01 gennaio 1970

Lingue inventate nella letteratura italiana del Novecento

di Daniele Baglioni*

Come s’inventa una lingua Hocus pocus, papè satàn aleppe, tappe tapperugia, supercalifragilistichespiralidoso, antani, wingardium leviosa, areknamés, malingùt... Che cos’hanno in comune tutte queste espressioni, alcune lette nei libri, altre sentite al cinema o alla radio, altre ancora che abbiamo usato noi stessi nei giochi che facevamo da bambini? Difficile mettere a confronto contesti così diversi, i libri di Harry Potter con le canzoni di Battiato e Capossela, Mary Poppins con la supercazzola di Tognazzi, addirittura le conte dei giochi d’infanzia col sommo Dante! Eppure un elemento in comune c’è: il fatto che si tratta di parole e frasi inventate, che invano si cercherebbero nel vocabolario della nostra o di altre lingue. Si può inventare una parola per gioco, oppure mettere più parole inventate insieme per comporre una formula magica, una filastrocca senza senso o il testo di una canzone; si può inventare persino un’intera lingua, con tanto di grammatica e vocabolario, come l’esperanto, la lingua internazionale inventata da Ludovico Zamenhof, o il quenya, la lingua degli Elfi creata dall’autore del Signore degli anelli J. R. R. Tolkien. Ma come s’inventa una lingua? I modi principali sono due: si può partire da una lingua conosciuta, ad esempio l’italiano, e “mascherarla” deformandone i suoni, le desinenze e le parole. È quello che abbiamo fatto tutti quando da bambini parlavamo al contrario (ocima = amico, eracoig = giocare, ecc.) o che facciamo ancora oggi per scherzo quando parliamo in inglese o in latino maccheronico (tu gust is megl che uan, fate vobis, ecc.). A ben vedere, però, non c’è nulla di veramente inventato in queste lingue: le abbiamo costruite a posteriori, camuffando con l’applicazione di poche regole le parole dell’italiano. Diverso è il caso delle lingue inventate a priori, cioè senza l’appoggio di nessuna lingua esistente: le parole di queste lingue risulteranno completamente incomprensibili, proprio come quelle di una lingua esotica mai sentita prima, e dunque tanto più affascinanti e misteriose. Il lonfo e il bego Non sorprende quindi che la letteratura, specie la letteratura nonsense, faccia largo uso di lingue inventate. Non sempre si tratta di frasi impronunciabili e incomprensibili: qualche volta hanno un aspetto molto familiare, però sono piene di parole che non conosciamo. Prendiamo ad esempio i primi versi del Lonfo di Fosco Maraini, tratta dalla raccolta Gnòsi delle Fànfole: Il lonfo non vaterca né gluisce e molto raramente barigatta, ma quando soffia il bego a bisce bisce sdilenca un poco, e gnagio s’archipatta. Gli articoli, le congiunzioni, le preposizioni e alcuni avverbi sono italiani, ma i nomi, i verbi e gli aggettivi no. O almeno così ci sembra, perché in linea teorica vatercare e gluire potrebbero essere verbi della nostra lingua. Eppure, anche se la parola lonfo da sola non ci dice niente, capiamo dal contesto che deve trattarsi di un animale, un animale piuttosto pigro in verità, che di solito non fa tante cose e che si attiva solo quando soffia un certo vento che si chiama bego. Come facciamo a capire che il lonfo è un animale? Forse perché gluisce, come la mucca muggisce, il cavallo nitrisce e il leone ruggisce; o forse perché, se si muove quando si alza il vento, vuol dire che vive all’aperto e non in una casa come noi uomini. Il poeta ha disseminato nei suoi versi tanti piccoli indizi che, messi tutti insieme con l’aiuto della logica e della grammatica, possono farci capire molte cose. Certo, com’è fatto di preciso un lonfo non lo sapremo mai, ma almeno adesso lo conosciamo un po’ meglio di prima! Recusia estemesica! Ma la logica e la grammatica non sempre ci aiutano. Difficile, infatti, riconoscere il soggetto, il predicato e i complementi in una frase come «Oggi traneguale per indotto-ne consebase al tresico imparte Montecitorio per altro non sparetico ndorgio, pur secministri e cognando, insto allegò sigrede al presidente interim prepaltico, non manifolo di sesto, dissesto»; tutt’al più possiamo individuare qualche parola conosciuta, come oggi, indotto e Montecitorio, ma il senso della frase ci sfugge. Questo tipo di lingua inventata si chiama grammelot, una parola diffusa da Dario Fo, che è l’autore della frase citata. A differenza della lingua di Maraini, il grammelot serve a confondere chi legge o chi ascolta, facendogli credere di avere davanti una lingua conosciuta che però in quel momento gli risulta incomprensibile. Per questo il grammelot è molto usato dagli attori, che se ne servono per illudere gli spettatori di ascoltare frasi in italiano o in un’altra lingua, mentre invece si tratta di sillabe senza senso. A teatro il grammelot è recitato molto rapidamente, così da non permettere a chi ascolta di accorgersi dell’inganno, e viene accompagnato da gesti, che sostituiscono le parole e danno allo spettatore un’idea di quale sia l’argomento del discorso. Ma non mancano i casi di grammelot scritti, che a volte sono costruiti talmente ad arte da dare al lettore l’illusione di poter davvero capire qualcosa. Ecco la strampalata recensione alla mostra di un pittore che Dino Buzzati fa scrivere al protagonista del racconto Il critico d’arte: Il pittrore [...] di del dal col affioriccio ganolsi coscienziamo la simileguarsi. Recusia estemesica! Altrinon si memocherebbe il persuo stisse in corisadicone elibuttorro. Ziano che dimannuce lo qualitare rumelettico di sabirespo padronò. E sonfio tezio e stampo egualiterebbero nello Squitinna il trilismo scernosti d’ancomacona percussi. Tambron tambron, quilera dovressimo, ghiendola namicadi coi truffo fulcrosi, quantano, sul gicla d’nogiche i metazioni, gosibarre, che piò levapo si su predomioranzabelusmetico, rifè comerizzando per rerare la biffetta posca o pisca. Verè chi... Nelle prime frasi, malgrado l’accumulo di preposizioni di del dal col, ci pare quasi di poter seguire il discorso; ma tambron tambron, che sembra preso da una filastrocca per bambini, ci rivela che si tratta di uno scherzo, evitandoci di scervellarci ancora a lungo... Aga magéra difúra... Per quanto incomprensibili, le poesie di Maraini e i grammelot di Fo e Buzzati hanno un’aria familiare, perché i suoni e le terminazioni delle parole sono gli stessi dell’italiano. Ma che dire di questa litania satanica, inserita da Umberto Eco nel Pendolo di Foucault? Kuabris Defrabax Rexulon Ukkazaal Ukzaab Urpaefel Taculbain Habrak Hacoruin Maquafel Tebrain Hmcatuin Rokasor Himesor Argaabil Kaquaan Docrabax Reisaz Reisabrax Decaiquan Oiquaquil Zaitabor Qaxaop Dugraq Xaelobran Disaeda Magisuan Raitak Huidal Uscolda Arabaom Zipreus Mecrim Cosmae Duquifas Rocarbis Di fronte a tante k, x e z non possiamo non rimanere disorientati, un po’ spaventati dal suono infernale dell’oscura lingua diabolica. Altrettanto enigmatici, ma di certo più musicali, i versi che seguono, tratti dal racconto Dialogo dei massimi sistemi di Tommaso Landolfi: Aga magéra difúra natun gua mesciún Sánit guggérnis soe-wáli trussán garigúr Gúnga bandúra kuttávol jerís-ni gillára. Lávi girréscen suttérer lunabinitúr È la prima quartina di una poesia che il protagonista del racconto ha scritto in una lingua sconosciuta, che gli è stata insegnata anni prima da un capitano giramondo e che lui stesso ha dimenticato. Non ne ricorda che una traduzione approssimativa, troppo poco per ricostruirne la grammatica, sempre che questa lingua abbia una grammatica e non sia solo una successione caotica di parole senza senso. A giudicare dal ripetersi di alcune desinenze come -úra (difúra, bandúra), -úr (garigúr, lunabinitúr) e -un (natun, mesciùn) e dai composti soe-wáli e jerís-ni, sembrerebbero esserci delle regole: anche noi, forse, potremmo imparare la lingua del capitano, se soltanto ne conoscessimo la grammatica. Ma come, se abbiamo a disposizione solo questi pochi versi? Non ci resta che goderci il testo nella traduzione che ci dà Landolfi: Anche piangeva della felicità la faccia stanca / Mentre la donna mi raccontava della sua vita /E mi affermava il suo affetto fraterno... *Daniele Baglioni (Roma, 1977) ha compiuto i suoi studi all’Università “La Sapienza” di Roma, dove nel 2004 ha conseguito il dottorato di ricerca in “Linguistica storica e storia linguistica italiana”. Ha insegnato a contratto presso le università dell’Aquila e di Cassino e attualmente è borsista dell’Istituto Italiano di Scienze Umane di Firenze. Si è occupato di fonetica storica del toscano antico, di fenomeni di contatto tra l’italiano e le altre lingue del Mediterraneo medievale e moderno e di lingue inventate in letteratura, con particolare attenzione alle Fanfole di Fosco Maraini. Dal 2000 collabora al Lessico Etimologico Italiano (LEI).


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