15 novembre 2005

Sostiene Tabucchi o L'isola dei famosi?

Si è svolta dal 24 al 29 ottobre 2005 la V Settimana della Lingua Italiana nel Mondo promossa dal Ministero degli Esteri e dall’Accademia della Crusca – un appuntamento che catalizza l’attività degli Istituti Italiani di Cultura. A Zagabria il ciclo di incontri è stato aperto da Maurizio Dardano, ordinario di Storia della lingua italiana all’Università di Roma Tre, il quale ha tenuto due conferenze: la prima alla Facoltà di Lettere e Filosofia sulla lingua italiana di oggi e la seconda proprio all’Istituto italiano sulle principali novità linguistiche della letteratura di questi ultimi anni. Da quest’ultimo tema è partita la nostra conversazione.

Quali sono i più importanti fenomeni che sono accaduti nella lingua della narrativa italiana degli ultimi trent’anni? Il fenomeno più importante è la perdita di elementi letterari, la cosiddetta deletterarizzazione. Il che significa un aumento di vocaboli ed espressioni riprese dal parlato che entrano nei romanzi e nei racconti. In un primo tempo, si è trattato di un parlato che si orientava in direzione del dialetto (è il caso di Pasolini). Poi è venuto un parlato aperto all’italiano medio: è un percorso lungo e variegato, che va da Sciascia a Tabucchi, da Baricco alla Mazzucco. Anche la sintassi si è modificata: periodi più brevi e più semplici, prevalere della coordinazione, aumento dello stile nominale. Al tempo stesso la narrativa è diventata sempre più un genere misto, nel senso che in essa s’incrociano varie forme e vari generi: il racconto, il dialogo drammatico, il saggio, il poema in prosa, la lettera, il giornale, ecc.

Allora qual è il contributo che possono dare il linguista e lo studioso dello stile? Devono analizzare i vari fenomeni linguistici e stilistici presenti nel romanzo, non isolatamente ma in rapporto all’unità dell’opera. Infatti nel romanzo si succedono scene diverse, linguaggi e stili diversi, punti di vista diversi, ma c’è qualcosa che tiene saldo il tutto: può essere l’unità dell’ispirazione oppure l’unità della trama o dello stile o tutte queste cose insieme. Diceva Flaubert: les perles ne font pas le collier: c'est le fil. È questo filo che si deve recuperare attraverso l’analisi delle forme.

Eppure la letteratura ha da tempo cessato di essere una fonte per la corretta comunicazione scritta dei parlanti. Lei stesso oggi ha ricordato l’affermazione di uno storico della lingua, Vittorio Coletti, secondo il quale è ormai da tempo che gli scrittori non fanno più testo nella grammatica. Perché? Il plurilinguismo, lo sperimentalismo hanno mutato profondamente la lingua della narrativa. Si potrebbe oggi dire a una scolaresca: “leggete Sciascia, o Tabucchi, o Ammaniti, e dalla loro prosa imparerete una buona prosa, rispettosa della norma linguistica?”. Non credo proprio. Apprezziamo questi autori come scrittori, non come modelli. Forse l’unico modello possibile sarebbe quello suggerito dalla prosa di Calvino. In realtà bisogna rivolgersi ad altri settori. Non è un caso che l’antologia scolastica si sia aperta anche a testi non letterari: articoli della stampa, saggistica, scritture settoriali.

È anche vero che, tra le tendenze più recenti della narrativa, non vi è soltanto l’influsso del parlato sullo scritto, ma cominciano ad apparire i primi segnali di un nuovo scritto: e-mail, chat-line, perfino gli sms... Già Eco nel Pendolo di Foucault e Del Giudice in più di un suo testo hanno utilizzato il nuovo linguaggio dell’informatica. È vero: ci sono sperimentazioni. C’è un processo di stilizzazione dell’informatica. Ma non bisogna, per il momento, sopravvalutarne la portata. La lingua si modifica per effetto delle situazioni. Per esempio, la possibilità di parlare in pubblico della propria vita privata (anche di fatti un tempo considerati intimi) ha modificato il linguaggio pubblico. In televisione c’è un largo uso di un parlare trasandato – si pensi a programmi come Il Grande Fratello o L’Isola dei Famosi – un parlare trasandato che dà l’impressione di essere un discorso vero e reale, ma che alla fine si rivela essere una nuova finzione: un linguaggio finto-spontaneo, ricco di stereotipi, in molti casi programmato e condizionato dalla regia. La posta elettronica è un genere a parte, in un certo senso intermedio tra il parlato e lo scritto; un genere che ha modificato la nostra comunicazione scritta, privata o quasi privata. Infatti non si scrivono e-mail come se fossero lettere. Un esempio minimo: quando gli studenti mi chiedono informazioni, non cominciano mai con “Egregio o gentile professore” (come avviene nei rari casi che usano carta e penna), ma con il più diretto “Buongiorno professore”: come se la rapidità e l’immediatezza del mezzo consentissero una comunicazione faccia a faccia.

È dunque il mezzo che decide... Non c’è dubbio. Tuttavia è troppo presto per affermare che questi fenomeni abbiano una ricaduta e una rilevanza nell’universo letterario.

Finora abbiamo parlato di novità linguistiche. Veniamo ai nuovi scrittori, in particolare i più giovani. Sono diventati da qualche anno in qua una costante dell’industria editoriale. Che cosa ne pensa? La mia è una risposta pessimistica. Gli ultimi decenni non sono stati gloriosi per la nostra narrativa. Se pensiamo agli anni Sessanta o Settanta... Se pensiamo a nomi come Gadda, Volponi, Calvino, Sciascia... Non ci sono più autori dello stesso calibro. E questo vale anche dal punto di vista linguistico.

Si può dire lo stesso anche della critica? Non crede che attualmente gli studi critici siano tornati in un alveo specialistico senza possedere più quell’impatto anche editoriale che hanno avuto in passato? Se penso al successo del suo Manualetto di linguistica una quindicina di anni fa, mi chiedo se il rigore di questo suo libro potrebbe trovare oggi la stessa accoglienza di un vasto pubblico. Se parliamo della critica, sostenuta da un’analisi delle forme del testo, dobbiamo dire che da tempo siamo entrati in una crisi profonda. Tra gli anni Sessanta e Ottanta lo strutturalismo e la semiotica riscuotevano successo anche presso il pubblico colto ma non specialista. Erano gli anni di Jakobson, Barthes, Genette; in Italia Segre, Corti, Avalle erano nel pieno della loro attività di critici e di analisti del testo. Insomma la linguistica e la stilistica, applicate ai testi letterari, furoreggiavano. Oggi la situazione è cambiata. Ci sono più specialismi, c’è molta critica accademica. E non ci sono più studiosi di quel calibro. Per quanto riguarda la manualistica, scolastica e universitaria, anche in questo settore c’è stato un mutamento: i saggi sono diventati più brevi e più facili; non si può più dare per scontato nulla, bisogna sempre partire dalle basi. Anche il mio Manualetto di linguistica si è adeguato alla nuova situazione.


© Istituto della Enciclopedia Italiana - Riproduzione riservata

0