01 gennaio 1970

L'anglicismo nel passato (fino agli anni del boom)

di Leonardo Rossi*

La storia dei rapporti linguistici e culturali tra Inghilterra e Italia prende forma e consistenza nel Cinquecento, con un bilancio a netto favore dell’italiano. Mentre la cultura italiana vive le ultime fasi del Rinascimento, John Florio può scrivere − suscitando forse la divertita sorpresa di noi contemporanei − che la lingua inglese «vi farà bene in Inghilterra, ma passate Dover, la non val niente». E l’Inghilterra dell’epoca guarda all’italiano come a un raffinato strumento di civilizzazione intellettuale e sociale. La moda dell’italiano − lingua della poesia, delle buone maniere, della conversazione elegante − contagia le classi nobiliari e la stessa regina Elisabetta. Non stupisce perciò che ai diversi italianismi stabilmente entrati in inglese nel Cinquecento − e ancor più saranno nei due secoli successivi − faccia da contraltare una quantità assai inferiore di anglicismi in italiano, affidati per solito a scritture come le relazioni di ambascerie e di viaggi. Pochi i casi in cui un termine arriva ad affermarsi durevolmente, come puritano, attestato nel Botero con riferimento alle lotte religiose dell’epoca. Dall’inglese deriva anche il significato politico di parlamento (ripreso da Parliament), che prima valeva soltanto ‘atto del parlare’ o ‘assemblea, convegno’, e di camera (da Chamber [of Parliament]). Tra Sei e Settecento i rapporti di forza si cominciano ad invertire: l’Inghilterra può ormai vantare una più che rispettabile tradizione letteraria, una folta schiera di pensatori e scienziati, istituzioni economiche e politiche all’avanguardia, uno stato solidissimo e sempre più vasti possedimenti coloniali. L’Italia, invece, è ancora politicamente divisa e soggetta alla dominazione straniera e non riesce − tranne che in alcuni casi − a mantenere le posizioni di primazia culturale acquisite col Rinascimento. Così, anche se il Settecento è il secolo che vede il trionfo del francese, non mancano i ferventi ammiratori della cultura anglosassone e i letterati italiani che appunto sul modello dell’inglese auspicano un italiano più agile e moderno. Tuttavia, all’anglomania del Baretti, dei fratelli Verri o del Bettinelli non fa séguito un travaso di anglicismi paragonabile a quello che in quegli anni avveniva dal francese. La conoscenza dell’inglese è ancora appannaggio di pochissimi, e le molte traduzioni dai romanzieri inglesi del Settecento vengono spesso fatte senza conoscere l’inglese, ma attraverso traduzioni francesi. E anche gli anglicismi − non molto numerosi, come s’è detto − sono di solito mediati dal francese, come gli adattati redingotto o redingote (da riding-coat, attraverso il francese redingote). La presenza del primo sistema parlamentare d’Europa rende ragione del gruppo più cospicuo di anglicismi settecenteschi, quelli della politica: atto (nel senso di ‘legge’, come l’inglese act), club ‘circolo politico’ e in séguito ‘associazione’, coalizione, commissione, convenzione ‘assemblea politica’, costituzionale, mozione, sessione, ultimatum. Nell’Ottocento si allarga la conoscenza di vecchi anglicismi, mentre se ne diffondono di nuovi. I principali veicoli sono la lingua dei giornali e le traduzioni di fortunati romanzi come quelli di Scott e di Cooper, ma anche di numerose opere tecniche. Sempre più diversificato è anche l’àmbito degli anglicismi. Si va dalla sempre ben rappresentata politica (agitatore, assolutismo, boicottare, colonizzare, leader e leadership, radicale), alla vita di società (dandy, miss, snob e snobismo), a nomi di cibi e bevande (bistecca, come adattamento di beef-steak, brandy, cocktail, curry, gin, roast-beef, sandwich, whisky, e inoltre bar), all’àmbito finanziario (business, copyright, facsimile, manager), a quello dello sport, specie in discipline come il tennis, il calcio e l’equitazione (ad esempio con derby, che solo nel ’900 verrà riferito al calcio, o handicap, originariamente ‘il sistema di svantaggi o di vantaggi da assegnare ai concorrenti per rendere più equilibrata la competizione’), ad altro ancora. Nei primi decenni del Novecento la simpatia per l’anglicismo è spesso simpatia per uno stile di vita spensierato, moderno, tutto divertimenti mondani e sport. La linguista Gabriella Cartago ha rintracciato in dancing, flirt, hall, jazz, poker, con i citati cocktail, sport, tennis e altri, alcuni degli anglicismi con le maggiori occorrenze in un campione di romanzi italiani scritti tra il 1917 e il 1935. Con il fascismo, però, specie dopo la guerra d’Etiopia, il clima verso il forestierismo muta sensibilmente, fino ad arrivare a un vero purismo di stato. Nel 1940 l’Accademia d’Italia riceve l’incarico di compilare elenchi di forestierismi da bandire, con i relativi sostituti italiani. Ma tra le parole considerate ormai acclimate in italiano, e per le quali l’Accademia rinuncia a proporre un sostituto, figurano molte parole inglesi, come film, picnic, sport, tennis e tram. Risale a quest’epoca l’italianizzazione della terminologia calcistica, originariamente  tutta britannica. Sono scomparsi così bar ‘traversa’, fault ‘fallo’, field ‘campo’, heading ‘colpo di testa’, referee ‘arbitro’, studs ‘tacchetti’, mentre sono sopravvissuti assist, dribbling, stopper (un tempo corrispondente al ruolo del centromediano), tackle. In alcuni casi (corner e angolo, cross e traversone, goal e rete) l’oscillazione perdura anche oggi. Nel dopoguerra, cessato l’ostracismo fascista, gli anglicismi conoscono una forte ripresa per quantità, ma anche diversi mutamenti qualitativi: maggiore apertura alle forme non adattate; contatti tra le due lingue anche senza la mediazione del francese e anche attraverso il parlato, con conseguente maggiore aderenza alla pronuncia (mentre i prestiti precedenti, entrati per via scritta, sono rimasti con la pronuncia “all’italiana”, come l’ottocentesco tunnel); maggiore permeabilità sociale, con una progressiva attenuazione di quell’aura di elitarismo che si era spesso accompagnata all’anglicismo del passato. Infine, il modello di inglese comincia a spostarsi dal British English all’American English, per la crescente influenza economica, politica, militare, culturale e tecnologica degli Stati Uniti (con un ruolo di primaria importanza da attribuire all’American life-style). Le vicende belliche fanno anche da questo punto di vista da spartiacque, ponendo a diretto contatto i soldati americani con la popolazione italiana; di qui un’ondata di nuovi anglicismi (la sigla M.P. per Military Police, Jeep, nylonsciuscià, deformazione popolare di shoe-shine [boy] ‘lustrascarpe’, resa poi celebre da De Sica) e un nuovo impulso per anglicismi già attestati, come chewing-gum e OK. Dall’universo giovanile arrivano negli anni Cinquanta e Sessanta il boogie-woogie, i blue-jeans, il drive-in, il flipper, il juke-box, il rock and roll (poi rock ’n’ roll e infine semplicemente rock), il teddy boy (‘giovane ribelle’), il twist. Dalla lingua dei fumetti penetrano alcuni termini, recepiti in italiano come onomatopee o interiezioni, come bang, gulp!, sigh, slurp, splash!. Diversi termini sono legati al progresso tecnologico, specialmente al trasporto aereo, sempre più praticato: hostess, jet, steward; e poi: computer, flash (nel senso giornalistico del termine), mass media e mediatransistor. Ben rappresentati anche i calchi, con un consistente drappello promosso dal doppiaggio dei film americani: la risposta sì? al telefono (yes?), bene come apertura di discorso (well), bambola e pupa ‘bella ragazza’ (doll), bastardo come insulto generico (bastard), piedipiatti (flatfoot, gergale per ‘poliziotto’). Un gruppo di calchi offre anche la politica: guerra fredda (cold war), cortina di ferro (iron curtain), il deterrente (deterrent) della (bomba) atomica (atom-bomb), caccia alle streghe (witch hunt), superpotenza (super-power). È significativo che proprio un anglicismo − boom − passi a designare uno dei periodi di maggiore discontinuità della nostra storia recente.

*Leonardo Rossi insegna nelle scuole statali. Si occupa da tempo di storia della lingua italiana. È uno degli autori dell’opera La lingua nella storia d’Italia, a cura di Luca Serianni (Società Dante Alighieri/Scheiwiller, Roma-Milano 2002) e ha collaborato alla mostra Dove il sì suona. Gli italiani e la loro lingua (Firenze — Galleria degli Uffizi, 2003). Con Paola Marongiu ha scritto recentemente la Breve storia della lingua italiana per parole (Le Monnier, Firenze 2005). Nel 2005 ha tenuto un Laboratorio di scrittura presso l’Università “La Sapienza” di Roma. Attualmente sta curando, con Lucilla Pizzoli, una grande opera sull’italianismo nel mondo diretta da Luca Serianni per l’editore Utet.


© Istituto della Enciclopedia Italiana - Riproduzione riservata

0