07 dicembre 2010

«Il mio italiano di spezie e sicomori contro l’intrusione dell’inglese»

di Gabriella Ghermandi*

Vorrei iniziare questa breve riflessione sulla mia esperienza con la lingua italiana citando la pagina del mio sito (http://www.gabriella-ghermandi.it/) alla voce “Scritture”: «Me ne andai dall’Etiopia a quattordici anni. La sera prima di partire dal mio paese per venire in questo, di mio padre, ebbi una crisi di nervi. Mia madre mandò a chiamare il dottore, che arrivò e mi diede un calmante. Mia nonna, assieme a mia cugina Alem e alcune donne del quartiere cercavano di consolarmi “Vai nella terra di tuo padre” mi dicevano “Vedrai, lì c'è tutto”, ma poi sono arrivata qui, e non ho trovato quel tutto di cui mi parlavano loro, perché come si fa a dire che in un paese c’è tutto se poi manca la consolazione? Il conforto? La condivisione della gioia e del dolore? Ho provato i denti aguzzi della nostalgia e della solitudine, e in quel tempo di gelo, dove alcun abbraccio caloroso ha riempito il mio vuoto, ho trovato una unica dimora, la lingua di mio padre, l’Italiano, e ho capito che potevo abitarvi dentro e ricostruire il calore con la memoria della mia gente e del mio paese. E così oggi scrivo...».
 
La “lingua padre” che mi slacciò la bocca
 
Quando sono arrivata in Italia ho vissuto un forte spaesamento. Nulla era come avevo immaginato. Credevo che l’Italia avesse tutto ciò che c’era in Etiopia e avesse come valore aggiunto ciò che da noi mancava in termini di organizzazione, di condizioni di vita, di democrazia, ecc... Invece una volta arrivata qui ho scoperto che c’era sì il valore aggiunto, ma mancava tutto il resto che io avevo dato per scontato: mancava il senso della comunità, la solidarietà tra vicini di casa, un certo tipo di accoglienza e di ospitalità, almeno al Nord, dove io ero capitata. E la cultura popolare del racconto, quella cultura che rendeva sapienti anche i contadini, era stata eliminata e la gente pareva tutta spenta. Rotolava nella vita correndo dietro al tempo, quasi esso fosse un animale dalla lunga coda che una volta agguantata potesse portare l’animale ad essere assoggettato al nostro volere.
In questo sentimento di disillusione e tradimento l’unico mio rifugio è stato la lingua italiana. La mia “lingua padre”, una delle due lingue con cui avevo slacciato la mia bocca come si dice in amharico, si confermava come l’unico elemento fedele nella terra di mio padre e si apriva per me, ulteriormente, per diventare il mio contenitore protettivo, accogliendo i miei sentimenti, le mie emozioni, i miei ricordi, la mia casa lasciata. La lingua italiana è diventata il luogo in cui ricostruirmi scrivendo e ricompattare i pezzi. E durante tale percorso di cura ho scoperto alcune particolarità del mio rapporto con essa.
Nel corso della mia infanzia in Etiopia, la mia lingua padre era stata popolata con immagini sull’Italia. Durante la lunga stagione della pioggia ad Addis Abeba è praticamente impossibile muoversi a piedi. L’acqua scorre ovunque in continuazione, sia dal cielo che sulla terra. Quando termina un temporale e il cielo si prende una pausa, quella che è caduta sulla terra si raduna per dare vita a fiumi di acqua e fango che scorrono scendendo verso i bassipiani, invadendo ogni possibile superficie, quindi è uso in quella stagione, per quel poco che ci si muove, muoversi solo in macchina. Così a volte capitava che violenti temporali ci cogliessero mentre con la macchina varcavamo il cancello di casa. In quelle occasioni, parcheggiata la nostra amata 124 Fiat sotto una tettoia del cortile, mio padre, nell’attesa della fine del temporale, raccontava dell’Italia. Quell’acqua gli faceva sempre venire in mente gli autunni e gli inverni del suo paese, Crevalcore, e del castello in cui era nato e cresciuto, i Ronchi.
 
Al dievel, cat vegna un azzident
 
Mi raccontava le storie che aveva ascoltato, da bambino, nelle notti d’inverno trascorse nella stalla a spannocchiare. Quando nella fiamma tremula della lampada ad olio e nelle lunghe ombre proiettate sul muro si infilavano gli spiriti. C’era Franklin, detto Dino, che era stato ammazzato dall’amante di sua moglie Rimelde, detta Nella, e ogni notte si aggirava senza pace da una stalla all’altra e poi c’erano gli spiriti birichini, che, una volta, dall’angolo più buio della stalla, avevano lanciato una manciata di sassolini nella minestra di nonno Smeraldo. E c’era anche al dievel, che di sera si appostava dietro alla fila di pioppi cipressini del cortile, con i suoi occhi rossi e gli artigli affilati, in attesa di qualche bambino da agguantare e spolpare come un galletto. E chi si azzardava ad uscire dalla stalla?
L’italiano di quei racconti era popolato da parole in dialetto bolognese: il birocciaio, il solfanaio, l’armistameant, l’essere sgodevoli e pitocchi, la pistinegher, la finsetra in sbadessa, brisa e nelle giornate in cui gli spiriti ce la mettevano tutta per fare arrabbiare mio padre c’era cat vegna un azzident. E, ancora, c’era la ricetta del ripieno cotto di nonna Flora, per i tortellini... Era questo in quei giorni il “mio italiano” e le immagini che lo popolavano interamente, almeno così mi pareva. Poi quando sono arrivata in Italia, il vuoto della mancanza di tutto ciò che fino a quel momento era stato il mio compagno di danza nella vita, mi ha portato a vederne l’altra faccia, quella cresciuta con me senza che me ne rendessi conto. Ad esempio non mi ero mai resa conto di come nel mio italiano ci fosse anche l’amharico: infatti il pattume era koshasha; il fango non poteva che essere cikka, in quanto solo quello della stagione delle grandi piogge è degno di essere considerato fango, e dato che le grandi piogge sono in Etiopia, va da sé che la parola usata non poteva che essere amharica; il guardiano era lo zebagnà;i piccoli spacci sulle strade erano i guraghe. Inoltre sì, è vero che a casa nostra si facevano i tortellini con la ricetta del ripieno cotto di nonna Flora, ma quando si avvicinavano le feste italiane, e molti della comunità italiana chiedevano a mia madre di fare tortellini anche per loro, a chiuderli venivano precettate, oltre noi figli, tutte le vicine di casa etiopi e si chiacchierava in amharico e terminati i tortellini le chiacchiere continuavano davanti alla lunga cerimonia del caffè.
L’italiano e l’amharico sono in me le due gambe dello stesso corpo che si alternano nel passo.
 
Pieno di immagini culturali etiopi
 
Ed è stata la migrazione, lo sradicamento e il successivo tentativo di cura che mi hanno portato a comprendere gli aspetti in ombra del mio italiano. Il fatto che il mio italiano fosse popolato quasi esclusivamente con le immagini che mi regalava mio padre era solo l’aspetto mentale del mio parlato, ce n’era un altro, fisico ed emotivo, dove la mia lingua padre si intrecciava con il mondo delle mia lingua madre, e non solo perché nel lungo filo del parlato le due lingue venivano a volte inanellate assieme. Il mio italiano, seppure appreso come lingua d’origine, era diverso dall’italiano d’Italia, quantunque si attenesse alle stesse regole grammaticali. Se è vero che la lingua è il nostro mezzo per decodificare il mondo che ci circonda, per relazionarci con esso e rendere le nostre emozioni intelligibili, allora il mio è un italiano d’Etiopia, nato all’ombra dei sicomori e intriso dell’aroma di spezie e incensi, che risente delle lunghe giornate di pesca nel fiume Awash e nel lago di Metahara, quando alle nostre spalle scorrevano file di dromedari che venivano a pascolare nella savana. Un italiano pieno di immagini culturali etiopi, immagini sulla natura e metafore care all’amharico; differente da quello parlato in Italia dove a seconda della città assorbe parole dialettali, diventando in alcuni casi un italiano “zonale”.
 
Protettivo e lenitivo
 
Da questa breve riflessione si può comprendere come l’italiano non assuma per me solo l’aspetto di una delle mie due lingue d’origine, ma rivesta anche il ruolo di contenitore rassicurante, protettivo e lenitivo. A volte, scherzando, dico che per me l’italiano non è solo una lingua ma “qualcuno di famiglia”, che non mi tradisce mai e si adatta alle mie necessità comunicative anche quando queste si manifestano a partire dalla mia parte etiope e dal relativo paesaggio culturale. Nutro un grande amore per questa lingua e mi ferisce vedere come oggigiorno essa venga spesso scardinata con l’immissione, nei punti chiave dei discorsi, di parole o concetti in inglese e mi verrebbe da chiedere, ai tanti che in questo Paese sventolano la bandiera della tutela delle radici, come ciò possa avvenire se tale tutela diventa la loro mission principale anziché l’obiettivo.
 
*Gabriella Ghermandi, italo-etiope, è nata ad Addis Abeba nel 1965 e si è trasferita in Italia nel 1979. Da parecchi anni vive a Bologna, città originaria del padre. Nel 1999 ha vinto il 1° premio del concorso per scrittori migranti dell’associazione “Eks&Tra”, promosso da Fara Editore, e nel 2001 il 3° premio. Ha pubblicato racconti in varie collane e riviste. Seguendo l’arte della metafora tipica della tradizione culturale etiope, scrive e interpreta spettacoli di narrazione che ha portato in giro in Italia, Svizzera, Stati Uniti, Etiopia, Kenya. Nel 2007 è stato pubblicato il suo primo romanzo, Regina di fiori e di perle (Donzelli Editore), vincitore di vari premi letterari.
 

© Istituto della Enciclopedia Italiana - Riproduzione riservata

0