01 gennaio 1970

Bars, leaders e gadgets: il plurale ridicolo

L’indicazione del plurale con -s è grammaticale in inglese, francese, spagnolo, portoghese, parte in neerlandese e per alcune parole in tedesco, ma non nelle altre lingue, mi pare non ci sia nemmeno bisogno di dirlo: perché usarla scrivendo e parlando in italiano? Finlandesi, greci, russi o rumeni, per citarne alcuni, non si regolano certo così. Nell’uso grammaticale italiano, i forestierismi non adattati - ossia usati nella loro forma originaria - rimangono invariati al plurale (vedi, tra gli altri, per un parere autorevole: Valeria Della Valle e Giuseppe Patota, Il salvaitaliano, Sperling & Kupfer Editori, Milano 2000, pp. 147-149): infatti non abbiamo mai detto (quasi mai) bars, sports, films, trams, stops, eppure ce la siamo cavata sempre benissimo. Come del resto ce la caviamo, senza neppure pensarci su, con i plurali di caffè, cinema, città, università, falò, foto, virtù, gru e così via: perché mai dovremmo sbagliarci con i test, i record, i leader, gli spot, le top model, i manager, le fiction, i gadget ? E poi, se dovessimo usare le forme plurali inglesi e francesi, dovremmo correttamente usare anche le altre; voglio vedere allora come ce la caveremmo con i plurali di yogurt (turco), blitz (tedesco), ayatollah (arabo), kajal (indi), vodka (russo), gulyas (ungherese - noi diciamo gulasch, alla tedesca), kamikaze (giapponese) e altri. Oltretutto, facciamo altri errori del genere, come talebani, quando taleban (in effetti taliban) è già plurale di talib, o un pasdaran, quando il singolare è pasdar, o addirittura si scrive e si dice spesso un fans, un commandos! C’è anche da notare che gli anglofoni non direbbero mai pizze o studi, ma dicono pizzas e studios, senza che gli passi per la testa di cambiare la struttura della lingua inglese. Nemmeno noi dovremmo avere motivi per alterare la struttura dell’italiano. Anzi, quando possibile si potrebbe essere anche così raffinati da dire, per esempio, telenovele e murali, invece di telenovelas e murales, vista la vicinanza con lo spagnolo. Inoltre, qualcuno si diverte ad alterare persino la struttura dell’inglese, sia pure ibridato, scrivendo per eccesso di zelo aziende leaders o governi partners, quando in inglese non c’è notoriamente concordanza (partner governments).

Se chi parla in modo sgrammaticato, chi infrange le regole, viene deriso, teniamo presente che anche la formazione dei plurali è grammatica e ha le sue regole.

Già che ci sono, approfitto per approfondire il "pericoloso" argomento dei forestierismi. È evidente che oggi gli scambi linguistici sono di gran lunga più intensi che nel passato, ma proprio per questo si deve cercare di utilizzarli con intelligenza e con autonomia culturale. L’uso degli anglicismi ha varie giustificazioni, ma sarebbe utile controllare se esistono corrispondenti italiani. Forse weekend è più breve e pratico di fine settimana, ma che differenza può esserci tra convention e convenzione, business e affare, summit e vertice, authority e autorità, break e pausa, serial e seriale, budget e bilancio? E non è più pratico rete di network o tetto di plafond? Alcuni pensano di arricchire in questo modo la lingua, ma diciamo performance (francese o inglese) dimenticando che in italiano possiamo scegliere fra prestazione, rappresentazione, esecuzione, interpretazione, produttività; parliamo di look quando abbiamo immagine, aspetto, apparenza, stile. Diciamo trend perché fa più figura di tendenza, single perché più discreto di singolo, meeting perché più raffinato di incontro, convegno, manifestazione; utilizziamo match perché è più sportivo di gara, incontro, partita, e poi news perché più altisonante di notizie e hit parade di classifica. Certo, quando non esistono corrispondenze è difficile, specialmente con le nuove tecnologie come l’informatica, anche se non sarebbe stato disdicevole parlare fin dall’inizio di elaboratore per computer, macchina per hardware, programma per software, nonché documento, archivio o filza per file. Casi particolari sono poi quelli di parole latine come media che, usata tal quale in inglese e prestata all’italiano, viene anche da noi pronunciata midia, quando dovremmo semplicemente leggerla come scritta, sia al plurale sia al singolare medium. In finnico e in spagnolo si traduce tutto, ma si deve anche considerare che le imposizioni dall’alto devono essere molto autorevoli e in ogni caso sono spesso sentite come imposizioni (e i francesi sono un esempio). Sarebbe certo ridicolo cercare di rimediare ora per alcune terminologie acquisite, ma anche noi abbiamo tranquillamente adottato e modificato parole per secoli, fino ai più recenti digitale, pesticida, dribblare, stoccaggio, formattare: potremmo continuare a farlo senza fatica e con fantasia. Forse non è tutto semplice, immediato, utile o significativo, soprattutto quando si devono usare parafrasi, però non ci sforziamo nemmeno di provarci; anzi, spesso si torna indietro, come nello sport, dove non esiste più la pallacanestro ma il basket, non si dice più angolo ma corner, le coppe sono diventate tutte league e così via. Non si tratta di essere pedanti, ma di suggerire un po’ di attenzione per un uso intelligente della lingua, specialmente nel seguirne l’evoluzione e gli arricchimenti.

*Umberto D’Angelo è funzionario presso il Servizio per la Promozione del Libro e della Lettura della Direzione Generale per i Beni Librari e gli Istituti Culturali del Ministero per i Beni e le Attività Culturali, dove si occupa di promozione dell’editoria, della cultura e della lingua italiana all’estero. Fa parte della redazione della rivista «Libri e Riviste d’Italia» e della sezione Italia Pianeta Libro del portale www.internetculturale.it. Scrive recensioni e articoli per vari periodici, tra cui «La Rivista dei Libri» e «Rivista di Studi Ungheresi»; ha pubblicato saggi sulla lingua italiana in opere collettive, tra cui Parola di scrittore. La lingua nella narrativa italiana dagli anni Settanta a oggi (a cura degli Accademia degli Scrausi, Minimum fax, Roma, 1997); si interessa di storia e teoria della traduzione e ha tradotto alcune poesie dall’ungherese per la rivista «Testo a fronte».


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