22 luglio 2014

“Riforma”: storia di una parola che non c'è più

di Massimo Carlo Giannini*
 
Nanni Moretti nel suo famoso film Palombella rossa (1989) faceva dire al suo personaggio: «Chi parla male, pensa male, e vive male. Bisogna trovare le parole giuste: le parole sono importanti!» Se oggi lo smemorato protagonista del film si materializzasse per incanto in mezzo a noi farebbe fatica a districarsi nel groviglio di parole e immagini di cui la vita politica e il mondo della comunicazione appaiono prigionieri. A prima vista potremmo pensare che, da allora a oggi, nulla sia cambiato: si sa che la retorica è il pane della politica e la parola è l’arma preferita dai politici, in qualunque regime e a qualunque latitudine.
 
La reformatio nel linguaggio della Chiesa
 
Tuttavia sarebbe una conclusione del tutto affrettata e fuorviante. La sostanziale perdita di senso delle parole della politica è uno dei risultati della progressiva desertificazione culturale dell’Italia. Prendiamo ad esempio un termine di cui si fa un uso smodato: riforma. Nella lingua italiana, il vocabolo designa una modificazione sostanziale, ossia non formale, della realtà. Prima che alla politica essa è appartenuta alla storia del Cristianesimo occidentale. Ma con una sfumatura importante: la reformatio nel linguaggio ecclesiastico implicava il ripristino di una purezza o di un equilibrio perduto, non essendo mai accettabile un cambiamento fine a sé stesso. In questo senso i momenti cruciali di “riforma” nella storia del cristianesimo sono stati costruiti e presentati come ritorni alla purezza delle origini, non come innovazioni. Così avvenne per la cosiddetta riforma gregoriana (legata al nome di papa Gregorio VII) che, fra XI e XIII secolo, puntò all’affermazione del primato del papato in seno alla Chiesa di rito latino e alla liquidazione del ruolo di alto patronato tradizionalmente esercitato su di essa dal potere imperiale; e per la Riforma protestante che, a partire dalla riflessione teologica di Martin Lutero, condusse alla divisione della Cristianità occidentale, con la formazione di chiese e movimenti detti “riformati” che rifiutarono le posizioni della Chiesa di Roma e si proclamarono i soli fedeli interpreti del Vangelo.
 
Illuminismo: cambiare per migliorare
 
Solo nella cultura illuministica del XVIII secolo il termine acquisì il senso cui oggi siamo abituati di cambiamento dello status quo, nella sua accezione positiva di passaggio a una situazione migliore rispetto al presente e al passato. Il sovrano riformatore settecentesco si presentava come colui che operava per il bene dei sudditi e si preoccupava di ogni aspetto della “pubblica felicità”. Tale idea è transitata poi nella cultura politica dell’Otto e Novecento: prima nel quadro dei dibattiti sul diritto di voto e il progressivo ampliamento del corpo elettorale, non più sottoposto a vincoli di censo; poi con l’aspra contrapposizione, all’interno dei movimenti socialisti europei, fra “riformisti” e “massimalisti”, cioè fra coloro che auspicavano solide e profonde riforme sociali ed economiche, anche in accordo con gli schieramenti liberali, e quanti proclamavano l’esigenza di non frapporre indugi alla rivoluzione, unica panacea universale. Una frattura che si riprodusse con maggiore drammaticità nel primo dopoguerra con lo scontro fratricida fra partiti comunisti e partiti socialisti.
 
Welfare State e riformismo europeo
 
Dopo il 1945 le riforme diventarono un elemento qualificante delle politiche dei paesi democratici dell’Europa occidentale, usciti distrutti dalla Seconda Guerra Mondiale che aveva profondamente devastato il continente. Basti pensare al piano - ispirato dal famoso rapporto di William Beveridge del 1942 - con cui il governo laburista inglese avviò la costruzione di quel Welfare State che, nei decenni successivi, divenne patrimonio comune dei riformismi europei.
 
Italia, anni Novanta: dal cambiamento alla cosmesi
 
Nel caso italiano, la caduta del muro di Berlino (1989), lo sfaldamento dell’Unione Sovietica e la fine della contrapposizione ideologica avrebbe potuto e dovuto spingere all’elaborazione di serie riforme del sistema politico e dell’economia, così come avvenne in quegli anni in Germania, ma in realtà abbiamo assistito soltanto a una mediatizzazione dei molti problemi del nostro paese. In Italia, nel corso degli anni ’90, la comunicazione politica si è sempre più basata sull’invocazione di una serie di parole-chiave quale sviluppo, lavoro e - naturalmente - riforme. Non tanto allo scopo di prefigurare concreti atti di governo, quanto per ottenere consenso elettorale, spesso giocando sull’ingenuità, sul bisogno e persino sull’idea del tutto astratta che elevati consumi e redditi costituiscano una sorta di diritto irrinunciabile per alcune fasce della popolazione. Negli ultimi quindici anni il ricorso ai termini riforma e riformismo è divenuto talmente massiccio da determinare quasi un’inversione di significato: non più trasformazione profonda (e migliorativa) della realtà, ma promessa di cambiamento o al massimo opera di cosmesi legislativa quando non addirittura contro-riforma, ossia ritorno a situazioni precedenti. Il riformismo è diventato sinonimo di moderatismo, ossia il suo esatto contrario. Non passa governo, ad esempio, che non vari una riforma della Scuola e dell’Università. Con quali effetti è sotto gli occhi di tutti…
 
L'era social della promessa e del tifo
 
È un paradosso: a mano a mano che aumenta, grazie alla diffusione del web, la disponibilità di contenuti informativi, culturali o di mero intrattenimento, si verifica una drastica riduzione della capacità critica e persino delle competenze linguistiche del corpo sociale, sempre più abituato dai mass-media a tifare più che a ragionare intorno a riforme che durano lo spazio di qualche telegiornale o di qualche salace commento sui social network. Senza che ciò cambi un dato di fatto: le riforme politiche ed economiche restano sempre invocate e promesse dai più diversi attori politici e mai realizzate. Forse il punto non è promettere riforme, ma pensarle e realizzarle in maniera seria, cominciando a restituire un senso e una credibilità alle parole della politica. A partire dalla considerazione - non so se riformistica o rivoluzionaria - che il bene comune di una nazione non può né deve essere inteso come una semplice somma di “beni” (ma in realtà interessi) individuali e/o corporativi, per quanto socialmente e politicamente rilevanti essi siano.
 
*Dopo aver conseguito la Laurea in Lettere all’Università degli Studi di Pavia (1991) e il Dottorato di ricerca in Scienze storiche (1997), è stato borsista del Consiglio Nazionale delle Ricerche e dell’Istituto Storico Germanico di Roma, nonché assegnista di ricerca all’Università degli Studi di Teramo, dove è entrato di ruolo nel 2005. Qui ha insegnato storia economica, storia dell’opinione pubblica e storia della cultura europea alla Facoltà di Scienze della comunicazione. Attualmente insegna storia della comunicazione politica. Studioso di storia del XVI e XVII secolo, è autore del volume L’oro e la tiara. La costruzione dello spazio fiscale italiano della Santa Sede (1560-1620), Bologna, Il Mulino, 2003. Ha curato il volume Papacy, Religious Orders, and International Politics in the Sixteenth and Seventeenth Centuries, Roma, Viella, 2013. Ha ricostruito la storia del simbolo della “milanesità” nel saggio Il biscione, in Simboli della politica, a cura di F. Benigno e L. Scuccimarra, Roma, Viella, 2010, pp. 137-189. Collabora a PEM - Piazza Enciclopedia Magazine dal 2013.

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