01 gennaio 1970

Filologia del match in tv

di Massimo Arcangeli*

Lo sfondo è bianco-perla. Il tavolo a cui siedono Clemente Mimun (al centro), Silvio Berlusconi (alla sua destra) e Romano Prodi (alla sua sinistra) è trasparente. Spiccano perciò maggiormente il grigio antracite dell'abito del premier e il blu del suo contendente nell'arena politica: tanto simili i due nell'abbigliamento quanto diversissimi nel linguaggio dei gesti, nella mimica facciale, nelle varie modalità di portare avanti la conversazione. Più tirato Berlusconi, che ride assai meno del solito e appare in diversi momenti eccessivamente curvo sul piano d'appoggio del grande tavolo a tre postazioni, troppo impegnato, soprattutto, a tenere la penna in mano e a guardare o a sistemare ossessivamente i fogli davanti a sé. Vi rinuncia soltanto nell'appello finale agli elettori, quando si mostra più rilassato e intreccia le mani fino ad allora quasi incapaci di stare ferme e di respirare (quasi una nemesi del corpo, perché qui la parola non può, come in altre occasioni, fluire libera). Ormai però è troppo tardi per tentare di recuperare punti rimediando all'inefficace retorica degli occhi bassi perseguita nelle varie fasi del confronto: troppe le linee singole, tratteggiate, parallele tirate su quei fogli o disegnate nel vuoto e mai approdate sulla carta; troppi i cerchietti, gli ovali, i rettangoli, i punti, gli svolazzi della sua penna irrequieta che scandiscono di tanto in tanto i movimenti del pensiero e della parola. Più efficace Prodi, che parla col corpo anche lui, allungando o allargando le braccia o congiungendo le mani a mo' di preghiera, ma sta più diritto, affonda nell'aria con i movimenti secchi e un po' rudi di chi mostra di sapere quel che vuole, scandendo in più punti dei suoi interventi quelle parole che molto spesso gli era stato rimproverato in passato di "soffiare"; anche lui ha la penna in mano, che tiene talvolta orizzontalmente tra le due mani, ma non vi posa lo sguardo, non la usa per scrivere (almeno quando è inquadrato dalle telecamere). Due mondi diversi, anche nelle parole chiave dei rispettivi discorsi. Il primo, proiettato interamente sul passato, esordisce con signor Prodi, e passa poi al professor Prodi che mente o che non sa, che esprime il contrario, il ribaltamento o l'adulterazione della realtà, parlando sempre come se il suo interlocutore fosse assente e rinunciando perciò a dialogare direttamente con lui. Cade sulle signore, sulle madri, sulle spose da impiegare in politica che non si trovano (per Prodi sono soltanto donne), e sulla categoria che rappresenterebbero, tenta l'affondo espressivo delle tesi bislacche, degli occhi e delle orecchie stropicciati, della spudoratezza o della mancanza di senso del ridicolo del competitore politico, sfodera infine un po' ragionieristicamente lunghe sequenze di dati e di numeri e parla per punti accompagnando ogni volta gli elenchi con le dita che li contano o con la penna che li annota. Il secondo rinfaccia al Presidente del Consiglio (che apostrofa anche direttamente: lei…) proprio la catasta di numeri con cui tenta di affogare i telespettatori nascondendo la realtà ("se uno dà i numeri li deve dare giusti"), lo accusa di non sapere proprio dove viva, fa un po' sorridere con la sorniona solennità con cui parla di Bertinotti uomo d'onore ma poi insiste con efficacia sulla necessaria semplicità nel rivolgersi ai telespettatori e mette in campo l'etica del dovere, il dialogo (anche, nella sua ottimistica previsione, con i futuri sconfitti predecessori), la dignità da restituire agli insegnanti (il premier invece, un po' aziendalisticamente, parla di "dignità da restituire alla formazione professionale"), il futuro e la speranza da restituire al paese e ai suoi giovani (che chiama anche, più familiarmente, ragazzi), i piccoli risparmiatori da salvaguardare, la difesa dei più deboli, la giustizia distributiva. Lasciandosi andare a qualche colloquialismo e regionalismo ("io non lo so come possa dire una roba del genere"; "ma cinque anni di governo ininterrotto che il paese gli ha lassiato, li ha buttati via?") e infine, nella replica finale di coda all'appello di un premier in affanno che contesta le regole ("questo è un sistema, come si vede, che non rende possibile di completare un discorso e di articolarlo in maniera compiuta, me ne spiaccio"), suscitando un po' di tenerezza con quell'organizzazione di un po' di felicità per noi che, alla fine, quasi quasi conquista.

*Massimo Arcangeli, linguista e critico letterario, insegna Linguistica italiana e Teoria e pratica del linguaggio giornalistico all'Università di Cagliari e Linguaggi della Pubblica amministrazione e della politica all'Università del Molise. È autore di saggi e articoli incentrati su vari aspetti dell'italiano lungo i secoli e si è occupato di recente di problemi e aspetti linguistici connessi con la globalizzazione (Lingua e società nell'era globale, Roma, Meltemi, 2005). Attualmente collabora con la RAI e con l'«Indice dei libri» e dirige due collane di linguistica e storia della lingua e letteraratura italiana, una pubblicazione annuale dedicata all'italiano contemporaneo (LId'O, «Lingua italiana d'oggi»), un «Atlante degli Antichi Volgari Italiani» (ALAVI) e relativo bollettino annuale (BALAVI).


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