07 giugno 2017

Meloni: coazione a ripetere

 

Nella selva degli accenti regionali che connota la comunicazione politica della seconda Repubblica, in modo ben più marcato di quanto non succedesse nella prima, l’inflessione romanesca rimanda principalmente a Giorgia Meloni.

D’altra parte, per quanto suo padre abbia origini sarde e sua madre siciliane, la presidente di Fratelli d’Italia appare legata a doppio filo con la capitale, giacché alla periferia di Roma (alla Camilluccia) è nata nel 1977 e in un quartiere di Roma (la Garbatella) è cresciuta. E tuttavia, sebbene il suo accento sia ben riconoscibile – come hanno mostrato, non senza perfidia, le sue imitatrici –, la marca di romanità nel suo linguaggio risulta talvolta ostentata altre volte dissimulata: emblematiche, nel primo caso, alcune formule epifonematiche che tendono alla commutazione di codice (ma sarebbe più corretto parlare di enunciazione mistilingue) con cui la politica chiude alcuni suoi interventi nei dibattiti televisivi («[...] e infatti le scene che se vedono oggi, non se vedevano [...]»), nel secondo, alcune soluzioni di apertura non proprie del romanesco («Diciamo che [...]»), ma soprattutto il tentativo di evitare rese foniche marcatamente dialettali (come il raddoppiamento della bilabiale sonora: ['lib(b)iʧi]).

 

«Come si dice a Roma»

 

L’interessata, del resto, appare consapevole del proprio modo di parlare, se è vero che – soprattutto davanti al pubblico non romano – utilizza espressioni quali «come si dice a Roma». Così si può concludere che, al di là di alcuni tratti ricorrenti (come la tendenza alla spirantizzazione dell’affricata post-alveolare sorda in posizione intervocalica: ['diʧe] > ['diʃe]), il linguaggio di Giorgia Meloni appare più sorvegliato quando si presenta su palcoscenici nazionali, cede alla parlata locale in circostanze meno formali, in cui spesso si adegua al codice del destinatario; significativo, in questo senso, un servizio di LiberoTv per le amministrative del 2016, in cui la candidata sindaco si muove tra le bancarelle di un mercato romano, discutendo con i passanti e a uno di questi dice: «No, ma se ’o so inventato... letteralmente. [...] Nun l’ha mai detto [...] Ma tu ’n te fidi de me?» .

 

Giochi d’immagine: da cozza a mamma

 

Molteplici sono le strategie comunicative a cui ha fatto ricorso Giorgia Meloni da quando nel marzo del 2014 ha assunto la presidenza di Fratelli d’Italia, partito nato l’anno precedente alla vigilia delle elezioni politiche per la XVII legislatura.

Se infatti fino a quel momento la sua immagine era stata soprattutto quella della giovane militante di destra – fu ministro della Gioventù nel quarto governo Berlusconi e presidente della Giovane Italia, organizzazione giovanile del PdL –, in seguito la rappresentazione che ella diede di sé mutò sensibilmente: tale cambiamento, già evidente nelle elezioni europee del 2015, quando venne accusata di aver modificato con Photoshop la propria immagine su alcuni manifesti elettorali (rispose ironicamente auto-raffigurandosi come una cozza in altri manifesti), si realizzerà simbolicamente nel 2016 con la maternità. L’immagine della giovane attivista dai tratti spigolosi lasciava il campo a quella di una donna più matura, quasi sempre sorridente, rassicurante e spesso autoironica (si veda uno spot elettorale del 2016 in cui commenta divertita la sua imitatrice Sabrina Guzzanti, concludendo che il motto elettorale proposto dal suo alter ego «“[Votate Giorgia Meloni perché] poi a’a fine qualcosa se ’a ’nventamo” non è male»).

 

Furore dialettico

 

Al cambiamento di immagine, tuttavia, non corrisponde un mutamento del linguaggio, che anzi tocca punte di esasperato polemismo su temi quali l’immigrazione e l’antieuropeismo.

Assai nota, a questo proposito, è la sua vis locutoria nei dibattiti televisivi, contraddistinti non solo dal tono pungente dei suoi interventi, ma anche, spesso, dal mancato rispetto dei turni di conversazione e soprattutto dalla prossemica del suo viso spesso dissonante, a tratti canzonatoria, nei confronti del suo interlocutore.

Il medesimo furore dialettico è rinvenibile anche nella sua pagina Facebook, dove senza tante inibizioni e con un linguaggio semplice e diretto sferza avversari politici («Veltroni aveva detto che sarebbe andato ad aiutare gli africani nel loro continente ma poi visto che, grazie ai suoi compagni di partito, si stanno trasferendo tutti qui sembra abbia deciso di aspettarli... come candidato presidente della Lega Calcio», 6 febbraio 2017), scrittori («Roberto Saviano dice che sogna sindaci africani. Vada a vivere in Africa allora. Così esaudisce il suo sogno e quello di diversi italiani», 4 gennaio 2017), e persino il presidente della Repubblica («Oggi in occasione del 10 febbraio, Giorno del Ricordo, sono alla cerimonia ufficiale alla foiba di Basovizza. Dispiace l’assenza del Presidente della Repubblica Mattarella»).

 

Il nazionalismo al Parlamento

 

Meno conosciuti sono invece i suoi interventi parlamentari, che qui abbiamo riassunto (a puro titolo d’esempio) nei tre discorsi con cui ha negato la fiducia ai governi Letta, Renzi e Gentiloni (rispettivamente M 2013, 2014, 2016). Nel lessico emergono innanzitutto alcune parole-chiave della più classica oratoria nazionalistica: si pensi al frequente riferimento all’Italia (17 occorrenze: «[...] non dare all’Italia le risposte coraggiose delle quali l’Italia ha bisogno», M 2013) e agli italiani (31 occ.: «per l’Italia, per gli italiani», M 2014,   «al cospetto degli italiani», M 2016; altre 6 volte italiano), al popolo (9 occorrenze: «i sogni e i bisogni del popolo italiano», M 2013) e alla nazione (8 volte: «per il bene della nazione», M 2013). Spiccano poi alcune parole, spesso in odore di “bufala”, su cui però si ha l’impressione che Meloni arrivi in ritardo rispetto ad altri movimenti oclocratici: così ad esempio l’accostamento tra Enrico Letta e il gruppo Bilderberg (M 2013), che fa il pari con i riferimenti ai marò (pur nominati solo attraverso la perifrasi «due militari italiani», M 2014), al governo «eterodiretto» (M 2014), alle lobby (4 volte, M 2014) e alle banche (6 occ., più 2 volte banca e altre 2 Bankitalia).

 

«Sei nomade? Devi nomadare»

 

Non mancano voci del lessico quotidiano, spesso dal gusto provocatorio, che abbassano decisamente il tono del discorso: da marchette (3 volte) all’aggettivo scemo («ma non è che gli italiani sono scemi», M 2014). A un noto slogan pubblicitario rimanda invece l’espressione «no poltrona no party» (M 2016), a proposito del sostegno di Verdini al governo Renzi. Meno diffuse in questo contesto alcune creazioni lessicali riscontrabili altrove nel linguaggio di Giorgia Meloni e anch’esse volte a semplificare con una certa approssimazione gli argomenti trattati («Sei nomade? Devi nomadare», in un dibattito televisivo). I riferimenti al quotidiano caratterizzano anche la retorica vera e propria della politica romana, che utilizza quasi la stessa allegoria per stroncare sia governo Renzi sia il governo Gentiloni («sembra un po’   questa operazione quel sistema di scatole cinesi che certe aziende usano per frodare i creditori e il fisco, sa, come quelle pizzerie che ogni anno attaccano il cartello con scritto nuova gestione», M 2014; «sa cosa ricorda questo governo, presidente Gentiloni, ricorda un po’ quelle aziende che falliscono e che cambiano un po’ il nome», M 2016). Del resto, il gusto per la ripetizione, che dilata e amplifica le argomentazioni, sembra costituire la cifra retorica di Giorgia Meloni: frequenti, ad esempio, le anadiplosi (qui in una struttura a chiasmo: «Perché si è dimesso Matteo Renzi? Matteo Renzi si è dimesso perché [...]», M 2016) e le anafore (come il lunghissimo refrain «gli italiani hanno detto di no», a proposito del referendum del 4 dicembre 2017, che occupa la prima parte del discorso in M 2016).

In questo senso, il suo discorso caratterizzato da continui rispecchiamenti retorici e lessicali sembra echeggiare qualcosa di già sentito, ciò che appare già condiviso almeno da una certa parte politica. E Giorgia Meloni, da parte sua, non fa nulla per disattendere tale aspettativa.

 

 

Immagine: Fratelli d'Italia consultazioni

 

Crediti immagine: Presidenza della Repubblica [Attribution]

 

 


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