22 gennaio 2015

Autorità e linguaggio: il “carisma orizzontale” di Renzi

di Cristiana De Santis*
 
«In un tempo in cui l’autorità dei padri è messa profondamente in discussione, noi abbiamo bisogno che i maestri tornino a fare i maestri» - con queste parole il Presidente del Consiglio Matteo Renzi si è rivolto ai docenti dell’Alma Mater in occasione della cerimonia di inaugurazione dell’anno accademico tenutasi a Bologna sabato 10 gennaio 2015.
 
Parola-clava: rottamazione
 
Un richiamo esplicito all’autorità (sia pure intesa come “autorevolezza”, e non certo come “autoritarismo”) che potrebbe stupire in bocca al politico che deve la sua fortuna alla forza prorompente della rottamazione: parola-clava rivolta ai suoi predecessori (referenti umani, e non oggetti, come accade nell’uso comune del termine) con un’audace “trasposizione”, tipica della metafora viva basata su un conflitto concettuale – quello che il teorico medievale Geoffroi de Vinsauf chiamava il salto di una pecora in altro ovile (oves in rure alieno).
 
La mano in tasca
 
Questo salto è del resto evidente anche nello stile comunicativo inaugurato da Renzi, basato sull’informalità programmatica, perseguita sia nel discorso intrapolitico (rivolto ad altri politici) che in quello interpolitico (rivolto a tutti i cittadini), sia in ambito polemico e propagandistico che in ambito istituzionale: attraverso la capacità di parlare a braccio, rivendicando l’uso di un “linguaggio di franchezza e trasparenza” e stabilendo un rapporto diretto con l’uditorio grazie a precisi stratagemmi argomentativi, oltreché con segnali non linguistici (come la camicia bianca o la mano in tasca).
 
Dove sta l'autorità
 
A livello argomentativo, appare significativa la rinuncia agli argomenti di autorità: se nel discorso bolognese non è mancato il saluto alle Autorità civili e religiose presenti, nel discorso di insediamento tenuto in Senato il 24 febbraio 2014, Renzi ha volutamente omesso in apertura elementi rituali come il saluto deferente al Presidente della Repubblica, l’omaggio ai padri della Repubblica, il richiamo ai princìpi della Costituzione. Anche le poche citazioni (argomenti d’autorità per eccellenza) cui ha fatto ricorso in entrambe le sedi si sono distinte per la loro informalità: spesso nascoste (è il caso del richiamo implicito alle riflessioni di Massimo Recalcati sulla crisi del paradigma di autorità nella frase sopra – si noti che dallo psicanalista lacaniano Renzi ha tratto anche la metafora di Telemaco, utilizzata durante il discorso inaugurale del Semestre europeo a Strasburgo, a ribadire la necessità per la nuova generazione di non   rimanere inerte in attesa dell’eredità paterna), oppure acefale (se accompagnate dalla chiosa generica “come ha detto qualcuno”: come per la frase sulla differenza tra sogno e obiettivo, nel discorso al Senato, attribuita a Walt Disney), o di carattere decisamente “pop” (non ho l’età, ancora nel discorso di insediamento).
 
Nella forza illocutiva
 
Di fatto, l’autorità discorsiva che Renzi cerca di costruire non si basa sul rimando a un’enunciazione anteriore (la cosiddetta “autorità citata”, la“verità del detto”), ma sulla “autorità manifestata”, l’“autolegittimazione del dire” (cfr. Ducrot 1981, 1984; Plantin 1996; Solaini 2000): di fatto, Renzi si fa garante della verità delle proprie parole senza rinviare a precedenti autorevoli, ma adottando una serie di strategie discorsive, scelte lessicali e sintattiche, figure retoriche tipiche di quello che – con una formula presa in prestito allo scrittore Giuseppe Pontiggia (2004), e richiamandomi alle categorie interpretative messe a fuoco da Pierre Bourdieu (1988) – chiamo linguaggio autoritario (De Santis 2014): un linguaggio che cerca imporsi come vero grazie alla sua forza illocutiva, a prescindere dall’effettiva validità e verificabilità dei contenuti.
 
La strategia del “noi”
 
Esemplificherò rapidamente alcuni di questi fenomeni (peraltro già attestati, singolarmente o nel loro insieme, nell’oratoria mussoliniana e nella lingua della politica tra Prima e Seconda Repubblica: cfr. Desideri 2011).
 
Strategie enunciative di costruzione del proprio personaggio finalizzate ad aumentare il peso della propria auctoritas:
-           Cambio del punto di vista argomentativo: nel discorso di insediamento, Renzi si presenta di volta in volta come futuro capo del Governo (che chiede fiducia e si assume impegni personali mettendoci la faccia), attuale capo di partito (che rivendica il carattere politico del proprio programma, pur in assenza di un’investitura elettorale), (ex-)sindaco (dotato di concretezza amministrativa) ed (ex) presidente di provincia (convinto della necessità di eliminare le province)
-           ricorrente e abile uso del noi, interpretabile di volta in volta come 1a persona plurale (se coincide con il noi di maestà, alternato in modo più o meno studiato all’io) o come 4a persona, oscillante tra un noi “inclusivo” (io + tu/voi): noi italiani, noi Governo – segnalo anche, nel discorso bolognese, il noi Università italiane), e un noi “esclusivo” (io + lui/lei/loro) : noi partito, noi coalizione,– sullo sfondo della costante opposizione tra noi nuovi (che veniamo da fuori) e voi/loro (quelli dentro il Palazzo); noi (giovani) e voi/loro (anziani/veterani della politica)
-           uso frequente di elementi deittici, che ancorano il discorso a precise coordinate spazio-temporali (qui, dentro/fuori, ora, adesso ecc.)
 
Misure stilistiche
-           figure sintattiche, come la ripetizione ternaria, che procedono per accumulazione successiva, suggerendo una comprensione totalizzante del reale: significativo in particolare il polittoto temporale (pensiamo, pensavamo e penseremo, nel discorso di insediamento)
-           ricorso all’etimologia (simbolo definito come “qualcosa che tiene insieme” nel discorso al Senato e in quello di Bologna) come strumento per risemantizzare parole-chiave
-           ricorso all’antitesi, con opposizioni ricorrenti di termini afferenti al lessico emotivo (sogno/coraggio vs paura, terrore) o alla semantica della velocità (rinvio/dilazione vs urgenza/scadenza), e tendenza a scivolare nel gioco di parole (“Il contrario di integrazione non è identità: è disintegrazione” – in entrambi i discorsi)
-           amore per gli avverbi in -mente, che si prestano alla sillabazione ed esprimono radicalità dell’agire
-           uso di interrogative retoriche (Ma davvero…?) e didascaliche, spesso con schema botta e risposta (Basta? No, non basta.)
 
Insomma, un’autorità perseguita con decisione, benché dissimulata e caratterizzata da una dimensione “orizzontale”, per riprendere una formula usata da Recalcati per definire il carisma del nuovo leader: capace appunto di “sganciarsi dalla forza verticale del padre”, senza per questo sfumare nella dissolvenza.
 
Letture citate e consigliate
Pierre Bourdieu, La parola e il potere. L’economia degli scambi linguistici, Guida, Napoli, 1988 (ed. orig. Ce que parler veut dire. L'économie des échanges linguistiques , Fayard, Parigi 1982; ed. ampliata Langage et pouvoir symbolique, Seuil, Parigi 2001).
Cristiana De Santis, Autorité et langage: études et réflexions dans l’ensemble culturel italien, in L'autorité dans le monde des Lettres et sa mise en pièces dans la littérature, a c. di Ph. Chardin, M.-P. Pilorge, E. Gavoille, Kimé, Paris, in stampa.
Paola Desideri, Linguaggio della politica , in Enciclopedia dell’italiano, diretta da R. Simone, Istituto dell’Enciclopedia Italiana, Roma, 2011, 1112-115.
Maria Vittoria Dell’Anna, Lingua italiana e politica, Carocci, Roma, 2010.
Oswald Ducrot, L’argumentation par autorité, in Le dire et le dit, Minuit, Paris 1984, pp. 149-169.
Christian Plantin, Les argumentations d’autorité, in L’argumentation, Seuil, Paris 1996, pp. 88-93.
Giuseppe Pontiggia, Il linguaggio autoritario nell’uso quotidiano della parola, in Il residence delle ombre cinesi, Milano, Mondadori, 2004, pp. 199-211.
Massimo Recalcati, Il complesso di Telemaco. Genitori e figli dopo il tramonto del padre, Milano, Feltrinelli, 2012.
Massimo Recalcati, Da Grillo a Renzi. Il carisma orizzontale , «La Repubblica», 26 novembre 2013.
Raffaele Solaini, L’argomento di autorità: fra l’autolegittimazione del dire e la verità del detto, «Lingua e stile», 2/2000, pp. 229-248.
 
* Cristiana De Santis ricercatrice di Linguistica Italiana presso l’Università di Bologna (sede di Forlì). I suoi ambiti principali di ricerca riguardano la lingua italiana contemporanea (comune e letteraria) e la grammatica, È tra i curatori del volume L’italiano al voto (Accademia della Crusca, Firenze, 2008). Con Michele Prandi e Gaston Gross ha pubblicato La finalità. Strutture concettuali e forme di espressione in italiano (Olschki, Firenze, 2005) e, con Michele Prandi, Le regole e le scelte. Manuale di linguistica e di grammatica italiana (Utet, Torino, 2011).

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