02 marzo 2011

Vittorio Emanuele II: il soldato acculturato

di Luca Serianni*

Tra i canonici “padri della patria”, la figura di Vittorio Emanuele II è spesso assente, o trascurata, non dagli studiosi accademici ma dalla vulgata storiografica. Sintomatico, tenendo conto del ritualismo proprio delle emissioni filateliche, il fatto che nel 1978 si omise di realizzare un francobollo commemorativo in occasione del centenario della morte del “Re galantuomo”. Alla sottovalutazione storica si accompagna spesso una rappresentazione riduttiva, se non caricaturale, del suo tratto umano: che sarebbe quello di un soldato rozzo, interessato soprattutto alle avventure amorose e alle battute di caccia, dalle ricorrenti tentazioni autoritarie.
 
Dai passerotti al cavallo
 
Ma per quel che è delle sue conoscenze di lingua italiana, il bilancio è tutt’altro che negativo. Com’è noto, il francese era la lingua abitualmente parlata alla corte dei Savoia, in alternanza col piemontese della comunicazione informale. Ciò non toglie che al principe Vittorio Emanuele adolescente fosse impartita un’istruzione bilingue nelle varie discipline; per esempio, nella religione, le «dimostrazioni evangeliche» erano in italiano e la parte generale era in francese. L’epistolario privato, un insieme delle testimonianze scritte sicuramente riconducibili allo scrivente, presenta, fin dagli anni giovanili, una discreta quota di lettere in italiano − accanto a quelle in francese, che restano predominanti − e una certa sicurezza espressiva.
Se una lettera del 1834 del principe quattordicenne al padre sembra scritta per semplice esercizio scolastico di nomenclatura ornitologica («Abbiamo preso nidi di ghiandai, di gazze, di rossignoli, di passerotti, di stornelli, di cabornie buffanere»), colpisce il dominio del registro brillante già in una lettera dell’anno successivo in cui Vittorio e il fratello Ferdinando rivolgono al Re una perorazione scherzosa in favore di un cavallo («La Maestà Vostra possiede nelle sue Reali scuderie un quadrupede che non ebbe mai l’alto onore di portare sul suo dorso il suo Augustissimo sovrano»).
 
«Mi scusi se lo secco»
 
In missive più tarde spicca la confidenza con i modi propri del discorso colloquiale: «mi scusi se lo secco», «Mi scusi se forse l’ho disturbato a quest’ora» (entrambe a D’Azeglio, 1849); la disinvoltura di una conversazione tramata non di rado su toni aulicamente scherzosi: «Io aspettando gli eventi che del futuro mi squarceranno il velame, mi occupo di piscicoltura» (a Cavour, 1858), «il tuo povero diavolo di padre da un mese e mezzo non è mosso dalla taurina gente» (a Clotilde, 1859).
 
Piccole mende
 
Il complessivo dominio linguistico dell’italiano scritto non è compromesso dai francesismi, che pure eccedono la quota presente nella borghesia italiana contemporanea: «il battaglione fra pochi giorni sarà ben bello» (1834, al padre; franc. bien beau), «se ho detto mia maniera di pensare» (1847, a Francesco V; senza l’articolo davanti al possessivo), «vado parlarne un momento» (1861, a Cialdini; senza la preposizione a) ecc. Né da una frequente menda microsintattica, comune anche all’italiano di Cavour: la confusione tra pronomi personali e allocutivi, come il già citato «Mi scusi se lo secco» invece di ‘la’, o «dopo avergli spedito, caro Papà» ‘averle’, nel 1836.
 
*Luca Serianni insegna Storia della lingua italiana nell’Università degli studi di Roma “Sapienza”; è socio dell’Accademia della Crusca, dei Lincei, dell’Arcadia, vice-presidente della Società Dante Alighieri, dottore h.c. dell’Università di Valladolid e direttore delle riviste «Studi linguistici italiani» e «Studi di lessicografia italiana». Si è occupato di vari momenti e aspetti di storia linguistica italiana, dal Medioevo ( Testi pratesi, 1977) all’età contemporanea (Italiani scritti, 20072), dalla lingua della poesia (La lingua poetica italiana. Grammatica e testi, 20092) al linguaggio della medicina (Un treno di sintomi, 2005). Con Pietro Trifone ha curato una Storia della lingua italiana a più mani (1993-1994), redigendo il capitolo sulla prosa letteraria. Molto nota una sua poetica italiana, apparsa nel 1988 e più volte ristampata; a questo filone di ricerca appartiene anche Prima lezione di grammatica (2006). Del 2009 è il volume Scritti sui banchi (2009), dedicato alla prassi correttoria degli insegnanti delle superiori sui cosiddetti “temi” di italiano e scritto a quattro mani con Giuseppe Benedetti. Nel 2010 è uscita presso gli Editori Laterza la raccolta di saggi L’ora d’italiano. Scuola e materie umanistiche.

 


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