28 febbraio 2016

Il lato oscuro dell'inarrestabile monolinguismo inglese

di Michele A. Cortelazzo*

 

Non dovrebbe stupire che uno scienziato comunichi i risultati della sua ricerca in una lingua diversa dalla lingua materna. Lo scienziato, infatti, si sente parte di una comunità di pari che travalica i confini nazionali: lo sforzo di risolvere i problemi della conoscenza del mondo non può seguire gli angusti, e artificiali, confini nazionali. Si può certo dire che la patria del bravo scienziato è il mondo intero. Se, dunque, lo scienziato appartiene, in quanto tale, a una comunità transnazionale, è automatico che senta il bisogno di utilizzare, nelle comunicazioni all’interno di questa comunità, una lingua condivisa da tutti gli appartenenti al gruppo, indipendentemente dalla loro origine nazionale. Questa lingua va sotto il nome di lingua veicolare e può essere diversa da scienza a scienza (pensiamo, riferendoci a un passato ancora piuttosto recente, al tedesco della filosofia e della filologia classica, o al francese della sociologia). L’esistenza di una lingua veicolare è così connaturata alla testualità scientifica, che nella storia della scienza sono oggetto di studio più i momenti nei quali si è preferito ricorrere a una lingua nazionale che non quelli nei quali si è optato per una lingua internazionale (basti pensare al caso Galileo e alla sua opzione per l’italiano al posto del latino).

 

Nelle riviste, articoli strutturati in modo rigido

 

La peculiarità del momento attuale è che in tutte le scienze è riconosciuta come lingua veicolare la stessa lingua, l’inglese, e che questa lingua è una lingua posseduta da un certo numero di parlanti come lingua nativa, e quindi da un certo numero di Paesi come lingua nazionale (a differenza di quello che è accaduto nei secoli passati al latino, che non era utilizzato da nessuna comunità come lingua naturale). La diffusione del solo inglese come lingua di tutte le scienze appare, al momento, un processo inarrestabile, ma non privo di limiti, se non altro perché le scelte linguistiche non sono mai innocenti. C’è da tener conto che la scelta della lingua veicolare può avere conseguenze rilevanti anche sui modi dell’argomentazione scientifica. Una lingua, nelle sue versioni elaborate, non è fatta solo di lessico e sintassi, ma anche di scelte di stile e di strutturazione dei testi: i rigidi modelli di strutturazione degli articoli da sottoporre alle più quotate riviste scientifiche riflettono un modo di esporre il ragionamento scientifico strettamente correlato alle consuetudini espositive delle culture anglofone. Chi, come ad es. Michael Clyne negli anni Ottanta, aveva studiato la strutturazione degli articoli scientifici, aveva notato che l’organizzazione del testo variava sia in relazione alla disciplina professata sia in relazione alla cultura di origine dello scienziato. Non credo che oggi potremmo individuare con altrettanta facilità diverse strategie di articolazione del testo scientifico: si può discutere se sia un bene o un male, ma c’è certamente una forte riduzione della diversità.

 

Pluralismo linguistico di «Social Compass»

 

Che il monolinguismo della scienza possa costituire un problema è dimostrato, poi, dall’emergere dei primi tentativi di reazione, come, ad esempio, quello della rivista di sociologia religiosa «Social compass», che, pur accogliendo solo articoli in inglese o in francese, ha aperto una sezione del suo sito (<http://scp.sagepub.com/site/multilingua_/multilingua.xhtml>) che può ospitare le traduzioni in altre lingue degli articoli pubblicati, per garantire una maggiore circolazione delle idee.

 

I rischi nella formazione universitaria

 

La questione diventa ancora più complessa se si pensa all’inglese come lingua della formazione universitaria. È indubbio che la formazione universitaria è caratterizzata da uno stretto legame tra didattica e ricerca, e c’è quindi da chiedersi quanto sia sensato usare strumenti linguistici diversi nell’una e nell’altra. Però, quanti dei laureati, anche solo nel settore delle scienze “dure”, continueranno l’attività di ricerca o opereranno in contesti internazionali, e quanti invece svolgeranno la loro attività professionale in ambito nazionale? Già ora, con l’insegnamento fornito nella lingua materna, è nota la difficoltà di molti laureati in materie tecniche e scientifiche, ma anche di molti medici, di interagire linguisticamente con i loro clienti, con i loro collaboratori, o comunque con i loro interlocutori. Il rischio è che il fenomeno si possa acuire, sfociando in una sempre più estesa incapacità di interagire verbalmente in modo efficace.

 

Frotte di parole straniere opache

 

È un rischio acuito dal fatto che il monopolio di un’unica lingua veicolare sta portando all’interno delle lingue nazionali frotte di parole straniere, con le quali si designano, in maniera spesso opaca per un gran numero di parlanti, soprattutto i concetti scientifici e i prodotti della scienza più innovativi. Non dobbiamo dimenticare, per fare nostre le parole di Roberto Mulinacci, che «anche una banale scelta di registro, come per esempio quella fra una nuova parola inglese ed il suo corrispondente italiano […] sottintende sempre un conflitto di modelli culturali. Implica un’egemonia (o comunque una aspirazione ad essa) e quindi anche una sudditanza, indipendentemente dal fatto di essere disponibili oppure no ad accettarla».

 

Bibliografia

Clyne, Michael, Cultural differences in the organization of academic texts. English and German, in “ Journal of Pragmatics” 11, 1987, pp. 211-247.

Maraschio, Nicoletta / De Martino, Domenico (a cura di), Fuori l'italiano dall'università? Inglese, internazionalizzazione, politica linguistica, Roma-Bari, Laterza, 2013.

Mulinacci, Roberto, La geopolitica delle lingue in poche parole, I Quaderni Speciali di Limes “Lingua è potere”, Dicembre 2010, pp. 7-12.

 

*Michele A. Cortelazzo (Padova, 1952), allievo di Gianfranco Folena, è professore ordinario per il settore “Linguistica italiana” all’Università di Padova. Ha insegnato anche nelle università di Saarbrücken, Innsbruck, Venezia, Trieste, Ferrara, Fiume. Il linguaggio amministrativo, quello giuridico e quello istituzionale sono stati, negli ultimi anni, i temi principali della sua ricerca. I suoi lavori più importanti sono raccolti in tre volumi : Lingue speciali. La dimensione verticale (Padova, Unipress, 1990), Italiano d'oggi (Padova, Esedra, 2000), I sentieri della lingua. Saggi sugli usi dell'italiano tra passato e presente (a cura di C. Di Benedetto, S. Ondelli, A. Pezzin, S. Tonellotto, V. Ujcich, M. Viale, Padova, Esedra, 2012).

 

Immagine: Impressione artistica della fusione di stelle di neutroni

 

Crediti immagine: ESO/L. Calçada/M. Kornmesser [CC BY 4.0 (https://creativecommons.org/licenses/by/4.0)]


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