07 giugno 2017

Berlusconi: io, la gente e me

di Maria Vittoria Dell’Anna*

 

«L’Italia è il Paese che amo». Con queste parole Silvio Berlusconi apriva il suo primo discorso ufficiale da politico, il noto videomessaggio della discesa in campo. Era il 26 gennaio 1994: quasi un quarto di secolo fa. Per la politica italiana, un breve lungo periodo che si avviava proprio in quegli anni, anticipato e spinto da fattori storici, politici, istituzionali, comunicativi. Di questo periodo Berlusconi è stato al principio e in seguito uno dei protagonisti. Osservato e indagato da ogni riflettore e studiato da un ampio ventaglio di discipline umanistiche e sociali, il Cavaliere ha fatto e fa parlare di sé a cominciare da una delle etichette con cui subito lo si definì, “comunicatore di professione” (Simone 1997), e dalla lingua con cu i da imprenditore-candidato politico alla Presidenza del Consiglio, prima, e da capo di tre governi, ministro (in capo a vari ministeri), senatore, deputato, europarlamentare, poi, si è presentato agli italiani: davanti allo schermo, sui giornali, nelle aule parlamentari, nelle piazze man mano anche virtuali (ma in queste ultime per cronologia degli eventi e crono-biografia dei singoli lo spazio maggiore è stato nel tempo occupato dai vari Grillo, Renzi, Salvini).

 

Il Paese che amo

 

«L’Italia è il Paese che amo», dicevamo. Non, che so, «l’Italia è il mio Paese» (e, dunque, «lo amo»), ma, con un atto di volontà e una scelta che poteva ricadere anche su altro (?), «l’Italia è il Paese che amo» = “che ho scelto di amare”. E, continuando: «Qui ho le mie radici, le mie speranze, i miei orizzonti. Qui ho imparato, da mio padre e dalla vita, il mio mestiere di imprenditore. Qui ho appreso la passione per la libertà». E ancora, a seguire: «Ho scelto di scendere in campo e di occuparmi della cosa pubblica perché non voglio vivere in un Paese illiberale, governato da forze immature e da uomini legati a doppio filo a un passato politicamente ed economicamente fallimentare. […]. So quel che non voglio e, insieme con i molti italiani che mi hanno dato la loro fiducia in tutti questi anni, so anche quel che voglio. E ho anche la ragionevole speranza di riuscire a realizzarlo, in sincera e leale alleanza con tutte le forze liberali e democratiche che sentono il dovere civile di offrire al Paese una alternativa credibile al governo delle sinistre e dei comunisti».

 

Sentimento e pregiudizio

 

Con la lente di ingrandimento del tempo trascorso (anche puntata su fatti più generali della comunicazione politica in Italia), vediamo che in quel primo messaggio c’erano molti o forse tutti gli elementi che da allora caratterizzano la lingua e lo stile espressivo di Berlusconi (su cui ciclicamente sono tornati linguisti, giornalisti, commentatori: bastino i non pochi interventi in questo portale ), con varianti sul tema che non solo non distolgono lo sguardo dagli aspetti nucleari, ma li confermano come recettori e molto più spesso propulsori di tendenze in atto o poi da farsi nel vario svolgersi retorico-argomentativo di questi anni. Proviamo a sintetizzarli:

- ricorso a metafore e frasi ad effetto, poi largamente utilizzate al di fuori dell’ambito o del personaggio di provenienza (scendere in campo, remare contro, teatrino della politica);

- ricorso a un vocabolario quotidiano (ma non mancano preziosismi lessicali e forme desuete, come giuoco, turpe, postribolo);

- attacco dell’avversario, con gradazione che varia dalla critica argomentata all’insulto, accompagnato o no da turpiloquio (che certamente non è soltanto di Berlusconi – ci aveva pensato il non ancora politicamente schierato Beppe Grillo del V-day e già prima Umberto Bossi ai tempi de La lega ce l’ha duro – ma che, proprio per l’ampiezza del personaggio, ha in lui una sorta di sdoganatore ufficiale);

- richiamo ai campi semantici degli affetti, dei sentimenti, del sacrificio (soprattutto personale);

- richiamo al valore della libertà (spesso al plurale, che apre a ben altri significati), con una insistenza che lo presenta quasi – nelle intenzioni del locutore e a dispetto delle conquiste man mano post-unitarie, post-belliche e costituzionali – come un valore in absentia, ancora da raggiungere (sullo scarto storico-valoriale ha discusso bene Nora Galli de’ Paratesi 2006 nel saggio insieme a Bolasco e Giuliani);

- ricerca del contatto fiduciario (presentato anzi come già esistente, in quanto garantito e riconosciuto dalla pregressa e solida esperienza imprenditoriale) e di un “contratto”, come quello che qualche anno dopo Berlusconi avrebbe sottoscritto con gli italiani (puntata di Porta a Porta dell’8 maggio 2001);

- ininterrotto discorso sul , dai tempi della giovinezza all’oggi, e trasmissione di un messaggio imperniato sulla figura e sulla vicenda personale e anche privata di un uomo e di un imprenditore, prima che di un politico.

Gli ultimi due punti sarebbero alla base di un aspetto ricorrente nella retorica berlusconiana, ossia l’«uso autoriflessivo dell’argomento d’autorità» (Fedel 2003): “autoriflessivo” poiché quell’argomento non è praticato nel senso, diffuso nel discorso politico, della citazione del pensiero altrui come fondamento delle proprie tesi, ma nel senso berlusconiano del valore della persona di imprenditore come garanzia della persona politica.

 

La Narrazione dell’Uomo di Arcore

 

Il discorso sul è il nucleo del nucleo: la narrazione come elemento primo e unificante della comunicazione dell’Uomo di Arcore (ma, sappiamo, non solo: la comunicazione aziendale e politica ha registrato negli ultimi anni una tendenza crescente verso la narrazione come strumento in grado di rafforzare l’avvicinamento dello spettatore e di migliorarne capacità di ascolto e memorizzazione). Come tutte le narrazioni, essa presenta una struttura di base con elementi chiave che fanno muovere la scena e il racconto: l’eroe protagonista (l’uomo, il padre e poi il nonno, l’imprenditore, l’uomo di sport, il politico, l’uomo di Stato, il perseguitato dalla magistratura), l’antagonista (i comunisti e le sinistre tout court e con esse gran parte del sistema giudiziario), l’obiettivo da raggiungere (il «nuovo miracolo italiano» con cui si chiude il primo discorso ufficiale; il governo per uno Stato liberale come svolta nella storia d’Italia), le difficoltà da superare (la crisi economica e il peso dello Stato e delle tasse; l’operato della magistratura, colpevole di frenare la missione di libertà di Berlusconi e del suo movimento).

Si tratta di elementi narrativi che ritorneranno in pressoché tutti i successivi discorsi del Cavaliere, in una trama di autocitazioni, di riprese lessicali e tematiche quasi mai espressamente enunciate come tali e pur evidenti alla memoria ormai più che ventennale dell’ascoltatore o lettore attento e smaliziato (parallelismi utili si rintracciano, agli estremi di un arco temporale che al momento copre tutta la carriera politica di Berlusconi, tra il discorso della discesa in campo e quello del videomessaggio agli italiani del settembre 2013).

 

Il Protagonista e l’Antagonista

 

Ci soffermiamo in breve sui primi due elementi, il protagonista e l’antagonista.

Il protagonista, abbiamo detto, è il Berlusconi nelle varie vesti indossate nel corso della sua esistenza. La cornice privilegiata – tanto più nelle vesti non squisitamente politiche e istituzionali – è rappresentata da un altro elemento simbolico della sua narrazione: la casa, la famiglia. Oltre ai passaggi testuali che richiamano ai valori della famiglia e ad episodi di vita dell’uomo Berlusconi, contano molto le suggestioni iconico-visive: pensiamo ai due videomessaggi del 1994 e del 2013, che hanno sullo sfondo lo studiatissimo set di una libreria in una zona studio della villa di Arcore e qua e là, accanto ai libri, le foto di famiglia; pensiamo alle tante immagini di vita personale e familiare portate in Una storia italiana, il libro-giornale biografico che tutte le famiglie italiane hanno ricevuto a firma di Berlusconi in occasione delle elezioni politiche del 2001; pensiamo ancora, e siamo all’oggi, allo schizzo quasi bucolico (così giornali, web e tv ce lo hanno trasmesso) di un Berlusconi che d urante la presentazione del movimento animalista di Michela Brambilla parla dei suoi animali raccontando di cani e agnellini salvati dal sacrificio pasquale (l’episodio cade proprio a ridosso della Pasqua 2017), che tutti insieme lo seguono nelle sue passeggiate nei prati di Arcore.

 

Apriorismo

 

All’opposto c’è, ci sono l’antagonista, l’altro, il loro, le sinistre, i comunisti, l’avversario politico, in Italia e fuori d’Italia. La pratica testuale è quella dell’argumentum ad personam, artificio retorico che Berlusconi (e con lui tanta parte dell’arena politica soprattutto di oggi) gradua fino alle forme deteriori dell’insulto e del turpiloquio. La rete e le biografie o controbiografie del Cavaliere abbondano di citazioni, tratte perlopiù da interviste e dichiarazioni a caldo (utile Lopez 2014, su Berlusconi e altri, al capitolo Che finezza). I vari episodi berlusconiani arricchiscono (e cronologicamente in buona parte aprono) il lungo elenco di insulti e attacchi ad personam che da destra e da sinistra hanno riempito pagine di giornali e spazi virtuali e televisivi. A proposito di Berlusconi, a questa pratica è stata associata – nelle intenzioni del locutore e nell’immaginario di fatto consegnato al pubblico – quella apparentemente involontaria delle gaffes: verso l’avversario; verso un interlocutore di cui si volesse stigmatizzare un tratto fisico, cognitivo-emotivo o comportamentale; o semplicemente a corredo di una situazione (pensiamo alla famosa goliardata del gesto delle corna in cui fotografi di tutto il mondo hanno immortalato il Cavaliere nella foto ricordo dei partecipanti al vertice dei ministri degli esteri europei nel febbraio 2002). L’uno e l’altro caso – l’insulto tanto più se con turpiloquio e la gaffe – già a metà del ventennio che ci separa dalla discesa in campo sono stati spiegati con una tesi, o meglio congettura, sulla natura non argomentativa ma propriamente assertiva della retorica berlusconiana: quella di un «apriorismo endogeno alla personalità di Berlusconi come oratore politico», che parla nella convinzione «di avere sempre dalla sua la corrente prevalente dell’opinione pubblica; sicché non è necessario argomentare le proprie idee; tutti le conoscono e le approvano: basta asserirle per sollecitare l’assenso di un pubblico già da tempo convinto e schierato in suo favore» (ancora Fedel 2003).

Ci pare una congettura ancora valida, che aiuta a spiegare anche gli altri elementi soprarichiamati e a tracciare quell’idea di un profilo uniforme con cui in definitiva sintetizziamo la comunicazione di Berlusconi dagli esordi a oggi, al di là del mutato e comunque sempre mutevole riscontro elettorale.

 

Letture citate e consigliate

Alessandro Amadori, Mi consenta. Metafore, messaggi, simboli. Come Silvio Berlusconi ha conquistato il consenso elettorale, Milano, Libri Scheiwiller, 2002.

Michele Cortelazzo, Il linguaggio della politica, nella collana L’italiano: conoscere e usare una lingua formidabile, La Repubblica/Accademia della Crusca, 2016.

Maria Vittoria Dell’Anna, Pierpaolo Lala, Mi consenta un girotondo. Lingua e lessico nella Seconda Repubblica, Lecce, Congedo, 2004.

Maria Vittoria Dell’Anna, Lingua italiana e politica, Roma, Carocci, 2010.

Paola Desideri, Linguaggio della politica , in Enciclopedia dell’italiano, diretta da R. Simone, Roma, Istituto dell’Enciclopedia Italiana, 2011.

Giorgio Fedel, Parola mia. La retorica di Silvio Berlsconi, in “Osservatorio italiano”, 3/2003, pp. 463-473.

Nora Galli de' Paratesi , Sergio Bolasco , Luca Giuliano , Parole in libertà. Un’analisi statistica e linguistica dei discorsi di Berlusconi , Milano, Manifestolibri, 2006.

Riccardo Gualdo, Maria Vittoria Dell’Anna, La faconda Repubblica. La lingua della politica in Italia (1994-2004), Lecce, Manni, 2004.

Rita Librandi, Rosa Piro (a cura di), L’italiano della politica e la politica per l’italiano , Atti dell’XI Convegno internazionale ASLI - Associazione per la storia della lingua italiana (Napoli, 20-22 novembre 2014), Firenze, Cesati, 2016.

Beppe Lopez, Antologia del ventennio 1992-2012: il teatrino mediatico italiano, Milano, Adagio e-book, 2014.

Raffaele Simone, Prefazione a Augusta Forconi, Parole da Cavaliere, Roma, Editori Riuniti, 1997.

Roberto Vetrugno, Cristiana De Santis, Federico Della Corte, Chiara Panzieri (a cura di), L’italiano al voto , Firenze, Accademia della Crusca, 2008 .

 

 

*Maria Vittoria Dell’Anna insegna Linguistica italiana all’Università del Salento (Lecce). Si occupa di linguaggi specialistici dell’italiano, con riguardo per la lingua politico-istituzionale e per i temi della linguistica giuridica . Sulla lingua politica ha pubblicato i volumi Mi consenta un girotondo. Lingua e lessico nella Seconda Repubblica, Lecce, Congedo, 2004 (con Pierpaolo Lala), La faconda Repubblica. La lingua della politica in Italia (1994-2004), Lecce, Manni, 2004 (con Riccardo Gualdo) e Lingua italiana e politica , Roma, Carocci, 2010, oltre ad articoli e contributi in riviste e volumi.

 

Immagine: Matteo Renzi

 

Crediti immagine: Presidenza della Repubblica [Attribution]

 


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