01 gennaio 1970

Giornalisti, "falsi amici"

di Patrizio Nissirio*

Cos’è un brand? E un kick-off meeting? Cosa rischia chi si è macchiato del reato di insider trading? Si dicono nella lingua di Dante marchio, riunione per il lancio (di qualcosa, un prodotto o un’iniziativa), turbativa del mercato grazie a informazioni riservate. Tuttavia, non aspettatevi una spiegazione dalla televisione o dai giornali che si servono di queste parole come fossero di uso comune, in ossequio a una tendenza per la quale è provinciale usare l’italiano quando si può far sfoggio di una parola inglese del cui significato, nella grande maggioranza dei casi, si ha solo una vaga idea. E come commentare l’uso comune giornalistico di Ministero del Welfare al posto del più corretto – giusta la carta intestata del dicastero stesso – Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali? Ma chi lo dice o scrive sa che il welfare è semplicemente la sicurezza sociale, e che la parola significa letteralmente benessere? Probabilmente no. Così come chi usa la parola ginger in qualche recensione di ristorante decide di snobbare il nobile zenzero, o peggio ancora pensa si tratti di qualcos’altro, ben più esotico. Ma tant’è. Nell’Italia in cui le classi egemoniche, dal punto di vista economico e culturale sono ormai gli ambienti della finanza, del marketing e della pubblicità, l’uso sgangherato dell’inglese, mutuato spesso improvvidamente dalle lingue specialistiche e anglicizzate di questi settori, non sembra avere limiti. In una sottomissione culturale non richiesta, alimentata dalla falsa percezione di partecipare così ad un qualche "giro" internazionale, l’italiano viene stravolto con una pioggia di parole inglesi o calchi dell’inglese. Con un risultato: quello di ledere una lingua e promuovere una conoscenza presunta e spesso immaginaria dell’altra, il tutto arrecando grave danno alla chiarezza del discorso. Chiunque viva in un paese straniero, ma anche chi ha l’occasione di osservare nostri connazionali all’estero, sa per esperienza che gli italiani conoscono poco e male l’inglese, molto meno della media di quasi tutti gli altri europei. Tuttavia, accendendo la televisione in Italia, talvolta si ha l’impressione di ascoltare una sorta di lingua creola, fatta di anglismi e termini inglesi infilati in un corpo linguistico estraneo. In pubblicità, innanzitutto, dove – ad esempio – le caratteristiche di determinati prodotti cosmetici vengono ormai dichiarate direttamente in inglese (un rossetto viene ad esempio definito long-lasting per dire semplicemente che dura a lungo), mentre lo stesso accade per le automobili (una vettura è stata di recente definita come designed for happy days), o per una macchina fotografica, il cui slogan, di certo oscuro per milioni di persone sedute davanti al video, è With Canon You Can. Slogan oltretutto pronunciati in maniera pessima: parlando di Sport Utility Vehicles, ovvero fuoristrada, l’ultima parola viene regolarmente pronunciata "veicol", mentre la pronuncia corretta è "viicol". Quando non si opta per la dizione "suv", pronunciando così l’acronimo inglese, salvo che se proprio si vuole fare gli americani, andrebbe pronunciato "es-iu-vi". A Roma, qualche mese fa, un negozio di vestiti aveva adottato come slogan sui suoi enormi manifesti pubblicitari soul free, intendendo presentarsi come un’anima libera. Purtroppo, soul free vuol dire senz’anima, come sugar free sulle gomme da masticare vuol dire senza zucchero. Il giornalismo, in quanto contenitore di ciò che avviene nei contesti culturali e nei settori sociali più diversi, non fa certo eccezione e, anche solo nell’ambito della pronuncia, la situazione non è meno grave rispetto al medium pubblicitario. Nel giornalismo italiano, in particolare televisivo, l’uso inappropriato, scorretto ed esagerato di parole in inglese si inserisce in un impoverimento generalizzato e in una banalizzazione della lingua utilizzata. Se si ha occasione, si confronti la cifra linguistica di un programma giornalistico o di intrattenimento odierno con quella di programmi degli anni Sessanta o Settanta. Quella televisione era fatta in larga misura da intellettuali attivi nel giornalismo (Andrea Barbato, Sergio Zavoli, per fare due esempi illustri), da comici dalla proprietà di linguaggio straordinaria (Walter Chiari). Quella di oggi ha in larga misura come protagonisti personaggi formatisi nel mondo televisivo, e quindi portatori di una lingua molto più elementare, piatta, ed omogeneizzata. In questo contesto, l’uso improprio dell’inglese va di pari passo con la frase fatta. Ecco quindi che un medico guida ormai sempre un team, che il vecchio sceneggiato televisivo è diventato una fiction (termine, beninteso, che non viene mai usato in inglese per definire il prodotto televisivo che in Italia viene così chiamato, si usa comunemente series oppure drama), mentre si parla con disinvoltura di reality, intendendo un reality show (reality da solo vuol dire realtà), e di format (anche questa espressione usata nel solo linguaggio televisivo specialistico anglosassone, e mai sulla tv generalista, che indica un tipo di programma televisivo). Proprio negli ultimissimi giorni del 2005, un programma con comici, che tecnicamente sarebbe una sit-com (contrazione di situation comedy, ovvero una commedia a puntate ambientata sempre nello stesso ambiente), è stato presentato, con un anglismo di creazione tutta nostrana, come «il primo sit-show all’italiana». Naturalmente l’uso adattato e improprio di parole straniere in un’altra lingua non è un fenomeno esclusivo dell’italiano, e non è nemmeno una novità: si pensi alle creazioni tutte italiane (tramite adattamento dell’inglese) di spider, smoking, dancing, night e lo straordinariamente creativo footing usato per anni al posto di jogging. Ma laddove quelle erano iniezioni di para-inglese che hanno impiegato anni ad entrare lentamente nella lingua comune (e alcune stanno anche sparendo, come dancing e night), la tendenza attuale, potenziata dalla tv e, più a monte, dalle agenzie pubblicitarie che rinunciano a tradurre ormai gli slogan delle multinazionali, ha una velocità impressionante. Situazione aggravata da programmi para-giornalistici, come quelli di viaggio o quelli delle tv "musicali", dove la lingua si sfalda ulteriormente, in favore di un linguaggio profondamente alterato dall’inglese, in ossequio a un giovanilismo linguistico immaginario, cioè che immagina legioni di telespettatori che sappiano destreggiarsi con la lingua di Shakespeare e Hemingway. Senza dimenticare le colpe gravissime del doppiaggio di film e telefilm americani, spesso con traduzioni sbagliate e approssimative, che hanno fatto sì che in decine di telefilm i protagonisti mangiassero la pizza con i peperoni, che non esiste: esiste invece la pepperoni pizza, dove pepperoni è un salame piccante simile alla soppressata calabrese, di origine italoamericana. Risultato è che, nella lingua scritta come in quella parlata del giornalismo, l’inglese imitato o orecchiato si espande senza sosta. Così, possiamo ascoltare un servizio al telegiornale dove si apprende che in una certa riunione a Bruxelles sta emergendo tra i partner dell’UE un consenso su una certa proposta, perché l’inviato, traducendo malamente dal comunicato in inglese, mostra di ignorare che consensus vuole dire ‘accordo’, e non consenso. Come risultato però, la parola consenso entra lentamente tra le espressioni accettabili (lo dicono ormai normalmente anche gli uomini politici), anche se è stata usata in maniera per lo meno impropria. Qualcuno, nel para-inglese giornalistico, è un fans (plurale!) di questo o quell’artista, mentre una certa scoperta scientifica viene definita eccitante, con un calco sbagliato su exciting (‘entusiasmante’), e una linea telefonica riservata diventa dedicata, quando il traduttore all’impronta ricalca fedelmente e acriticamente la parola dedicated. Dilaga, intanto, l’uso di bipartisan, che fatalmente viene pronunciato com’è scritto, invece che nel modo corretto "baipartisan". Ma perché succede tutto questo? Perché viene ormai completamente ignorata la regola enunciata in tutti i vecchi manuali di giornalismo e nella vecchia pratica delle redazioni della stampa scritta, che raccomanda l’uso dell’espressione italiana, ogni qualvolta sia possibile, e l’uso contenuto di espressioni straniere? Forse perché nelle sempre più numerose scuole di giornalismo e nelle facoltà di Scienze della comunicazione, oggi, si usano moltissimo i manuali americani sulla professione – che naturalmente non si occupano della lingua italiana – e un numero ristretto di ore è dedicato all’uso corretto della lingua. Eppure, solo una generazione fa, era impossibile accedere a questa professione e prescindere da testi come quelli di Sergio Lepri, Manuale di linguaggio giornalistico (Etas, 1976 e 1982) e Scrivere bene e farsi capire (Gutenberg, 1988 e 1989), che nulla hanno da invidiare al leggendario Chicago Manual of Style, presente sulla scrivania di ogni giornalista americano. Non è solo un problema di formazione, ovviamente, ma di un riflesso linguistico della cultura più ampia del tempo. Una riflessione interessante e largamente condivisibile sull’argomento è quella fatta da Federica Scarpa nel suo La traduzione specializzata: lingue speciali e mediazione linguistica (Hoepli, 2001). Per l’autrice «sebbene i calchi, i prestiti e, in generale, gli anglicismi risultanti dall’attività di traduzione siano da considerarsi una forma di arricchimento e non di impoverimento dell’italiano [...] e "moneta corrente nei processi di creatività e di mutamento linguistico" che sono il risultato di contatti culturali [...], è tuttavia difficile non trovarsi d’accordo con chi non esclude che la preferenza per l’anglicismo sia a volte motivata dalla "fretta e dalla comodità di chi traduce" [...]; soprattutto gli anglicismi adattati, infatti, possono facilmente sconfinare in quei "falsi amici" che sono "i veri nemici dei traduttori frettolosi"». «Non si tratta quindi – prosegue Scarpa – di una difesa ad oltranza dell’italiano, che sconfina in un nazionalismo linguistico di stampo francese ma, per dirla con Cortelazzo [...], di "un giustificato fastidio per l’inerzia e l’incuria con cui molti, anche tra coloro che scrivono per professione, usano la lingua e di un rifiuto di quell’eccessiva spinta all’esterofilia che ha coniato (molti) anglicismi adattati"». In Palombella rossa (1989) Nanni Moretti aggrediva la giornalista che gli parlava di trend negativo, tuonando: «Trend negativo? Ma come parli? Chi parla male pensa male. Le parole sono importanti». Difficile non condividere anche questa riflessione.

*Patrizio Nissirio, corrispondente da Londra per l’agenzia ANSA, è esperto di cultura popolare e di massa degli Stati Uniti. Dottore di ricerca in Studi Americani, ha pubblicato saggi accademici in Italia, Usa e Olanda. È autore di Dettagli americani: il Paese dietro la bandiera (Liberal libri, 2002)


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