07 giugno 2017

Salvini contro tutti: «Preferisco i populisti ai fessi»

di Stefano Ondelli*

 

Dei tratti tipici del discorso populista in Italia (a partire da Guglielmo Giannini) e altrove, oggi almeno una parte potrebbe essere inclusa nelle recenti linee di tendenza dell’italiano in generale e della comunicazione politica in particolare. Sul primo versante troviamo l’imitazione della lingua parlata e l’abbassamento dei registri, che si riflettono nel frequente turpiloquio: il compianto Tullio De Mauro, nel commentare il Nuovo Vocabolario di Base, registrava l’introduzione di volgarismi soprattutto nel giornalismo e nello spettacolo. Sul coté politico, invece, l’esperienza berlusconiana potrebbe, per così dire, aver fatto scuola: di recente, sia Trump che Macron hanno imposto la loro personalità individuale sulla scena politica preesistente, anche con la creazione di un movimento ad hoc come En Marche! Resta il fatto che solo il primo dei due si è distinto per la retorica aggressiva, mentre Macron poteva contare sulla contrapposizione naturale a Marine Le Pen.

Mi pare dunque che il culto di un leader che fa proprio il paradigma del rispecchiamento (cioè che prevede di esprimersi come l’elettore medio) e che si pone alla guida di un contrasto molto marcato tra noi (“buoni”) e loro (“cattivi”), a cui vanno ricondotti gran parte dei problemi sociali, possa essere collegato alla crisi dei movimenti politici tradizionali e al ruolo dei mezzi di comunicazione di massa odierni. Questi ultimi, dalla TV ai social network, prediligono la brevità e l’incisività del messaggio, attribuibile a una persona specifica piuttosto che a un partito o un’ideologia. Si tratta di tendenze che, almeno in Italia, sono già state registrate dalla caduta della Prima Repubblica.   

 

Siamo tutti populisti?

 

Ma allora tutti i politici sono diventati populisti? Non proprio: è una questione di frequenza e intensità di alcune scelte retoriche. Una cosa è dire che noi siamo “il nuovo” che si impone e loro sono “il vecchio” che va scomparendo, magari con espressioni forti come il rottamare usato da Renzi; una cosa è insultare l’avversario, senza riconoscergli nemmeno lo status di interlocutore.

Per misurare le differenze tra la retorica di leader considerati populisti ed esponenti riconducibili ai tradizionali schieramenti di destra e sinistra, con Duncan McDonnell ho compilato un corpus di discorsi tenuti al cospetto di simpatizzanti (quindi abbiamo escluso conferenze stampa, discorsi in Parlamento, in occasioni istituzionali ecc.). Nel caso italiano, abbiamo considerato Alfano, Renzi e Salvini dal momento in cui sono diventati segretari delle loro compagini politiche a oggi, raccogliendo circa 100.000 parole ciascuno. Illustro qui alcuni aspetti.

 

Cazzo, che palle… Machissenefrega!

 

L’analisi con Corrige! rivela che, se i discorsi di Salvini sono i più semplici da capire anche per chi ha la licenza media (indice Gulpease: 62; Renzi: 56; Alfano: 50), sono però più ricchi di parole classificate come “imbarazzanti”: 85 forme grafiche per 314 occorrenze (ma diventano 130 e 496 dopo uno spoglio manuale) contro 13 per 24 in Renzi e appena 10 per 19 in Alfano. Gli ultimi due fanno giusto qualche concessione al registro colloquiale: casino per confusione; il dannunziano e poi fascista fregarsene – mai alla prima persona; il settentrionale sfiga e il difficilmente parafrasabile – ammettiamolo – sfigato; l’eufemistico vaffa compare solo in riferimento a Grillo.

Le tre parolacce più comuni in Salvini sembrano prese in prestito da uno sketch di Biggio e Mandelli. Cazzo (21 volte) non è solo una semplice esclamazione, ma anche una strategia per denigrare gli avversari:

… agli altri lasciamo i professori del cazzo alla Mario Monti e noi abbiamo la gente vera.

… una moneta che è una moneta del cazzo.

… ci sono associazioni e ordini dei giornalisti, ordini del cazzo…

E da questo Stato e da questa Europa hanno 300 euro al mese, mentre il primo cazzo di clandestino ne ha 1100 per la cooperativa che lo mette in un albergo. Non è possibile!  

Renzi twitta dalla mattina alla sera, peccato che poi non faccia un cazzo  

 

Anche palle (54 volte) può esprimere l’insoddisfazione dei simpatizzanti leghisti per la globalizzazione economica e culturale e la mala-amministrazione statale:

… la cultura unica, la scuola unica, la magistratura unica. Che palle. Piccolo è bello, diverso è bello!

Senza l’euro è la calamità naturale. Tutte palle che il lattaio ha già intuito essere palle.

No, diritti a tutti un par de palle. Se tu non rispetti l’essere umano io non ti do mezzo diritto.

Perché di gente con le palle al sud ce n'è. Che ne ha le palle piene della camorra.

 

Se, per Bossi, la Lega “ce l’aveva duro”, per Salvini “ha le palle” (come gli amici, anche se donne, mentre i nemici non le hanno) e le “tira fuori” per affrontare l’emergenza politica, “rompendo le palle” agli avversari:

 

… non ha le palle per dire: fuori dall’euro. Mentre noi le palle invece ce le abbiamo e lo diciamo con coraggio.

Io ho conosciuto Marine Le Pen. È una donna con due palle così.

È il momento di tirare fuori le palle, a tutti i livelli. Perché altrimenti questi ci massacrano.

… fino a che il Parlamento non lo fa, noi gli rompiamo le palle un giorno sì e un giorno no, come Lega.

 

Ma, tra le espressioni segnalate da Corrige!, la più rivelatrice delle strategie retoriche di Salvini è probabilmente il procomplementare fregarsene. Oltre alla maggiore frequenza (34 occorrenze, contro 14 in Alfano e solo 2 in Renzi), il leader leghista è l’unico a ricorrere ossessivamente alla locuzione chi se ne frega!, che sembra quasi sostituire abbasso tutti!, lo slogan del Movimento dell’Uomo Qualunque. Così risulta perfettamente inutile dilungarsi sulle ragioni proprie o degli avversari politici: la scelta di campo avviene non in base a un’analisi politica razionale ma all’ “amore del proprio comodo, [a] un atteggiamento che rifugge da compromessi, [a] una strafottente arroganza”:

 

…chiedendo cosa penso della riforma del Senato di Renzi. Chi se ne frega?

E se l’Europa mi richiama, ora, chi se ne frega dell’Europa!

Sarà politicamente scorretto da dire? Chi se ne frega! Io sono stato in un campo rom a Milano…

Voteranno in Catalogna? Chi se ne frega, non vale. Voteranno in Scozia? Chi se ne frega, non vale. Voteranno in Veneto? Chi se ne frega, non vale.

 

Ceffoni metaforici

 

I tre lemmi visti sopra non esauriscono l’arsenale disfemistico di Salvini, che annovera tra le forme esclusive (cioè non utilizzate da Renzi e Alfano) con frequenza >10 infame, culo, fessi, fotte (9 volte su 14 come sinonimo più greve di chi se ne frega), scemi, schifezza e cretino. Ciò che però colpisce è l’impiego costante di queste e altre forme, in sé non necessariamente insultanti, per attaccare gli avversari: su 15 occorrenze di ladro, 13 sono associate allo Stato italiano: il primo ladro è lo Stato, in Italia. Così, non sorprende che i nomi di Renzi e Salvini compaiano spesso (rispettivamente 195 e 34 volte, contro 51 e 39 nei discorsi di Alfano, mentre Renzi non nomina mai quest’ultimo e menziona solo 6 volte Salvini):

 

Ma il problema non è Renzi. Renzi è una pedina, Renzi è il servo sciocco…

… perché quando andiamo al governo noi, mettiamo al governo 10 agricoltori che sono meglio di Renzi, della Boschi, della Fornero e di questi geni che i calli sulle mani non ce li hanno…

Secondo me sono tre complici dello stesso disastro, tutti e tre: Renzi, Grillo e Berlusconi.

…diamo due ceffoni metaforici alla Fornero e a Renzi che per me sono esattamente della stessa pasta.

…il partito unico dell'Euro che va da Renzi a Berlusconi, a Alfano, a Monti, a Grillo.

Noi non parliamo a Berlusconi, a Toti, a Alfano, a Casini, alla Meloni … parliamo a un popolo che spesso e volentieri ha perso fiducia.

 

Come si può vedere, tutti gli avversari, che si tratti di istituzioni:

 

Perché l’Europa è infame, perché la moneta unica è l’anticamera del pensiero unico...

 

gruppi politici:

 

… da sinistra ci sono sorrisini da scemi.

Oggi chi difende l’euro è un cretino o è in malafede.

 

gruppi etnici o sociali:

 

… andare a prendere a calci in culo tutti gli invalidi falsi …          

Noi siamo qua perché siamo contro gli immigrati clandestini, punto. Noi non vogliamo i clandestini.

E non c’ho il telefono, è sparito. È passato un rom che mi ha fregato il telefono quindi qualcuno mi avvisi quando sono passati venti minuti.

 

vengono accomunati soprattutto dal fatto che sono responsabili del “disastro” a cui solo la Lega può trovare rimedio. In quanto responsabili, vanno respinti in blocco, senza troppi distinguo, e meritano il rifiuto, il dileggio e l’insulto:

 

Vaffanculo Bruxelles e tutti i burocrati! Dalla Merkel all’euro, a questa gentaglia che vuole comprarci e ci vuole schiavi!

 

Conclusioni: ai populisti manca la fantasia?

 

In realtà, nel panorama italiano, Salvini soffre a causa del poco spazio di manovra, almeno linguistico. Mentre Grillo lo supera per inventiva e creatività (Corrige! non rivela storpiamenti di nomi propri e, tra le forme esclusive, a Salvini mancano quasi del tutto i famosi diminutivi, con l’eccezione di movimentino, una citazione volta proprio a rispondere a Grillo), di Bossi risulta assente il richiamo etnico-geografico (nel corpus, una parola-feticcio come Padania ricorre solo 24 volte, come Liguria o Lamezia, e meno di Sardegna e Sicilia, entrambe con 27 occorrenze) anche se, stranamente, Salvini ricorre al lumbard (a parte gli ormai quasi panitaliani pirla e ciulare, tra le espressioni non riconosciute da Corrige! troviamo piscinin brut e cativ; un cunt l’è vess bun , un cunt l’è vess cujun; va bè che l'è dumeniga però non faccio il papa; l’è düra ; el ghe va minga ben ecc.).

 

L’impressione è che, rispetto ai leader politici mainstream, la differenza fondamentale dal punto di vista retorico ormai non consista tanto nell’impiego frequente di colloquialismi e volgarismi, quanto in una strategia retorica mirata all’annullamento dell’avversario, che non è più un interlocutore nell’arena politica ma un nemico con cui non vale nemmeno la pena di discutere:

 

Viva i populisti! Preferisco i populisti ai fessi.

 

Letture consigliate

Albertazzi Daniele e McDonnell Duncan, Populists in Power, Routledge, London, 2015.

Antonelli Giuseppe, Lingua , in Modernità italiana. Cultura, lingua e letteratura dagli anni settanta a oggi , a cura di Afribo Andrea e Zinato Emanuele, Roma, Carocci, 2011, pp. 15-52.

Dell’Anna Maria Vittoria e Lala Pierpaolo, Mi consenta un girotondo. Lingua e lessico nella seconda repubblica, Congedo, Galatina, 2004.

Librandi Rita e Piro Rosa (a cura di), L'italiano della politica e la politica per l'italiano, atti dell’XI Convegno ASLI, Associazione per la Storia della Lingua Italiana (Napoli, 20-22 novembre 2014), Franco Cesati Editore, Firenze, 2016.

Sarubbi Andrea, La Lega qualunque. Dal populismo di Giannini a quello di Bossi, Armando editore, Roma, 1995.

 

*Stefano Ondelli è professore associato di Linguistica italiana presso il Dipartimento di studi giuridici, del linguaggio, dell’interpretazione e della traduzione dell’Università di Trieste. Si è occupato di didattica dell’italiano per stranieri, di italiano giuridico, dell’italiano di traduttori e interpreti, dell’italiano dei giornali e della moda. Tra le pubblicazioni principali: La lingua del diritto: proposta di classificazione di una varietà dell'italiano, Roma, Aracne editrice, 2007; La sentenza penale tra azione e narrazione, Padova CLEUP, 2012; Realizzazioni testuali ibride in contesto europeo. Lingue dell’UE e lingue nazionali a confronto, Trieste, EUT 2013.

 

Immagine: Congresso "Euro o Libertà?" presso la Sala Alessi di Palazzo Marino, Milano, 4 luglio 2015.

 

Crediti immagine: Fabio Visconti [CC BY-SA 3.0 (https://creativecommons.org/licenses/by-sa/3.0)]


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