07 giugno 2017

Renzi: la forza del “noi”

di Cristiana De Santis* e Jessy Simonini**

 

Le pratiche comunicative di Matteo Renzi hanno subito un’evoluzione coerente con il cambiamento dei ruoli: da giovane “rottamatore” di un’intera classe dirigente (come Sindaco di Firenze prima e Segretario nazionale del PD poi), a Presidente del Consiglio riformista. Un’evoluzione segnata della capacità di adattarsi velocemente ai cambiamenti e di gestire con destrezza vari canali comunicativi (in particolare Twitter e la tv, oltre alle Aule parlamentari) sottraendosi il più possibile ai discorsi di piazza, servendosi di consulenti e spin-doctor, ricorrendo alle tecniche di comunicazione efficace più in voga (come lostorytelling) e cogliendo tendenze comunicative del linguaggio pubblicitario (come la manipolazione di frasi fatte,fin dallo slogan «facce nuove a Palazzo Vecchio» delle amministrative 2009 a Firenze).

Difficile, in questo “stile” così costruito e mimetico, trovare delle costanti che consentano di tracciare un – sia pur provvisorio – bilancio di quanto letto e ascoltato negli ultimi sette anni. Proveremo tuttavia a individuarne alcune che ci sembra funzionino come “sensori” politici, con riferimento ad alcuni discorsi chiave del leader .

 

È la politica, bellezza!

 

In tempi di “antipolitica”, Renzi recupera e rivendica la parola politica (“non è una parolaccia”), ma di fatto la depotenzia attraverso una sistematica associazione alla bellezza (“una cosa bella”, “una cosa bellissima”, 2014). Oltre a dichiarare di voler “scommettere sul bello” (2011), Renzi tende a usare aggettivi che esprimono un giudizio estetico anziché una valutazione di carattere politico o morale (bello, bellissimo, e gli iperbolici meraviglioso, straordinario, incredibile). Contemporaneamente, si affida a un lessico emotivo fatto di sogni (individuali o collettivi), emozioni, stupore, meraviglia. Nei suoi discorsi compaiono spesso sentimenti come l’allegria, la convinzione, l'orgoglio, ma soprattutto il coraggio e la speranza, contrapposti alle passioni tristi dei gufi suoi nemici.

In generale, il lessico di Renzi sembra spostarsi dalle tradizionali categorie lessicali del politico e per dirigersi verso una lingua semplificata e “post-politica”, in cui predominano i giudizi di carattere estetico e l’appello alle emozioni. Rientra in questa strategia anche l’evocazione della politica come “partita da giocare”, con una rete di metafore calcistiche coerenti (indossare la “fascia di capitano”, lottare su “ogni pallone”, “cambiare i giocatori che hanno bisogno della sostituzione”, 2013), riferimenti ad allenatori celebri (Pep Guardiola, Trapattoni), incitamenti da panchina (“dai, ragazzi!”); va da sé che l’adesione politica diventa “tifo”. Anche il sintagma “festa della democrazia”, utilizzato nell’ambito della campagna referendaria, fa riferimento a una analoga dimensione corale (e virale).

 

L’informale studiato

 

Avevamo già messo in luce come Renzi, nelle Aule parlamentari, combinasse il parlare a braccio e il tono colloquiale con il ricorso a strategie tipiche del linguaggio autoritario (terne, antitesi, domande retoriche ecc.). Le terne aggettivali si confermano una sua cifra stilistica: se nel discorso al Senato la visione era “audace, unitaria e innovativa” e l’Italia “viva, brillante, curiosa”, nel discorso della sconfitta referendaria il dato sull’affluenza è definito “bello, importante, significativo” e le proposte da avanzare “serie, concrete, credibili”. Si conferma anche la tendenza a ridurre nei suoi discorsi gli argomenti di autorità a riferimenti alla cultura pop (citazioni virali, canzonette ecc.), quasi a voler sancire la distanza dalla cultura “alta” e distanziante dei “professori” (chiamati anche “professoroni”, con accentuazione della componente antintellettuale, specie nel periodo referendario).

All’incrocio tra informalità e autorità discorsiva si pone anche la “sloganizzazione” di un discorso politico che, privato della componente argomentativa, è ridotto a narrazione intessuta di formule, battute ad effetto, simulazioni di scambi discorsivi.

 

Ciao, we are smart

 

Sulla falsariga del “we” obamiano, Renzi ricorre al pronome noi come “io ampliato” (più che come plurale maiestatis), per alludere a una collettività politica (noi inclusivo interpretabile come “noi Paese”, “noi partito”, “noi popolo” ecc.), ma anche per delimitare e ridurre i confini dell’appartenenza (noi esclusivo: “noi giovani”, “noi al governo”, “noi renziani”).

Nel primo Renzi (il “rottamatore”) era senz’altro più marcata la componente generazionale del “noi”, correlata anche a riferimenti storici precisi (la caduta del muro di Berlino, Falcone e Borsellino), all'uso di termini tecnologici, o tipici del discorso giovanile (dal ciao, usato anche come saluto ai nemici, al ciaone, fino al “gigantesco grazie” ai suoi elettori dopo le ultime primarie), o di anglismi (smart, cool, game over), usati anche a scopo eufemistico per denominare provvedimenti discussi (step child adoption, Jobs act). La gioventù, del resto, era tutt’uno con la “verginità” politica (di un Presidente non parlamentare) rivendicata contro “la casta”. Oggi i riferimenti all’universo giovanile si accompagnano spesso (non solo in Renzi) alla chiosa “come dice mio figlio”.

Anche quando il dato anagrafico passa in secondo piano (“noi che…”, 2017), la polarizzazione dello scontro (implicita nella contrapposizione noi/voi) non riguarda più destra e sinistra, ma logiche di contrapposizione (anche personali) interne a uno stesso schieramento (“o con noi o contro di noi”), o rimanda a due visioni, all'apparenza radicalmente opposte, di una stessa questione politica. In contesti di forte personalizzazione, poi, il noi si riduce spesso alla prima persona singolare: nella difesa dell’impegno per le riforme (“chiamate Goldrake, io più di così…”, 2014) o dello scontro referendario ("la poltrona che è saltata è la mia", "ho perso io", "io sono diverso" 2016).

 

La retorica ad alemam (e non solo)

 

Il noi esclusivo di Renzi è coerente con una scelta politica di "disintermediazione" (per esempio nel rapporto coi sindacati, o con la minoranza del proprio partito) che emerge anche dall’uso di formule come "ce ne faremo una ragione" o "(noi) ascolteremo la piazza, ma andremo avanti lo stesso".

Se la lingua non mente, la forza della prima persona (singolare o plurale) nel discorso renziano sembra dunque trasformarsi nella forza di un gruppo sempre più escludente e di un io sempre più esclusivo. In questo senso, l’uso dell’io/noi racchiude un attacco implicito all’avversario, andando ad affiancarsi ad altre strategie più dirette di attacco personale: l’ironia annichilente (“Fassina chi?”, “deve farsi vedere da uno bravo”), l’argomento generazionale (“io ero alle medie…”); la frase colloquiale (“lo asfaltiamo”, “lo rivolto come un calzino”);   l’appellativo di “perdente” (usato nei confronti di Landini e di altri leader della sinistra radicale); la metafora animale dei “gufi” o quella calcistica di chi “fa il tifo contro l’Italia” rivolta in generale ai più pessimisti e avversi al riformismo; il gioco di parole (Grillo come “spregiudicato pregiudicato”); la perifrasi e l’antonomasia: D’Alema è “colui che fece morire l’ulivo”, ma spesso basta il nome a evocare non solo l’emblema della vecchia guardia, ma l’origine di tutti i mali.

 

Letture

Renzi 2011 = Discorso del Big Bang

Renzi 2013 = Discorso dopo la vittoria alleprimarie

Renzi 2014 = Discorsi per la richiesta di fiducia in Senato

Renzi 2016 = Discorso dopo la sconfitta referendaria

Renzi 2017 = Discorso del Lingotto

 

*Cristiana De Santis è ricercatrice in Linguistica Italiana presso l’Università di Bologna. Si occupa di grammatica, didattica dell’italiano, lingua della politica. Ha curato il volume L’italiano al voto (Accademia della Crusca, 2009).

 

**Jessy Simonini è ricercatore in formazione presso l’Ecole Normale Supérieure de Paris (Ulm). Si occupa di letteratura medievale e di linguistica.

 

Immagine: Matteo Renzi

Crediti immagine: Presidenza della Repubblica [Attribution]


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