia mercantile
 
La vera forza del torinese consisteva però nel suo radicamento nella piccola e media borghesia mercantile; la classe che, proprio nella seconda metà del XIX secolo, stava avviando il processo di industrializzazione che avrebbe portato ad uno sviluppo economico e demografico travolgente, attirando nell’agglomerato urbano dapprima le popolazioni rurali della provincia, poi quelle della regione intera, e infine popolazioni provenienti da tutte le regioni depresse d’Italia.
L’italiano, dal canto suo, era tutt’altro che sconosciuto in città: da quando, tra il 1560 e il 1561, Emanuele Filiberto emana i due editti nei quali ordina che al latino venga sostituita, in ogni atto ufficiale, la lingua volgare, ribadendo che questa deve essere quella propria di ogni provincia (il francese in Savoia, in Valle d’Aosta e nelle vallate già delfinatesi di Susa e del Chisone; l’italiano in Piemonte), l’italiano diventa non soltanto la lingua dell’amministrazione, ma anche e sempre più la lingua di comunicazione sovraregionale: in una città che, dalla metà dell’Ottocento in poi, diventa asilo di centinaia di patrioti fuggiti dagli altri Stati della penisola, è probabile che qualche forma di italiano popolare – molto simile a quello di cui, già un secolo prima, faceva sfoggio il cameriere di Alfieri, Francesco Elia, nei suoi resoconti ai familiari del poeta: impregnato di barbarismi e di ibridismi, con una sintassi spesso zoppicante e rivelatrice del sostrato dialettale, ma pur sempre definibile come indubbiamente italiano – fosse moneta corrente.
 
I due dialetti in città
 
Dunque, per sintetizzare, il repertorio linguistico dei torinesi al momento dell’unità d’Italia comprende nel livello alto, oltre al latino che continua ad essere impiegato nella scrittura scientifica, ecclesiastica e erudita dei più conservatori, sia il francese sia l’italiano, mentre è probabile che, come già attestava il medico Maurizio Pipino nella sua Gramàtica pubblicata nel 1783 e come conferma il Viriglio nel suo volumetto Come si parla a Torino, del 1897, almeno due varietà diastraticamente distinte di torinese fossero ben radicate nel capoluogo subalpino: un torinese alto, da un lato: quello della buona società e degli scrittori, quello attestato ancora, all’inizio del Novecento, dalla terza sestina della Torino gozzaniana:
"...se 'l Cônt ai ciapa ai rangia për le rime..."
"Ch'a staga ciutô..." - "'L caso a l'è stupendô!..."
"E la Duse ci piace?" - "Oh! mi m'antendô
pà vaire... I negô pà, sarà sublime,
ma mi a teatrô i vad për divertime..."
"Ch'a staga ciutô!... A jintra 'l Reverendô!..."
Il “buon torinese” si colloca dunque al livello medio del repertorio.
Dall’altro lato, un torinese “basso”, meno contaminato dall’italiano e dal francese e patrimonio delle classi popolari. Il rapporto tra le due varietà di torinese dei livelli basso e medio del repertorio e le due/tre lingue del livello alto saranno stati, molto probabilmente, di diglossia tendente, nella misura in cui il torinese “buono” tendeva ad accrescere il proprio prestigio, al bilinguismo completo negli strati medi e alti della popolazione.
 
Nel 1961
 
Nell’anno del centenario dell’unità italiana (e di Torino sua prima e temporanea capitale) gli effetti della svolta industriale hanno ormai quasi raggiunto il loro apice. La crescita demografica, sintetizzata nel grafico che segue, continuerà ancora per un decennio circa, fino a raggiungere il suo acme nel 1973.
 
 
Torino: andamento demografico dal 1861 al 2009.
 
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Il maggiore scarto decennale si realizza tra il 1951 e il 1961, con una crescita di ben 306.000 abitanti. Mentre le crescite precedenti erano il frutto dell’inurbamento delle popolazioni rurali del Piemonte, quella del secondo dopoguerra è dovuta alla migrazione dall’Italia nord-orientale e, soprattutto, dall’Italia meridionale.
 
La grande migrazione dal Sud
 
Dal punto di vista dei riflessi linguistici, appare immediatamente chiaro che la sia pur relativa semplicità del repertorio che ha contrassegnato la città dal momento dell’unità fino alla seconda guerra mondiale, non particolarmente turbata dall’arrivo di operai piemontesi “di provincia”, viene invece sconvolta dall’immissione di masse di nuovi cittadini totalmente incapaci di comunicare in piemontese. In taluni casi, quelli probabilmente in cui le motivazioni all’emigrazione erano più forti, i nuovi arrivati imparano il torinese che nel frattempo era divenuto la lingua dell’uso comune negli ambienti lavorativi delle officine e delle fabbriche; in altri casi, il ruolo di lingua franca viene assunto da forme di italiano popolare, che però conserva forti caratteristiche discriminatorie. Non perché non fosse italiano popolare anche quello parlato dai torinesi, ma perché tanto questo quanto quello degli immigrati era intriso di coloriture regionali: regionali, sì, ma di regioni diametralmente diverse linguisticamente. I dialetti dei paesi d’origine dei nuovi torinesi vengono, parallelamente, o ripudiati e dimenticati o, nella migliore delle ipotesi, confinati all’uso strettamente familiare e, soprattutto, non trasmessi alle nuove generazioni. Quest’ultimo aspetto accomuna del resto i nuovi arrivati con gli autoctoni: anche questi ultimi, infatti, decidono di abbandonare il dialetto nell’educazione dei figli, che cresceranno così, tendenzialmente, monolingui italiani con competenze prevalentemente passive dei dialetti di origine; competenze dovute al fatto che, per lo più, quei genitori che decidono di trasmettere l’italiano ai figli continuano però ad usare i propri dialetti tra loro.
 
Convergenza “mista” tra nipoti
 
Si può perciò considerare il periodo tra il 1950 ed il 1970 come un periodo di transizione e di intensa convergenza linguistica: con il succedersi delle generazioni e con il moltiplicarsi dei matrimoni “misti” la distanza intonazionale e fonetica che separava l’italiano popolare regionale piemontese e gli italiani popolari regionali meridionali o veneti si assottiglia, e sembra oggi addirittura che, sottoposti a test, anche i nipoti degli immigrati veneti o meridionali incomincino a mostrare taluni tratti intonazionali e fonetici piemontesi. E ciò, ovviamente, non in forza dell’azione del dialetto di Torino (che, come si è visto è stato massicciamente abbandonato anche dalla maggior parte dei torinesi stessi), ma in forza dell’azione dell’italiano regionale, i cui tratti più caratteristici (innalzamento della vocale media e delle vocali medio-alte, dittongazione incipiente, ecc.) sono stati fatti inconsciamente propri anche dai figli o dai nipoti degli immigrati.
 
Nel 2011
 
Oggi la popolazione torinese è valutata intorno ai 900.000 abitanti (senza tenere conto di quel complesso di centri di prima e di seconda cintura che porta a quasi raddoppiare tale cifra). La piramide dell’invecchiamento mostra che i giovani sotto i diciotto anni costituiscono il 14,5% degli abitanti di Torino, gli ultrasessantacinquenni il 30,12%. Benché il tasso di natalità sia basso, rispetto al censimento del 2001 si è evidenziato un sensibile aumento della popolazione. La novità, condivisa del resto anche dalle altre parti dell’Italia, consiste nel fatto che il saldo positivo è dovuto in maniera rilevante alle migrazioni dai Paesi dell'Europa orientale, del Maghreb, dell’Africa sub-sahariana, dell’Asia orientale e dell’America meridionale.
Secondo stime probabilmente già superate dagli arrivi successivi e recenti, i cittadini stranieri residenti a Torino erano un paio di anni fa 115.800, pari al 13% della popolazione. I gruppi principali sono costituiti da: romeni (47.800); marocchini (17.700); peruviani (7.100); albanesi (5.400) e cileni (4.500).
 
Le altre lingue dal mondo
 
L’invecchiamento e la lenta decrescita demografica sia degli autoctoni (già torinesofoni e successivamente italofoni con inflessioni regionali piemontesi) sia dei primissimi inurbati dai paesi del contado piemontese (già piemontesofoni, poi torinesofoni, poi italofoni con inflessioni regionali piemontesi), sia degli immigrati veneti e meridionali (già parlanti i dialetti dei propri paesi d’origine, poi in minima parte torinesofoni e in larga parte italofoni con inflessioni regionali venete o meridionali, infine italofoni con inflessioni regionali piemontesi), contrapposta alla vivace crescita demografica dei nuovi immigrati, ripropone, dopo la tendenza alla convergenza linguistica di cui è stato dato conto parlando del periodo precedente, una nuova e vigorosa tendenza alla divergenza. Per meglio dire, propone alcuni scenari del tutto nuovi. Molti dei nuovi immigrati posseggono infatti lingue che, a differenza dei dialetti dei primi arrivati, sanno essere dotate di prestigio pari se non superiore all’italiano stesso, e questo costituisce certamente un freno al loro abbandono e, correlativamente, un più ridotto incentivo all’apprendimento dell’italiano. Dunque, il repertorio tende a moltiplicare i codici del livello alto. D’altro lato, poiché le esigenze della comunicazione hanno una loro impellenza e cogenza, si amplia a dismisura il fenomeno del mistilinguismo che, in precedenza, sembrava tenuto a freno da un’attenta sorveglianza e consapevolezza della separazione tra i codici del repertorio.
Il quadro d’insieme, pur confermando il declino del torinese (e dei dialetti dei primi immigrati), vede tuttavia un nuovo intensificarsi dei fattori di divergenza, anche perché (e questo dipenderà probabilmente dalle vicende economiche future del Paese e della città) ancora non si può sapere che tipo di saldezza potranno avere i propositi di radicamento delle nuove popolazioni immigrate. Per ora, comunque, si può certamente parlare per esse come di “nuove minoranze”, prive di qualsiasi forma di tutela.
 
*Tullio Telmon ha studiato all’Università di Torino, presso la quale è, dal 1994, professore ordinario di Dialettologia. In precedenza, è stato assistente e professore incaricato presso l’Università di Amsterdam (1967-1972); borsista, contrattista e ricercatore presso l’Università di Torino (1972-1988); professore associato presso l’Università di Chieti (1988-1994). I suoi interessi scientifici sono rivolti, oltre che verso la dialettologia (Fondamenti di Dialettologia italiana, con C. Grassi e A. Sobrero, Bari 1997), verso la sociolinguistica (Le minoranze linguistiche in Italia, Alessandria 1992) e la geolinguistica (Atlante Linguistico ed Etnografico del Piemonte Occidentale). Le ricerche più recenti si sono orientate verso i problemi della multimodalità della comunicazione, con particolare attenzione alla gestualità, e verso la dialettologia percezionale (Tra il dire e il fare, Alessandria 1998). Nel 2007 è stato eletto Presidente della SLI (Società di Linguistica Italiana).
 

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