25 aprile 2015

Lo stile italiano tra Mediopolis e le devianze vestimentarie

di Michele Rak*
 

La moda è uno dei più appariscenti segnali del mutamento culturale. I gruppi sociali sono sempre in competizione e spiegano le loro bandiere, che sono anche in forma di divise e cravatte, veli e cappellini, gonne lunghe o corte, tacchi e scarponi. Il dinamismo delle società si è accentuato con la cultura industrialista, a cominciare dall’Europa e dell’Ottocento occidentale, e progressivamente ha cominciato a investire tutte le culture del pianeta anche con le sue mode, oltre che con i suoi oggetti e costumi.

 
Bandiera d’identità
 

La moda è anche un contrassegno identitario. Per questo le culture locali indossano kimono o turbanti, smoking e jeans e ingaggiano conflitti quando vedano nell’abito il segnale di una diversità accentuata, poco flessibile e forse ostile. L’abito consente di riconoscersi come appartenente a un gruppo e tende a essere considerato come esclusivo della persona. Tuttavia la pressione del mutamento è inesorabile e le sempre nuove generazioni tendono a alterare, contraddire, spesso a contraffare le mises dei genitori. La tendenza è accentuata dalla penetrazione della cultura mediale che raggiunge le culture più marginali e capta da queste gioielli, modelli e posture.

 
Mises di successo
 

All’interno dei gruppi gli individui adottano le mises che ritengono in quel momento vincenti sotto il profilo sociale. Scelgono abiti e accessori indossati da persone dello star-system, dai vertici degli organigrammi politici o semplicemente segnalati come emergenti dalle case di moda e spintonati dalla richiesta di devianza tipica della cultura mediale.

 
“Novità” in accelerazione
 

La moda è strettamente legata alla “novità”, che è il dispositivo concettuale con cui i gruppi sociali ingaggiano i loro conflitti simbolici e adottano soluzioni che sembrano di volta in volta vincenti. L’irruzione della tecnologia digitale e della cultura mediale negli ultimi due decenni del Novecento ha provocato un’ulteriore improvvisa accelerazione degli scambi tra le culture del pianeta. Le novità possono venire dalle aree più remote e vengono colte e subito adottate appena si mostrino sul grande palcoscenico dei media.

 
Vestire mixati
 

I media hanno rifornito di modelli tutti gli individui e i gruppi e reso familiari e accettabili molte forme di devianza vestimentaria. Di fatto le sollecitano e modificano continuamente. Ogni giorno i periodici, il cinema, la televisione, i cellulari, internet veicolano immagini di corpi fasciati di indumenti assemblati in misura sempre più eterogenea e inducono modi di vestire mixati che le maison tentano di ricondurre nei recinti di una tendenza e di una moda. Soltanto i cerimoniali delle politiche e delle religioni costringono alcuni gruppi dirigenti a divise adatte a frequentare la comunicazione mediale segnalando il loro status.

 
Scambio planetario privo di divieti
 

I media hanno attivato il mercato globale e favorito uno scambio degli indumenti sempre più privo di regole e divieti. È la nuova e dirompente logica di Mediopolis, la città planetaria configurata dai canali dei media, i quali veicolano continuamente abiti e modelli passando in pochi secondi tra i gruppi sociali e le culture, i costumi e le tradizioni. Di volta in volta alimentati dalla concorrenza che richiede nuove diversità: di qui la seduzione tribale e i dettagli metal, i cotoni o le sete quando le griffes decidono di ingaggiare i loro bracci di ferro adottando e reinventando etnìe marginali dell’Africa o dell’Asia. Per non parlare del flusso del turismo che strappa e adotta tanto l’oggettistica rituale quanto il modo di vestire delle aree più remote.

 
Periferia destrutturante
 

Nello stesso tempo scorrono in maniera più irruenta e in questi canali gli abiti casual delle periferie urbane – da Rio de Janeiro a Napoli, da Shangai a Miami – e destrutturano in maniera crescente il legame tra identità e abito. Le scarpe da ginnastica e le magliette sono egualmente indossati dai divi dello star-system e dai terroristi di periferia. Ma è tutta apparenza: i prodotti sono di qualità assai diversa.

 
Internet e la circolazione delle immagini
 

Internet, il medium dei media, ha facilitato la circolazione delle merci ma soprattutto delle loro immagini. Le materie prime sono diventate immediatamente accessibili come i modelli confezionati nelle latitudini più remote dal punto di vista dell’acquirente. Per questo hanno conquistato il mercato globale le griffes, le loro tecniche e modelli di comunicazione, le loro reti di punti-vendita. Da questi tre fattori dipende il controllo, sempre relativo, dell’andamento delle mode.

 
L’Italia di nicchia
 

La moda europea gode di un vantaggio storico perché ha elaborato o assorbito lavorazioni, trattamenti dei tessili, reti commerciali grazie ad una accorta politica di comunicazione e di scambio interculturale, compresa un’acuta percezione delle diversità. In questo modo si sono affermate le marche europee del lusso con i loro capitali sempre più internazionali. L’Italia ha marchi, stilisti, maestranze, lavorazioni di eccellenza. Nel mercato globale i suoi prodotti sono inevitabilmente di nicchia.

 
Salvaguardare
 

L’Italian Style persiste ed è riconoscibile. Una cravatta di Marinella o una giacca tagliata da Antonio Panico a Napoli, una camicia di Anna Matuozzo o di Sabatini sono ben diverse da indumenti analoghi prodotti nell’area PP (Pechino+Prato). Il Made in Italy è un marchio che accompagna questi beni e va salvaguardato dalle contaminazioni e dai cloni come una fonte di ricchezza e di lavoro per il nostro paese.

 
Riserva delle élites
 

Questo stile tende a essere trascinato in due direzioni opposte dalla logica del mercato globale. I suoi manufatti tendono a diventare una riserva delle élite – da Ferragamo a Tod’s – che sanno scegliere abiti e accessori di buon taglio, comodi, spesso su misura, relativamente appariscenti. L’Italian Style è invisibile come i banchieri. Soltanto chi indossa i suoi capi prova il minimo piacere di un secondo corpo senza che quasi nessun altro se ne accorga a meno che non appartenga alla stessa élite. Negli anni prossimi le più potenti spinte a ulteriori trasformazioni di questo stile saranno dati dalla tecnologia - dai tessuti antibatterici a quelli impermeabili -, da un crescente mixaggio delle suggestioni locali e delle contaminazioni stilistiche indotte dal mercato globale.

 

Nell'immagine, Salvatore Ferragamo (al centro) a Tokyo nel 1958.

 

 

*Michele Rak è uno dei tredici Esperti Indipendenti dell’European Heritage Label a Bruxelles (dal 2012) nel giury che ricostruisce e prospetta le tappe fondative dell’Unione Europea. È membro dell’Istituto per la storia del pensiero filosofico e scientifico moderno (dal 2015). Già Ordinario dell’Università di Siena, teorico e storico del mutamento culturale e delle sue dinamiche. Ha insegnato nelle Università di Napoli, Roma-Luiss, Palermo. Ha diretto un progetto di collaborazione tra la Treccani e la Rai analogo al progetto tra l’Enciclopedia Britannica e la BBC (1989-1990). Nel settore della storia della cultura e dei linguaggi delle arti è uno degli studiosi europei della cultura della Modernità, dei suoi generi e linguaggi (la fiaba, il teatro, la festa, la teoria della letteratura, il Barocco italiano), della storia e funzione sociale dell’immagine. È un analista delle trasformazioni in corso per gli effetti della pressione dei media sul mercato editoriale, sulla moda, sulla televisione, sulla fotografia. Progetta musei di identità e di storia sociale. Ha progettato il Virtual Museum of Photography (UE). I suoi libri sono stati pubblicati da Einaudi, Feltrinelli, Garzanti, Il Mulino, Marsilio, Arnoldo Mondadori, Bruno Mondadori.


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