27 ottobre 2021

Il museo nella società in fiamme: capovolgere il paradigma

 

«Il museo è l’orecchio che ascolta», scriveva nel 1971 il museologo statunitense Duncan Cameron. Era un wishful thinking nato in un clima di rivoluzione contro i poteri dominanti, una profezia, un’ovvietà? A cinquant’anni di distanza, si direbbe piuttosto un’indicazione molto pragmatica e tuttora attuale.

 

Anni Novanta, il museo superstar

 

I musei pubblici, nati nella forma che conosciamo oggi dalla Rivoluzione francese e dalla nascita dello stato-nazione, sono istituzioni orientate, programmatiche selettive. Proliferati in Europa come manifesti politici pop-up, conservano di quell’eurocentrismo una traccia duratura, anche quando migrati in altri contesti. Ci piaccia o no, sono figli dell’impero.

Fra la definizione di Cameron e il presente, si dispiega una stagione molto ricca per i musei, perlomeno in termini di diffusione, visibilità e autorevolezza. Negli anni ’90 sono superstar che coagulano risorse e veicolano un’idea di cultura solare, muscolare, ancora una volta universale (ma chi sono quei “tutti” a cui ci si rivolge?). Citiamo appena il caso del Guggenheim e del Louvre, esportati come le reliquie dei santi in varie parti del mondo; o la costruzione di decine di nuovi edifici in estremo Oriente, a coltivare un nuovo pubblico benestante.

 

Anni Duemila, l’era dello storytelling

 

Con gli anni Duemila, esaurita la stagione più eclatante delle nuove edificazioni, ecco aprirsi la stagione dello storytelling: ci riscopriamo bambini a cui piacciono le storie, ed è una grande festa. Raccontami una storia, ma fallo bene! Verità antiche - senza logos né capacità dialettiche siamo dei corpi ciondolanti - si sommano a nuovi prodotti di marketing: una storia ben raccontata è una storia che vende meglio.

Nulla di male, anzi: l’attenzione alla costruzione del racconto museale, ai suoi ritmi e tempi, agli strumenti di cui può avvalersi (di volta in volta verbali, visivi, sonori, tattili…) ha favorito lo svecchiamento di allestimenti polverosi, la riscrittura di testi incomprensibili, la formazione di mediatori capaci di interloquire con il pubblico in modo più efficace. Ma vale la pena riflettere su come meglio utilizzare questi strumenti nel contesto che oggi si dispiega, incandescente, davanti ai nostri occhi.

 

Un nuovo orizzonte planetario

 

A cinquant’anni dalla definizione di Cameron, il mondo è in fiamme come lo era allora, quando il femminismo, le battaglie per i diritti dei gay, il pacifismo, la lotta al razzismo e alla discriminazione degli afrodiscendenti trasformavano la società dall’interno, chiedendo uguali diritti per tutti. Oggi ci è forse più chiaro come tutte queste battaglie, insieme a quella ambientale, facciano parte di un orizzonte unico, che accomuna tutti, indipendentemente da età, genere, orientamento sessuale, provenienza, eccetera: caratteristiche fondative dell’individualità di ogni persona, spesso portate nel mondo con un carico doloroso da parte dagli esclusi, mentre dovrebbero essere responsabilità condivisa.

Molti musei si sono interrogati su come intersecare il proprio sguardo – storicamente bianco, spesso maschile, centrato sulle collezioni, che eroga attività educative in senso verticale – con quello del pubblico, nella sua varietà e complessità, nelle sue istanze e linguaggi, nelle sue lotte e paure. Non si tratta “solo” di rappresentare (i nativi, le comunità marginalizzate, i corpi non conformi, le diverse età della vita…): la rappresentazione senza ascolto sembra un token di poca rilevanza, un contentino che scontenta tutti perché non agisce nella società a livello profondo.

Si tratta di un cambio di paradigma radicale, cui ogni museo ha provato a rispondere con strumenti diversi, ma che certamente movimenti come #metoo, Black Lives Matter, Fridays for Future, e non ultima la pandemia, hanno accelerato e sostenuto.

 

Pandemia, differenze, identità

 

Faccio qualche esempio: la Wellcome Collection di Londra, un museo dedicato alla storia della medicina considerato un punto di riferimento per accessibilità e attenzione alla contemporaneità, invita i lettori a inviare storie personali, le più interessanti delle quali vengono pubblicate sul sito. Durante la pandemia, il museo ha accompagnato il suo pubblico con podcast, fumetti, webinar di altissimo livello (a proposito dei quali apro una parentesi: chi si presenta in video, sapendo che fra il pubblico ci possono essere ipo- e non-vedenti, si presenta esplicitando il proprio genere, dicendo come è vestito/a e dove si trova).

La pandemia ha anche moltiplicato il numero di iniziative di Rapid Response Collecting, ovvero raccolte di oggetti e storie donati dal pubblico al museo all’indomani di un’emergenza o di un evento significativo: una forma di public history molto diffusa negli USA e in UK, e sempre di più anche in Italia (si veda, per esempio, il Museo della Quarantena promosso dal Museo Diocesano Tridentino).

Nel gennaio 2021, attraverso un processo partecipativo, il Witte de With di Rotterdam ha cambiato il proprio nome in Kunstinstituut Melly per superare la memoria del politico olandese coinvolto in espropri di matrice coloniale a Giakarta. La questione della memoria coloniale e del disvelamento di un capitolo della storia moderna troppo spesso omesso o silenziato, emerso in questi anni grazie al lavoro degli afrodiscendenti e degli attivisti, sta modificando molti profili museali, dal livello della scelta delle parole a quello dell’allestimento, dal dibattito sulle restituzioni alle comunità di origine a quello sull’opportunità di esporre statue di figure controverse (si veda la polemica intorno al busto di Theodore Roosvelt al National Museum of Natural History di New York, oggetto di counter-tours da parte di diversi movimenti di attivisti).

 

Il contro-tour

 

Il contro-tour, o percorso alternativo a quello proposto dal museo, è uno strumento che ha visto una larga diffusione negli ultimi anni in forma di racconto da parte di esperti/attivisti (come nel caso degli Uncomfortable Art Tours di Alice Procter in molti musei londinesi) o anche dell’istituzione stessa, come nel caso dell’LGBTQ Tour promosso dal Victoria & Albert. Questo approccio, che sovrappone nuovi livelli interpretativi a quelli già esistenti, può anche assumere la forma di nuovi testi o didascalie, affissi in modo più o meno lecito dagli attivisti (Separate the Art from the Artist di Michelle Hartney o Art+Feminism) o prodotti dal museo stesso (si veda il progetto Rijksmuseum and Slavery). I nuovi testi possono anche prendere forma tridimensionale, come nel caso del progetto Activist Barbie di Sarah Williamson.

 

La società chiede cambiamento

 

Cancel culture? Correttezza politica? Dove andremo a finire se ci tocca dire “avvocata”, “sindaca”, e perfino “rettrice”? Così pensano molti. Ma la società chiede cambiamento, adeguamento delle parole e degli atteggiamenti, nuove formulazioni (di sostanza, non di forma) che vadano a integrare le vecchie e correggerle, sì, se necessario. La museologia non è una scienza esatta, ma è una scienza dell’ascolto, proprio come scriveva Cameron. La posta in gioco non è solo l’aumento del pubblico in termini quantitativi, bensì la sua fidelizzazione, l’efficacia dell’azione sociale della cultura, il contrasto allo stereotipo, la prevenzione dei conflitti, la moltiplicazione di spazi in cui prendere la parola, incontrare propri simili, uscire dall’isolamento… non è poco.

 

Luogo di scambio e non di trasmissione di conoscenze

 

Come scrive Laura Raicovich, già direttrice del Queens Museum e portavoce di una scomoda, ma necessaria non-neutralità del museo, «il museo come spazio vocato a educare il proprio pubblico: è un concetto classico così profondamente radicato che è difficile vedere l'enorme potenziale insito nel superamento di tale paradigma. La possibilità che il pubblico possa essere attivato dalle collezioni del museo mi pare un concetto molto promettente. Re-immaginiamo l'interpretazione museale come uno scambio di conoscenze con il pubblico, piuttosto che una trasmissione. Un tale cambiamento pedagogico, che alcuni dipartimenti educativi all'interno dei musei hanno da tempo abbracciato, genererebbe una più vasta gamma di interpretazioni e coinvolgerebbe il pubblico attingendo alle loro esperienze di vita, messe in relazione con le opere del museo».

 

Chi sono gli studenti?

 

Un salutare unlearning: non si tratta di disimparare quello che il museo fa, spesso molto bene, da tanti secoli, ma di rinunciare agli automatismi di quel sapere e di capovolgere il paradigma, sforzandosi di comunicare in modo più efficace, proprio partendo dall’ascolto. Il bravo insegnante si pone il problema di chi siano i suoi studenti, all’avvio del nuovo anno scolastico, prima di scegliere il registro con cui fare lezione.

 

Suggerimenti di lettura

A.A. Azulay, Potential History: Unlearning Imperialism, Verso, London 2019.

G. Brambilla, Soggetti smarriti. Il museo alla prova del visitatore, Editrice Bibliografica, Milano 2021.

D. Cameron, Il museo, tempio o forum, ne Il nuovo museo, a cura di C. Ribaldi, il Saggiatore, Milano 2005, pp. 45-63.

A. Chynoweth, B. Lynch, K. Petersen e S. Smed (a cura di), Museums and Social Change. Challenging the Unhelpful Museum, Routledge, Oxon-New York 2021.

M.C. Ciaccheri, A.C. Cimoli, N. Moolhuijsen (a cura di), Senza titolo. Le metafore della didascalia, Nomos edizioni, Busto Arsizio 2020.

C. Deliss, The Metabolic Museum, Hatje Cantz Verlag, Berlin 2020.

G. Grechi. Decolonizzare il museo. Mostrazioni, pratiche artistiche, sguardi incarnati, Mimesis edizioni, Milano 2021.

D. Hicks, The Brutish Museums: The Benin Bronzes, Colonial Violence and Cultural Restitution, Pluto Press, London 2020.

L. Raicovich, Culture Strike. Art and Museums in an Age of Protest, Verso, London-New York 2021.

 

 

Immagine: Il Kunstinstituut Melly di Rotterdam, già Witte de With. Nel 2021, il centro culturale ha cambiato il proprio nome attraverso un processo partecipativo

 

Crediti: Kunstinstituut Melly di Rotterdam, ph. Jeroen Lavèn

 

 

 


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