02 marzo 2011

Goffredo Mameli (e gli altri): il ritmo della patria

di Antonio Girardi*

Il Canto degli Italiani , più noto come Inno di Mameli (http://www.quirinale.it/), diventa l’inno nazionale dell’Italia repubblicana il 12 ottobre 19 46. La sua storia era cominciata un secolo prima, durante i moti genovesi dell’autunno del 1847, dalla penna dello studente e patriota Goffredo Mameli. Ed è un altro genovese, Michele Novaro – allora tenore e maestro dei cori dei Teatri Regio e Carignano – a metterlo in musica a Torino qualche mese più tardi. Subito diventa popolarissimo, si afferma come canto per eccellenza dell’unificazione nazionale. Non alla Marcia Reale ma proprio al Canto degli italiani nel 1862 Giuseppe Verdi affida il compito di rappresentare l’Italia nel suo Inno delle Nazioni. E del resto, di una marcetta verdiana l’Inno ha in sé il piglio vitale.
 
La coralità del “noi”
 
I suoi senari pulsano sulla 2ª e 5ª sillaba, com’erano di 2ª 5ª i senari doppi del celebre coro manzoniano, il primo dell’Adelchi, il cui inizio – «un volgo disperso repente si desta, / intende l’orecchio, solleva la testa» – viene puntualmente evocato da «Fratelli d’Italia / l’Italia s’è desta / dell’elmo di Scipio / s’è cinta la testa». Molto è affidato proprio alla parola-simbolo del risveglio, della rinascita di un popolo: collocati da Manzoni in un’epoca lontana, dal Canto in un’Italia pronta a conquistare indipendenza e unità nazionale: «Stringiamoci a coorte! / Siam pronti alla morte; / Italia chiamò», ribadisce nella coralità ottativa del Noi il ritornello che fa seguito a ciascuna strofa. Tutte in funzione del presente anche le evocazioni affidate ai nomi propri come la battaglia di Legnano, e di personaggi eroici come Balilla, che trasmettono energia alle stesse note di Novaro.
 
Sintassi rapida e agile
 
Ma la prima parola-chiave, legata strettamente a popolo, è il fratelli dell’incipit, con rimando agli ideali democratici e repubblicani di Mazzini (la stessa parola che apre il Canto tornerà a chiudere l’estremo tratto del risorgimento nel Fratelli dell’ungarettiano Porto Sepolto). E tendenzialmente comunicativo suona il linguaggio dell’inno nel suo insieme, con un tessuto lessicale per l’epoca piano – fino all’inflessione familiare dei «bimbi d’Italia» – dove funge da marca nobilitante qualche forma di tradizione poetica, come Scipio, coniata non sull’accusativo ma sul nominativo latino, e con una sintassi rapida e agile, appena increspata dalle anastrofi: «che schiava di Roma / Iddio la creò». E non è certo rara, tra le figure di pensiero, quella che personifica l’Italia.
 
L’Inno di Garibaldi
 
Al Canto alcuni critici e antologisti antepongono, dello stesso Mameli, versi d’altra natura come Un’idea, dove affiora «un languore morbido che nel quadro del primo Ottocento resta ignoto all’Italia» – così Luigi Baldacci, sottoscritto da Maurizio Cucchi. Ma nella poesia di ispirazione esplicitamente patriottica forse può essergli accostata solo la Canzone italiana, meglio nota come Inno di Garibaldi, scritta nel 1859 da Luigi Mercantini e musicata dal capobanda militare Alessio Olivieri: anche qui incalzanti senari, stavolta doppi, di 2ª 5ª, e poi gli «allori alle chiome», la battaglia di Legnano e, prima di tutto, un altro risveglio, che riporta in vita i defunti addirittura: «Si scopron le tombe, si levano i morti, / i martiri nostri son tutti risorti!».
 
«Eran trecento, eran giovani e forti…»
 
Peraltro il Mercantini patriottico fa concorrenza a sé stesso con La spigolatrice di Sapri, dolente ballata sul destino tragico di Carlo Pisacane e dei detenuti da lui liberati nella vana speranza di suscitare un’insurrezione di popolo. Ben particolare il punto di vista con cui la vicenda viene rievocata, in bocca a una spigolatrice che segue tutta la scena affascinata del «bel capitano» con cui dialoga: «Dove vai, bel capitano? – / Guardommi e mi rispose: – O mia sorella, / vado a morir per la mia patria bella –. / Io mi sentii tremare tutto il core, / né potei dirgli: – V’aiuti il Signore! – ». E alla popolana, o a un coro che ne riverbera la voce, va ascritto il ritornello che fa da cupa cerniera tra una sequenza e l’altra, calando bruscamente dall’ampio endecasillabo al breve quinario, «Eran trecento, eran giovani e forti, / e sono morti». Iterazioni anaforiche, ritornello, rime baciate concorrono all’esito indubbiamente ‘popolare’, malgrado la convenzionalità, all’epoca ancora insuperabile, del codice linguistico e metrico (la attestano, nei versi citati, il mi enclitico, il core monottongato, i fitti eran apocopati, improbabili in bocca a una popolana).
 
Dai Sepolcri agli Stornelli
 
La spigolatrice esce dall’ambito dei versi messi in musica e spazia nel mare magnum della poesia risorgimentale fatta di sole parole: campo di non facile definizione e dalle complesse gerarchie, che va dalle canzoni politiche di Vincenzo Monti e dai Sepolcri foscoliani fino ai Cavallotti e agli Gnoli di fine secolo (per cogliere le ingenti dimensioni, la rappresentatività persino di autori anonimi e le varie diramazioni di questa letteratura, si riveda Il Canzoniere del Risorgimento Italiano dato alle stampe nel 1895 da Rinaldo Blasi, di cui una copia digitalizzata è stata messa in rete di recente http://www.archive.org/). Difficile giudicare il tutto. Ma non ci vuol molto per avvertire che il suo cuore è tenuto da un drappello di poeti per i quali l’Italia unita non è solo un tema da cantare in versi. È piuttosto un ideale per cui mettersi in gioco, rischiando di persona: così per Mameli e Mercantini, per Francesco Dall’Ongaro – con i suoi Stornelli ora appassionati, ora risentiti e beffardi – e Arnaldo Fusinato, con la sua Venezia nel 1849: affamata, scorata, livida, mentre «Sul ponte sventola / bandiera bianca».
 
Riferimenti bibliografici
Antologia della poesia italiana. Ottocento (diretta da C. Segre e C. Ossola), Torino, Einaudi-Gallimard, 1997.
Poesia italiana dell’Ottocento , a cura di M. Cucchi, Garzanti, Milano, 1978.
Poeti minori dell’Ottocento , a cura di L. Baldacci e G. Innamorati, Milano-Napoli, Ricciardi, 1958-1963 .
L. Serianni, La lingua poetica italiana, Grammatica e testi, Roma, Carocci, 2009.
 
*Antonio Girardi insegna Storia della lingua italiana e Stilistica e metrica italiana all’Università di Verona, dopo aver insegnato nelle Università di Padova e di Trento. Allievo di Gianfranco Folena (la tesi su Vittorini è diventata il suo primo libro, Nome e lagrime: linguaggio e ideologia di Elio Vittorini) e di Pier Vincenzo Mengaldo, ha dedicato alla poesia, al linguaggio, alla metrica del Novecento tre volumi: il più recente, Grande Novecento. Pagine sulla poesia, uscito da Marsilio nel 2010. Sull’altro filone di ricerca da lui più praticato – quello leopardiano – è imminente, sempre da Marsilio, Leopardi nel 1828. Saggi sui Canti. Più volte si è occupato anche dell’Ottocento ‘minore’ e della crisi del linguaggio poetico nell’Italia unita. Fa parte del Comitato scientifico della rivista «Stilistica e metrica italiana».

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