01 gennaio 1970

Tradurre o non tradurre le parole inglesi?

di Riccardo Gualdo*

Comincio col sottotitolo del libro Inglese-italiano 1 a 1 (Manni, Lecce, 2003), nato dalla collaborazione con Claudio Giovanardi e Alessandra Coco. Con quel sottotitolo abbiamo voluto lanciare, allo stesso tempo, un segnale d’allarme e una provocazione. Allarme perché ci pare che il tasso di assorbimento di anglicismi nell’italiano d’oggi sia più alto di quanto si crede comunemente. Provocazione perché pensiamo che sia necessario intervenire, e soprattutto che debbano farlo le istituzioni, gli enti di ricerca e di formazione, i mezzi di comunicazione di massa. Tra i paesi europei, l’Italia è quello che accoglie l’influsso linguistico angloamericano nel modo più indiscriminato. È noto che in Francia esiste da anni una legislazione protezionistica, per cui software è tradotto con logiciel e fax con télécopie; forse è meno noto che in Spagna la Real Academia filtra gli anglicismi già alla fonte, per esempio nell’atto di recepire i comunicati delle agenzie di stampa internazionali, proponendo adattamenti e traduzioni, e calmierandone la registrazione nei vocabolari. Presso gli esperti di lingua italiani è invece diffusa l’idea che niente debba essere fatto; ma il parlante comune avverte il problema, e si aspetta indicazioni, come testimoniano le tante lettere ai giornali su questo tema. Negli ultimi tempi, poi, qualche voce preoccupata si è levata anche tra scienziati, insegnanti, giornalisti non certo accusabili di miope xenofobia. Col nostro libro non proponiamo di alzare barriere contro i “barbarismi”, e neppure auspichiamo un anacronistico dirigismo linguistico. Ma forse, tra l’accettazione incontrollata e la censura può esserci una via, temperata, di convivenza, che passi per un’osservazione attenta del vocabolario. Come già accaduto in passato, non è impossibile che anche per taluni anglicismi più recenti si affermi un regime di “coabitazione” con un corrispondente italiano, in attesa che l’uso e il tempo decidano quale dei due l’avrà vinta, oppure ne sanciscano la felice convivenza, magari con sfumature diverse.

Modeste proposte per una convivenza pacifica Abbiamo sottoposto al vaglio di una griglia di parametri circa 150 parole di origine angloamericana, scelte da vari settori della lingua. I parametri, 13 in tutto, puntano a misurare in modo non impressionistico il grado di radicamento di ogni parola; e a tentare una prognosi sul successo di un’eventuale sostituzione. Usando le edizioni più recenti dei maggiori dizionari dell’italiano contemporaneo e confrontandole anche con nostri sondaggi, abbiamo registrato, di ciascun termine: l’età d’ingresso in italiano, la diffusione nei vocabolari, la pronuncia e la grafia, la presenza di uno o più significati, la solidarietà con forme corradicali o serie sintagmatiche e la presenza di adattamenti. Questi primi parametri riguardano l’aspetto interno di ciascun vocabolo. È chiaro che una parola accolta nell’uso, poniamo, tra gli anni ’70 e ’80, come testimonial, ha poche probabilità d’essere sostituita; viceversa, per un termine di recente ingresso, come job sharing, una volta trovata una traduzione accettabile (noi abbiamo proposto lavoro in due), le probabilità che questa si affermi sono più alte. L’ultimo esempio vale anche per le questioni di grafia e pronuncia: molti anglicismi, come spot, link, stress, si sono imposti anche per brevità, eufonia e relativa facilità di scrittura; di altre circolano pronunce più o meno adattate e scorrette: pensiamo a welfare, spesso pronunciato uèlfar, o a wrestling, che il parlante italiano tende a pronunciare quasi come legge, vrèstling. Quanto alla solidarietà lessicale, serie formate con day (da D day al Meucci day pescato nel sito del Ministero delle comunicazioni) o center (call center ma anche eros center e così via) si prestano a una facile moltiplicazione. Un altro indice di attecchimento, non sempre da censurare, è l’adattamento morfologico: la presenza di resettare rafforzerà reset o resettaggio, quella di bippare bip (meglio che beep). Un’altra serie di parametri ha natura esterna, e serve a saggiare il grado di accettabilità dell’anglicismo in prospettiva sociolinguistica. Abbiamo perciò cercato di fissare, per ciascun termine, il livello d’uso in situazione (se comune o limitato solo a particolari ambienti), la valutazione sociale, se cioè si possa ritenere colto o popolare, il tasso di tecnicità e infine il grado di espressività. Se i parametri interni sono facilmente valutabili, qui si entra in un terreno più scivoloso. Sarà facile attribuire all’uso comune un termine come pay tv e a quello settoriale dell’economia l’outsourcing, ma in altri casi la distinzione è più sfumata; molti anglicismi, poi, entrano nella lingua comune passando dagli usi tecnici, per esempio dal lessico dell’informatica o dell’ingegneria automobilistica, e l’uso in ambito settoriale è difficile da scalzare. La ragione della polarizzazione colto / di tutti sta nell’opacità di gran parte delle parole inglesi per il parlante medio, che spesso ne ha una competenza solo passiva. È pur vero che l’uso di un anglicismo non implica sempre un elevato grado di cultura; pensiamo a parole del calcio o di altre attività sportive tutt’altro che elitarie, come tap in (per cui abbiamo proposto ribattuta) o hi-low impact (aerobica combinata). Molto impegnativa è la valutazione della carica espressiva, che andrebbe forse combinata con la variabile anagrafica dei parlanti, utilizzando un osservatorio ampio e sondaggi statisticamente attendibili. Nei miei corsi ho sottoposto vari anglicismi al giudizio di gruppi di studenti (tra i quali anche molti studenti lavoratori, meno giovani della media): quasi sempre l’anglicismo è stato sentito come più espressivo di una forma italiana. Per esempio, il composto speed date, che a me parrebbe di carica espressiva vicina allo zero, è stato a larga maggioranza giudicato molto più espressivo di appuntamento lampo, una traduzione circolata nei giornali. Una terza serie di parametri misura, infine, il grado di accettabilità di un eventuale sostituente, valutando: se l’anglicismo è in realtà uno pseudoanglicismo, inesistente nella lingua d’origine, se è accolto anche da altre lingue europee (ci siamo limitati a francese e spagnolo), se ne esistono traduzioni circolanti e accettate in italiano, se sia preferibile adattarlo alla morfologia italiana o sostituirlo con un vocabolo totalmente o parzialmente corrispondente. La questione della traduzione è la più importante: come ha notato Maurizio Dardano, sempre più spesso la parola inglese è quella più immediatamente disponibile, e questo dipende dal fatto che le traduzioni non esistono, e se esistono sono poco note o non stabili. L’attrice Laura Morante, intervistata qualche mese fa dall’inserto illustrato di un quotidiano nazionale, ammetteva di avere un personal trainer per tenersi in forma, e aggiungeva: “la parola non mi piace, ma non saprei come dirlo in italiano”. Quante volte capita lo stesso anche a noi? Di qui le nostre proposte; in qualche caso volutamente provocatorie (bordello per l’eufemistico eros center), in altri forse un po’ fantasiose (rullovaligia per trolley o fusopatia per jetlag); qualche volta siamo ricorsi a parole antiche (fiasco per flop, esca per cookie), oppure a coniazioni d’autore, come il giallino, che un maestro della lessicografia come Aldo Duro usava, nella Redazione del Vocabolario Treccani, per rendere post-it. Non pretendiamo di competere con la straordinaria sensibilità linguistica di un Migliorini, ma vorremmo mostrare che, con un po’ di sforzo e sfruttando le tante potenzialità della nostra lingua, come per esempio la suffissazione espressiva (anche regionale, pensiamo a graffitaro per writer), si possono ottenere soluzioni accettabili. In qualche caso, anche solo a distanza di due anni, abbiamo verificato un certo successo, come per devoluzione, adattamento del resto già di solida tradizione, o per formato, che ho sentito già varie volte usare in televisione per format.

Obiettivi ma sensibili Nell’affrontare il problema degli anglicismi in italiano crediamo occorra essere obiettivi ma, al tempo stesso, sensibili. Obiettivi, perché è indubbio il primato internazionale dell’inglese. Sensibili, cioè attenti, reattivi (non ‘ragionevoli’, come si usa dire per un calco sull’inglese sensible): impegnati a irrobustire il nostro patrimonio culturale, di cui anche la lingua fa parte. Tempo fa, l’economista Francesco Giavazzi ricordava il principio del vantaggio comparato, enunciato da David Ricardo. Dove risiede il nostro vantaggio comparato sulle altre nazioni? Nelle bellezze del territorio, ma anche nella storia culturale e linguistica. Per questo dobbiamo curare la lingua, promuoverne il buon uso; senza innalzare barriere, ma senza assumere un atteggiamento rinunciatario. L’apporto degli anglicismi favorisce un allargamento delle opzioni stilistiche nella lingua (Schweickard); è vero che “esser misti è un pregio, non un difetto” (Beccaria). Purché però lo scambio non sia a senso unico, e si valuti con attenzione caso per caso. L’italiano è spesso subalterno all’inglese nei settori chiave della scuola e della ricerca, e ciò ostacola gli scambi comunicativi, specialmente scritti, per gli italofoni. E ci sono anche costi: pensiamo, per esempio, al mercato globalizzato delle professioni, dove i non anglofoni sono nettamente svantaggiati. La via maestra, indicata quasi vent’anni fa da Giovanni Nencioni, è lo studio e il controllo del vocabolario per la corretta circolazione e trasmissione del sapere, la coniazione sorvegliata di terminologia tecnica nei vari settori, nel quadro dell’europeizzazione linguistica. In questo senso va salutato con soddisfazione la nascita, lo scorso novembre a Bruxelles, di una Rete di Eccellenza dell’Italiano istituzionale (REI). Ma è indispensabile che proposte e interventi siano sostenuti dalle istituzioni pubbliche. Non credo che ci si debba spaventare, o evocare fantasmi di autarchia linguistica. I Manuali di stile per la pubblica amministrazione redatti per iniziativa dei ministri Cassese e Bassanini suggeriscono di rendere con parole italiane i termini stranieri, per favorire la chiarezza dei testi, la loro comprensibilità. È poi necessario che la sensibilizzazione entri nelle redazioni dei giornali e dei telegiornali, nelle aule parlamentari, in quelle scolastiche. Non sempre dalle istituzioni, anche in anni recenti, sono arrivate risposte incoraggianti. Ma la diffusa attenzione degli italiani a questi temi ci sembra un segnale di cui tener conto.

*Riccardo Gualdo è professore associato di Linguistica italiana alla Facoltà di Scienze politiche dell’Università della Tuscia. Ha lavorato sulla lingua scientifica italiana dei primi secoli e dell’età contemporanea, curando studi sul linguaggio della medicina e delle scienze tra Medioevo e Rinascimento e pubblicando vari saggi sul linguaggio contemporaneo della fisica, della politica, del diritto e del giornalismo. Ha collaborato alla redazione del Vocabolario della Lingua Italiana Treccani(I edizione) e alla nuova edizione delle poesie della Scuola Siciliana del Duecento (di prossima pubblicazione presso Mondadori). Tra le sue pubblicazioni più recenti: Inglese-Italiano 1 a 1. Tradurre o non tradurre le parole inglesi?, Piero Manni editore, Lecce, 2003; La faconda Repubblica. La lingua della politica in Italia (1992-2004), Piero Manni editore, Lecce, 2004;  I nuovi linguaggi della politica italiana, in «Studi Linguistici Italiani», XXX (2004), pp. 234-261.


© Istituto della Enciclopedia Italiana - Riproduzione riservata

0