07 giugno 2017

Emologismi, rispecchiamento e narrazione: la volgare eloquenza della politica italiana

di Emiliano Picchiorri*

 

Quando Alberto Arbasino pubblicò per la prima volta il suo romanzo Fratelli d’Italia, nel 1963, censurò la parolaccia pronunciata da un suo personaggio usando una serie di asterischi al posto delle vocali: v*ff*nc*l*; nelle edizioni successive, Arbasino passò prima alla forma piena e poi, nel 1993, alla forma vaffa, spiegando come questa parola rappresentasse «l’insulto ridotto al suo nome, del tutto privo del suo potere performativo; è tipicamente metalinguistico. La menzione dell’osceno sostituisce il suo uso, e prende forme quasi confidenziali» (cfr. Stefano Bartezzaghi, Scrittori giocatori, Torino, Einaudi, 2010, p. 121). Certo lo scrittore non poteva immaginare che nel decennio successivo il vaffa sarebbe diventato il vero e proprio manifesto di un movimento politico: aveva colto, però, un processo fondamentale dell’italiano contemporaneo, lo sdoganamento del turpiloquio, che dalla sfera del privato e dell’informale è risalito rapidamente a quella pubblica, dapprima sospinto dalla televisione, poi dalla Rete, che della confusione tra pubblico e privato ha fatto uno dei suoi punti di forza.

 

Essere al livello dell’elettore

 

Ma i cambiamenti dell’italiano degli ultimi decenni non sono sufficienti a spiegare il successo del vaffa di Grillo, che deve essere contestualizzato nella recente evoluzione del linguaggio politico italiano, caratterizzata da una progressiva sostituzione delle emozioni alle argomentazioni e delle parole ai contenuti, secondo un percorso ben delineato da Giuseppe Antonelli nel suo ultimo libro, Volgare eloquenza. Come le parole hanno paralizzato la politica (Laterza, 2017). Tutto inizia con la seconda Repubblica, quando la perdita di credibilità della classe politica e l’affermazione della tv come principale mezzo di propaganda hanno determinato nel linguaggio della politica un vero e proprio cambiamento di paradigma, già descritto dallo stesso Antonelli in un suo precedente volume (L’italiano nella società della comunicazione, Il Mulino, 2007): dal paradigma della superiorità, per il quale il politico puntava a impressionare l’uditorio facendo pesare la propria superiorità culturale, si è passati al paradigma del rispecchiamento, che spinge il politico a prediligere forme espressive e registri informali per dare l’impressione all’elettore di essere al suo stesso livello. Ancora dieci o quindici anni fa, però, le forze antagoniste e quelle riformiste si distinguevano nettamente per le loro scelte linguistiche (ad esempio, le prime parlavano di lotta, le seconde di contrapposizione) e l’appartenenza politica determinava una riconoscibilità nei discorsi: se l’equità era per Bertinotti un problema sociale, per Berlusconi rientrava nella sfera della solidarietà; se Buttiglione parlava di nazione, Bossi e Berlusconi parlavano di gente e popolo. Oggi – osserva Antonelli – di quelle differenziazioni non rimane traccia, come mostra l’analisi delle campagne elettorali per le elezioni a sindaco di Roma e Milano nel 2016, che puntavano in tutti gli schieramenti su un lessico generico e omologato, fatto di territorio, sistema, sicurezza e lavoro. E si potrebbe ricordare, di quelle campagne, anche l’ostentato ricorso al dialetto come elemento di identificazione con l’elettorato nello spot del candidato Roberto Giachetti, che giocava sul contrasto tra l’italiano standard dei discorsi preconfezionati e la spontaneità del romanesco nella frase «ma de che stamo a parlà?».

 

Antonelli: ecco l’«italiano populista» a colpi di «emologismi»

 

Dunque, la storica distanza tra la complessità del discorso politico e le scarse competenze linguistiche dell’italiano medio non si è risolta, nell’ultimo ventennio, in un innalzamento del livello della cultura di massa ma nell’abbassamento di livello del linguaggio politico: i politici di tutti gli schieramenti usano oggi non tanto un italiano popolare ma, osserva Antonelli, un italiano populista, orgogliosamente becero, fatto di congiuntivi sbagliati, di parole storpiate, di ortografia rinnegata e delle onnipresenti parolacce. All’affermazione di questa eloquenza rozza, semplicistica e aggressiva ha contribuito in gran parte lo spostamento del dibattito politico nell’ambito virtuale di Internet: la serialità e la frammentarietà dei messaggi inviati dai politici sui social media non consentono una vera argomentazione, ma sono ideali per diffondere slogan fondati su parole come lavoro, solidarietà e sviluppo; come hanno mostrato gli studi di Stefania Spina, inoltre, il grande attivismo dei politici italiani su Twitter non corrisponde a una reale disponibilità al dialogo: nei loro messaggi i politici spesso chiamano in causa altri utenti, ma raramente rispondono loro. D’altra parte, un elemento centrale del discorso politico odierno è diventato lo storytelling, la narrazione, che si affida alla suggestione e all’affabulazione, che mira a influenzare e persuadere l’elettore puntando sull’emotività e mettendo da parte l’argomentazione. Anche qui il vaffa di Grillo, veicolo della rabbia contro il sistema, è esemplificativo di una tendenza che travalica gli schieramenti, cioè il ricorso a quelli che Antonelli chiama emologismi, «parole, frasi, formule che funzionano come emoticon o emoji» (p. 6) , perché riducono la complessità di un pensiero politico a un’immagine stilizzata ed evocativa, come già i berlusconiani libertà e miracolo, il renziano rottamazione e il pentastellato onestà.

 

Mettere di nuovo le idee al primo posto

 

Ma non è detto che si tratti di una condizione irreversibile. Secondo Antonelli, il circolo vizioso innescato da questa banalizzazione del dibattito politico può e deve essere spezzato: «bisogna avere il coraggio di rifiutare la semplice logica del rispecchiamento» (p. 107), abbandonando l’idea che la politica debba limitarsi a ripetere la vox populi. Per una simile inversione di rotta sarebbe necessario, innanzi tutto, liberarsi del luogo comune secondo il quale il mezzo è il messaggio, proveniente da una fortunata definizione di Marshall McLuhan ˗ nata in un contesto molto diverso da quello odierno e in riferimento a media come la tv e il telefono ˗ che ha portato allo sviluppo di un determinismo tecnologico per cui il linguaggio sarebbe inevitabilmente condizionato dal mezzo: oggi la sfida della politica deve essere quella di far precedere allo slogan e alla comunicazione la riflessione, la discussione e l’interpretazione dei meccanismi economici e sociali. Non si tratta, certo, di chiedere al mondo politico una rinuncia alle strategie comunicative del marketing, ma di un invito a mettere di nuovo le idee al primo posto: la narrazione non deve essere mai disgiunta dalla visione del futuro del paese, così come la linearità espressiva deve essere la conseguenza della chiarezza delle argomentazioni, perché «l’elaborazione di un nuovo linguaggio è impossibile senza l’elaborazione di un progetto politico innovativo» (p. 109).

 

*Emiliano Picchiorri è professore associato di Linguistica italiana all'Università "G. d'Annunzio" di Chieti-Pescara. Si è occupato principalmente di italiano letterario, di dialetto romanesco e di lessicografia italiana e ha collaborato alla redazione del Tesoro della lingua italiana delle Origini. Tra le sue pubblicazioni il volume La lingua dei romanzi di Antonio Bresciani (2008) e l'edizione dei Sonetti del poeta napoletano del Quattrocento Giovanni Antonio de Petruciis (2013).

 

Immagine: Gli onorevoli (1963), regia di Sergio Corbucci

 

 


© Istituto della Enciclopedia Italiana - Riproduzione riservata