12 maggio 2010

1990-2010: mistici, archeo-futuristi e visionari

di Claudio Fabretti* e Marco Sgrignoli**
 
Per saperne di più su tendenze, idee e parole della canzone italiana, ecco alcuni esempi, da Capossela ai Baustelle, da Caparezza ai Bluvertigo.
 
L’attaccabrighe del Salento/Caparezza
 
L’hip-hop di Caparezza è irriverente e anticonformista, ma sorprendentemente tradizionalista nel rinnegare alcuni degli elementi cardine del genere. “Più Stratocaster e meno DJ” è il motto che guida il ritorno musicale a una muscolarità legata al grunge e al rock woodstockiano; il ricorso frequente a temi bandistici, poi, rimette al centro il territorio piuttosto che il settarismo delle crew. I testi sono acuti, satirici, vicini ai temi del movimentismo; i loro costrutti retorici negano l’anima stradaiola del rap riportando invece a strategie letterarie consolidate. Le raffiche di similitudini tipiche dello stile hip-hop poggiano su una trama serratissima di allitterazioni e giochi di parole, e i riferimenti frequenti alla popular culture sono sempre bilanciati da citazioni più convenzionalmente colte («Da quel momento chi porta una tasca o è un artista oppure un tossico o entrambi come Basquiat. Gente a cui basta fare il contrario come bastian per darsi più arie di quante ne abbia composte Bach Sebastian»). Queste peculiarità, oltre al carisma del personaggio e la schiettezza delle invettive, sono alla base del suo successo presso il pubblico studentesco, classicamente poco avvezzo all’hip-hop.
 
Hip-hop e autarchia/Uochi Toki
 
I Uochi Toki, duo voce/basi, sono lupi solitari. Contrappongono il loro stile di vita all’immaginario impegnato, intellettualista e un po’ bohemien della gioventù universitaria. Ne esce un’esaltazione della vita fuori città, del lavoro come puro mezzo di sussistenza e del fai-da-te culturale («Il tempo che non impiego nel cercare un lavoro fisso serve a reperire materiali gratis o a passeggiare nel bosco a scrivere un libro-disco»). A fare da sfondo è il sostanziale rifiuto di sovrastrutture, status symbol e forme d’aggregazione preconfezionate (feste, concerti, sabati sera) in favore dei rapporti più diretti e concreti.
I loro sono flussi di coscienza imperniati su un particolare “verso libero” hip-hop: privo di rime, è sorretto solo dalla disposizione di pause e accenti, peraltro minata dal suono lacerante delle basi elettroniche. Puntigliosità, complessità argomentativa e uso obliquo dell’ironia avvicinano i testi al “realismo isterico” di Thomas Pynchon e David Foster Wallace: affreschi caustici e massimalisti, in equilibrio precario tra biografico e surreale.
 
Il prestigiatore delle parole/Vinicio Capossela
 
Vinicio Capossela è forse il miglior cantautore della sua generazione, ma soprattutto il più abile nel giocare con rime e versi. Debitore nella sua visionarietà poetica a gran parte della letteratura del Novecento, ha scritto anche un libro, Non si muore tutte le mattine. Saltimbanco e raffinato lirista al contempo, Capossela non insegue un’unitarietà di stile, ma rivela il suo marchio nell’arte di manipolare le parole, facendo affiorare il significato dal suono del significante e piegando gli spigoli della lingua italiana alla musicalità dei brani. Spesso onomatopeici e densi di rime, i suoi versi sposano surrealismo e gusto letterario divertendosi anche a mischiare linguaggio alto e basso, con effetti irresistibilmente comici («e come una vaiassa a colpo grosso / te la muove e te la squassa / ha i tacchi alti e il culo basso / la panza nuda e si dimena / scuote la testa da invasata / col consesso dell’amica sua fidata»).
Nel suo zibaldone coesistono la tradizione gitana e circense, Bukowski e la polvere dei Balcani, le oniriche visioni felliniane e il romanticismo, ma anche un approccio “futurista” alla lingua italiana, un uso giocoso e irriverente della parola, che lo accomuna a un altro geniale outsider come Paolo Conte.
 
Reading dell’incomunicabilità/Massimo Volume
 
Attraverso l’uso del reading e la narrazione cruda di eventi quotidiani, vissuti spesso sulla propria pelle, i Massimo Volume di Emidio Clementi (musicista e scrittore, con diversi romanzi all’attivo) hanno scoperchiato un universo di esistenze inquiete, sempre sull’orlo del collasso nervoso. La loro particolarità sta nell’abbinare questo tipo di recitazione senza fronzoli a un uso drammatico della musica, mescolando i loro assalti sonori a una serie di espedienti letterari, come il riferimento a fatti e personaggi che ricorrono nelle loro canzoni o l’uso della prima persona per dare ancora più forza immaginifica alla narrazione.
Più che il lirismo e la poesia, inseguono una prosa minimalista, lucida e tagliente, dove tra sbronze e vagabondaggi notturni, amori falliti e stanze vuote, traspare un mondo di emarginazione e incomunicabilità. Le loro canzoni sono istantanee, schegge di vita rubata, quasi piccoli cortometraggi immaginari di una metropoli ottusa e alienata. Con numerosi omaggi letterari, da Arthur Rimbaud a Jim Carroll fino a poeti misconosciuti come il bolognese Emanuel Carnevali.
 
Il socialismo tascabile/Offlaga Disco Pax
 
Gli Offlaga Disco Pax sono invece tra i più degni prosecutori della saga “politica” della canzone italiana, con testi orgogliosamente ideologici e nostalgici nel rievocare una mitologia di simboli (soprattutto della decade 80). Ma i loro brani – quasi tutti “recitati” su basi elettroniche – lasciano affiorare anche un intimismo dolente, che si esprime attraverso ricordi giovanili, flashback di una storia in disgregazione. Il tutto strizzando l’occhio al nonsense: la band si definisce «un collettivo neosensibilista, che aderisce al Movimento per il Socialismo Tascabile». Un socialismo “tascabile” perché non ha più un mondo sotto, ma ormai vive solo di parole.
Figli anch’essi di quella «Emilia paranoica» decantata dai Cccp, ne condividono l’approccio ideologico, ma non lo stile: laddove infatti Ferretti e soci ostentavano una militanza battagliera («fedeli alla linea»), gli Offlaga ricorrono all’arma dell’ironia nel riesumare l’immaginario veterocomunista di un’Italia che non c’è più. Lo stesso leader del gruppo, Max Collini, gioca su un recitato asettico, discettando di professori reazionari, di acerbi incontri sessuali e di strambi dialoghi tra il cliente di un negozio di dischi e il proprietario. Testi strutturati come racconti, buffi quadretti sospesi tra tensione e ironia. La politica è la cornice all’interno della quale sono ambientate le vite private delle persone, lo sfondo di piccole storie di varia umanità. Storie minimaliste, dove anche una marca di biscotti cecoslovacca (Tatranky) fagocitata da una multinazionale (Danone) può diventare l’icona della fine di un’utopia.
 
Il pop freudiano/Bluvertigo
 
A fine anni Novanta, Morgan e i suoi Bluvertigo hanno saputo declinare dubbi e contraddizioni del passaggio all’età adulta in un’originale veste decadentista, un "pop freudiano" fondato tanto sugli umori e le armonie di Nirvana e Depeche Mode quanto sulla propensione al letterario tipica del cantautorato. Modello evidente lo stile obliquo e distaccato di Franco Battiato, qui svuotato dai misticismi e colorato di termini farmacologici per mostrare la natura schizofrenica del mondo mentale contemporaneo. L’inconscio è dissezionato in un flusso onirico di accostamenti e immagini («gli effetti speciali, la polizia, travestirsi, la censura, l’oppio, la religione, il lego, l’assenzio»), filo conduttore di una decostruzione del senso comune che investe il mondo adulto, la scuola, la scienza, ma soprattutto la dicotomia follia/normalità.
 
Déja-vu formato canzone/Baustelle
 
I Baustelle hanno trovato il successo adattando la nostalgia adolescenziale del paradigma indie-pop alla tradizione musicale italiana: l’enfasi orchestrale della Sanremo anni Sessanta, l’anima letteraria del cantautorato, il suo sguardo critico alla società. Testi, arrangiamenti e tono vocale convergono a un estetismo autocompiacente e velatamente conservatore, che contrappone un déja-vu sessantottino alla situazione attuale, percepita come decadente. La rievocazione è però avvolta in una nube di malinconia e disillusione: sul quadro complessivo prevalgono i dettagli quotidiani, e l’oggetto del rimpianto è più l’ingenua mediocrità provinciale che il dinamismo politico dei ceti cittadini.
 
Alla ricerca dell’ardore perduto/Ianva
 
Una singolare anomalia nel panorama indie italiano è rappresentata dagli Ianva. La band genovese ripudia estetica e lessico tipici dell’indie-rock tricolore, in favore di un approccio aulico e nostalgico. Si tratta di un collettivo di musicisti «accomunati – secondo il loro stesso “manifesto” – dall’esigenza di restituire un senso a concetti quali passionalità, ardimento e dignità e animati dalla volontà di preservare quelle poche ma ottime cose proprie della sensibilità italiana di un tempo antecedente al processo di azzeramento instauratosi negli ultimi due decenni».
Il loro sguardo “archeofuturista” si rivolge così altrove: all’immaginario bellico del neofolk europeo, al sentimentalismo della chanson francese, ma anche a quella tradizione italiana di cantautorato noir (De André su tutti) e colonne sonore epiche alla Morricone. La rabbia non si è assopita, ma, anziché assumere i toni sciatti e nichilistici del punk, si rifugia in struggenti amarcord. Così, in un audace melange ideologico, la purezza proletaria idealizzata da Pasolini convive col decadentismo aristocratico di D’Annunzio. Entrambi vengono citati e omaggiati, nel contesto di canzoni forbite, dal forte appeal letterario. La più nota, La ballata dell’ardito, celebra proprio l’eroismo temerario di uno dei legionari dannunziani a Fiume.
 
*Claudio Fabretti, 42 anni, è un giornalista professionista e “non-critico” musicale. Laureato in Giurisprudenza e specializzato in Giornalismo e Comunicazione, è stato per sei anni redattore presso il settimanale «Avvenimenti», occupandosi in particolare di Esteri e scrivendo anche reportage dalla ex-Jugoslavia. Ha collaborato con il settimanale «L’Espresso», con i mensili «Blow-Up» e «Rockstar», con il portale «Kataweb». Dal 2001 fa parte della redazione romana di «Leggo», il più diffuso quotidiano di free-press in Italia. Nel 2000 ha creato «Onda Rock» ( www.ondarock.it ), la webzine in cui dà sfogo alla sua insana passione per la musica, e dal 2008 ha fondato il gemello «OndaCinema» ( www.ondacinema.it ), dedicato all’altra sua cronica ossessione.
 
** Marco Sgrignoli, 24 anni, vive a Bergamo ed è studente, di matematica. Da sei anni collabora con la webzine musicale «Onda Rock» ( www.ondarock.it ), per cui ha scritto articoli e recensioni. In particolare, ha curato la voce “Italia” della recente guida al decennio 00 pubblicata dal sito. Da tre anni gestisce l’mp3-blog il golpe e l’uva , dedicato alla riscoperta e alla diffusione della musica pop del nostro paese, presente e passata.

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