28 febbraio 2016

C0μun1cαr3 -> λα 5c1εnzα (Comunicare la scienza)

Quando Galilei abbandona il latino del trattato Sidereus Nuncius per passare al volgare toscano del Saggiatore e del Dialogo sopra i massimi sistemi lo fa per motivi che possono richiamare alla memoria quelli che mossero Dante ad usare il volgare nel suo Convivio, cioè, innanzitutto, «naturale amore a propria loquela» e, per farsi capire dai più, «prontezza di liberalitade». Ma forse Galileo lo fece anche per «cautela di disconvenevole ordinazione», ovvero per far sì che la materia oggetto di commento, qui la natura, venisse osservata, studiata e spiegata attraverso una lente che risultasse la più adatta allo scopo, la propria lingua madre. L’uso di tutto lo spettro espressivo del suo toscano lascerà un’impronta profonda nell’italiano della scienza e lo arricchirà non solo di parole nuove (apogeo), di accezioni nuove (disco, dallo sport alla scienza, a indicare un ‘corpo piatto di forma circolare’), di locuzioni nuove (aurora boreale) e di parole recuperate dal disuso e rilanciate (infrangibile), ma anche di uno stile assolutamente cristallino e di esemplare perspicuità.

 

Un Settecento effervescente

 

È però dal Settecento, grazie anche alla diffusione del giornalismo e della stampa periodica e al consolidamento di un pubblico di lettori e di lettrici, che la scienza rompe davvero i confini tra le lingue e s’incontra con la divulgazione. Verso il finire del secolo, in particolare, due scrittori e intellettuali eclettici come Carlo Amoretti e Francesco Soave si dedicano alla traduzione di opere scientifiche straniere pubblicando una Scelta di opuscoli interessanti tradotti da varie lingue (editi dal 1775 fino al 1807). Si tratta, come lo ha definito lo storico Franco Venturi, del «più importante periodico scientifico italiano». Secondo i curatori, tradurre era diventato importante, perché «La diversità delle Lingue, la difficoltà d’aver l’Opere originali troppo impedivano, che le produzioni degli Esteri in Italia si propagassero quanto è mestieri». Ma non solo: «Le scoperte più grandi per essere esposte non domandano d’ordinario che memorie brevi e succinte». Gli argomenti degli opuscoli variano nei temi (agricoltura, arti, fisica, storia naturale e chimica, medicina, morale, metafisica) e nello spazio, attingendo ad autori di lingua inglese, francese, tedesca e italiana. Con le nuove idee, si diffondono in Italia nuovi termini, come flogistico, nitroso (aria n.), nickel, effervescente e anglicismi come choak-damp e shrimp, insieme a molto altro: dalla traduzione delle Osservazioni sull’elettricità dello scozzese Patrick Brydone arrivano parafulmine, parapioggia, corpo deferente e conduttore; da quella della Dissertazione sulla figura e la composizione delle particelle rosse del sangue dell’inglese William Hewson le espressioni focal distanza, crassamento, solubilità e il sostantivo sublimato.

 

Una cultura scientifica senza comunità

 

Ma tutto ciò − e nonostante anche il grande successo all’estero di altre opere, come ad esempio Newtonianismo per le dame (1737) di Francesco Algarotti − non basta a sprovincializzare l’Italia, né a creare una vera e propria comunità di scienziati italiani. Alcuni decenni dopo, scrivendo a Alexander von Humboldt nel settembre del 1828, il matematico inglese Charles Babbage dovette confessare che «Nel mio viaggio per il nord Italia ho incontrato molti uomini di cultura e di scienza sparsi nelle università e nelle città, e ho constatato con rammarico le grandi difficoltà in cui essi lavoravano per la mancanza di una buona comunicazione tra di loro e con il resto d’Europa» (traduzione mia, ndr).

 

Scienza, pedagogia e popolo nell'Ottocento

 

Intanto, la comunicazione scientifica, ora abitualmente in forma breve, trova spazio soprattutto sulle riviste, assumendo, in un momento storico-politico decisivo, un ruolo sociale e civile importante. È l’epoca del «Politecnico», fondato da Carlo Cattaneo (1839-1844 e poi 1859 - 1869), che invitava gli scienziati a non disdegnare di «avvicinare in riassunti popolari il frutto faticoso degli studi speciali» e della collana intitolata «La scienza del popolo» che, in volumetti di 30-60 pagine, al costo di 25 centesimi, pubblica periodicamente le conferenze popolari tenute dagli scienziati sui temi più disparati (nel suo primo anno, il 1867, abbiamo La pila di Volta, I vermi parassiti, Storia naturale del colera, L’igiene, Il caffè, Spiritismo e magnetismo, Il giuoco del lotto e molti altri ancora). Una traccia forte dell’importanza sociale, civile e istituzionale assunta da molti scienziati soprattutto nel corso dell’Ottocento sta oggi nei molti monumenti pubblici e nei nomi di tanti istituti scolastici a loro dedicati, che troviamo sparsi non solo nei relativi luoghi di nascita, ma su tutto il territorio italiano: Amedeo Avogadro, Stanislao Cannizzaro, Camillo Golgi, Galileo Ferraris, Marcello Malpighi, Augusto Righi, Paolo Savi, Angelo Secchi e altri vanno così ad aggiungersi ai nomi dei più noti Leonardo Da Vinci e Galileo Galilei. A queste si affiancano anche tracce prettamente linguistiche. La presenza nel linguaggio quotidiano attuale di modi di dire come chi s’aiuta Dio l’aiuta, volere è potere, chi la dura la vince, non si deve soltanto alla sedimentazione di una cultura popolare secolare, ma anche al successo di scritti scientifici di tono divulgativo con questi titoli. L’Ottocento è infatti anche l’epoca dei best seller scientifici, in traduzione da altre lingue o in italiano. Così è stato per Self-help di Samuel Smiles, che viene tradotto in Italia con il titolo Chi s’aiuta, Dio l’aiuta (1867), di Volere è potere di Michele Lessona (1869), di Chi dura vince di Paolo Lioy (1871), e poi di altri fortunati titoli, come Gli amori degli uomini del medico Paolo Mantegazza (1886) e La fatica del fisiologo Angelo Mosso (1891). Sono scritti in cui al rigore della descrizione scientifica si unisce l’abilità della scrittura letteraria e narrativa, con pieghe spesso diaristiche e private: «Le pagine che seguono sono una reminiscenza delle nostre letture e dei nostri colloqui intorno agli spazi celesti seminati di mondi; ma le stesse che un tempo Nelly mirava con estasi, brillano ora sulla tomba dove tra un vallo di mirti ombreggiati da un salice piangente, è sepolta la sua salma mortale» (Paolo Lioy, Escursione nel cielo, o descrizione pittoresca dei fenomeni celesti).

 

La ricerca dell'emozione, dalla tv ai nuovi musei

 

Alla domanda che si poneva Gramsci, «Perché non è nata [in Italia] una letteratura di divulgazione scientifica come in Francia e negli altri paesi?», bisognerà cercare risposte nella storia; ma è certo che, dal Settecento a oggi, sono state molte le strade percorse per raggiungere il pubblico. La divulgazione scientifica ha assunto infatti, e assume tuttora, forme espressive molto differenti, anche recuperando − o forse potremmo dire continuando a mantenere vivo − qualcosa di antico e di tradizionale, come la forma del dialogo tra personaggi storici o fittizi, in stile rinascimentale e galileiano (come avviene ad esempio tra Academus, Candidus e alcuni scienziati del Novecento in Urne e camaleonti di Luigi Accardi, Milano, 1997) e un certo gusto per una narrazione in prima persona e a tratti emozionata che, dopo Lioy e Mosso e altri prima di loro, ritroviamo ad esempio nelle pagine appassionate e appassionanti delle Sette brevi lezioni di fisica di Carlo Rovelli (Milano, 2014). Ma non solo nelle pagine: «Un punto cruciale della scrittura divulgativa è che non basta essere chiari, bisogna riuscire a coinvolgere l’emotività. In modo diverso naturalmente, ricorrendo a tecniche più nobili, percorrendo strade più indirette, ma avendo sempre come bersaglio strategico l’‘accensione’. Perché se non si attivano i centri che regolano l’attenzione non si verifica, nella corteccia cerebrale, quella situazione biochimica adatta a suscitare (e a mantenere) l’interesse». Il coinvolgimento di cui parla Piero Angela è stato raggiunto anche cambiando canale (comunicativo), cioè tramite la televisione, uno strumento in grado di mostrare e raccontare in modo semplice ed emozionante, grazie anche alla potenza delle immagini, molti aspetti del mondo scientifico. E verso i requisiti di narrazione, dialogicità e informalità si è orientata in parte anche la manualistica scolastica, nel tentativo di far sì che il pubblico (anche quello più giovane) non sia più considerato un semplice destinatario del messaggio ma possa venire coinvolto in modo più diretto, attivo e partecipe. O anche solo in modo più emozionato, come avviene in molti musei di nuova concezione, dove alla tradizionale esposizione didascalica dell’oggetto e delle sue proprietà si preferisce lo stupore provocato da esperimenti empirici semplici e quotidiani.

 

Consigli di lettura

L. Russo e E. Santoni, Ingegni minuti. Una storia della scienza in Italia, Milano, Feltrinelli, 2010.

P. Govoni, Un pubblico per la scienza. La divulgazione scientifica nell’Italia in formazione, Roma, Carocci, 2002.

R. Gualdo – S. Telve, Linguaggi specialistici dell'italiano, Roma, Carocci, 2011.

Lingua italiana e scienze , atti del Convegno internazionale (Firenze, Villa medicea di Castello, 6-8 febbraio 2003), a cura di Annalisa Nesi, Domenico De Martino, Firenze, Accademia della Crusca, 2012.

 

*Stefano Telve insegna Linguistica italiana presso l’Università degli studi della Tuscia (Viterbo). È membro dell’Associazione per la Storia della lingua italiana (ASLI) e si occupa di linguaggi specialistici, grammaticografia, lingua dei libretti d’opera, parlato trascritto, sintassi dell’italiano in diacronia. Tra gli ultimi lavori, «Non crederò di poter meglio impiegarmi che nelle traduzioni degli opuscoli inglesi, che or vie più mi dilettano»: Francesco Soave traduttore e divulgatore degli studi retorici e scientifici inglesi del Settecento (saggio inedito), La terminologia medica in Italia: uno sguardo al dinamismo attuale, in «Mediazioni», 18, 2015, pp. 1-27, Modelli grammaticali e revisioni linguistiche ed editoriali delleOsservationi nella volgar lingua” di Lodovico Dolce, in Per Lodovico Dolce. Miscellanea di studi, vol. I, Passioni e competenze del letterato, a cura di P. Marini e P. Procaccioli, Manziana, Vecchiarelli, 2015, pp. 395-463.

 

Immagine: Alessandro Volta mostra la sua pila a Napoleone nel 1801. Tela di Giuseppe Bertini presso il complesso delle Ville Ponti (Varese)


© Istituto della Enciclopedia Italiana - Riproduzione riservata