29 ottobre 2015

L'italiano, la traduzione, la norma

di Michele A. Cortelazzo*

 

Dei venti libri più venduti la scorsa settimana, dieci sono di autori stranieri. Dei dieci film più visti, solo due sono italiani. Dati analoghi si potrebbero trarre dall’esame della programmazione delle reti televisive: i telefilm e i film stranieri sommergono quelli di produzione italiana. Ne deriva una chiara conseguenza linguistica: l’italiano che recepiamo quando guardiamo la televisione o leggiamo romanzi è in grande misura un italiano frutto di traduzione, prevalentemente dall’inglese.

I testi che lettori e ascoltatori fruiscono in italiano, ma che sono stati concepiti, e scritti, in un’altra lingua, sono, però, ancora più numerosi e diversificati: articoli giornalistici, leggi, istruzioni per l’uso di apparecchiature e via dicendo. Da una parte l’unificazione europea, dall’altra la globalizzazione dei mercati hanno dato sempre più ragione a Umberto Eco che nel 2008 aveva affermato che “la lingua dell’Europa è la traduzione”. Possiamo generalizzare: la lingua del mondo, se non è il globish (cioè l’inglese globalizzato e impoverito), è la traduzione.

 

Europa: le leggi da altre lingue

 

Molti dei testi tradotti sono traduzioni invisibili, cioè traduzioni che non si presentano ai lettori come tali, e che possono essere elaborate da traduttori professionisti, ma anche da traduttori non professionisti. Il primo caso è ben rappresentato dalle leggi, che ormai sono sempre più spesso il recepimento di norme europee, o l’adeguamento della normativa tradizionale a nuovi principi condivisi dai governi europei: la lingua della versione italiana delle direttive europee, cioè l’italiano che sta alla base anche della successiva normazione nazionale, è frutto del lavoro di professionisti, traduttori e giuristi linguisti delle istituzioni unionali, particolarmente esperti e capaci nel campo della traduzione tecnica e giuridica. Ma resta il fatto che il punto di partenza è un testo concepito in un’altra lingua e che il testo che leggiamo in Italia è frutto di traduzione. Il secondo caso è costituito da traduzioni forse ancor più mimetizzate, generalmente redatte da traduttori non professionisti; ne sono esempio molti articoli giornalistici, di politica estera, ma spesso anche di costume, che derivano dalla rielaborazione, più o meno profonda, di dispacci di agenzia o di articoli in lingua straniera.

Le cose non cambiano se dall’attualità passiamo alla classicità. Su cosa si basa l’accostamento al latino, o al greco, degli studenti liceali, potenzialmente la futura classe dirigente del Paese? Principalmente sulla traduzione, che, come ha scritto Franca Zanetti, «è lo strumento unico di studio dei testi antichi e il fine prevalente di ogni lettura».

 

Semplificazione, esplicitazione, normalizzazione, convergenza...

 

L’italiano delle traduzioni è, dunque, in diverse situazioni e a vari livelli, una componente importante del repertorio dei parlanti italiani, prima di tutto per quel che riguarda la ricezione passiva di testi scritti. Di conseguenza, l’italiano delle traduzioni può incidere sullo sviluppo dell’italiano. La questione non è da poco: viviamo tuttora in una fase di veloce movimento della norma dell’italiano, una lingua che solo da poco, nel bene e nel male, ha iniziato ad essere sottoposta liberamente alle spinte evolutive che caratterizzano le lingue. Queste tendenze possono essere quanto meno rallentate dall’ampia fruizione di traduzioni.

 

… e conservatorismo

 

Da anni (almeno dal 1996, anno di uscita del saggio di Baker citato in bibliografia), gli studi sulla traduzione partono dal presupposto che i traduttori siano guidati nel loro lavoro, chi più chi meno, da alcuni principi universali : semplificazione, esplicitazione, normalizzazione (o conservatorismo), convergenza. Di questi fattori, noti come universali traduttivi, il più interessante per noi è il penultimo, il conservatorismo. Spesso, infatti, si crede che le traduzioni siano il cavallo di Troia attraverso il quale si diffondono in un’altra lingua parole o costrutti estranei. Forse è quello che avviene con certe traduzioni invisibili, frutto di traduttori improvvisati e privi di un’adeguata formazione. Ma quando a tradurre sono traduttori preparati, allora no: le traduzioni costituiscono spesso un luogo di tutela della tradizione della lingua d’arrivo, alla quale i traduttori si conformano anche per quei fenomeni che nella lingua corrente hanno esiti innovativi. Basti pensare ai forestierismi: spesso, nelle traduzioni vere e proprie la loro presenza è più ridotta che nei testi prodotti originariamente in italiano: il traduttore si sente in obbligo di tradurre tutto quello che è traducibile, molto più di chi produce testi in italiano.

 

La forza dell'attrito

 

Non sono certo mancate evoluzioni che hanno trovato nuova linfa nelle traduzioni: per es. la perifrasi progressiva (il tipo sto andando), in continua espansione in italiano dal Cinquecento in poi, ha vissuto a partire dal secondo dopoguerra una vistosa impennata, legata al diffondersi di traduzioni di testi letterari e paraletterari dall’inglese. In questo campo è entrato in gioco quel fenomeno che va sotto il nome di attrito, in base al quale chi ha un’ampia esperienza in una o più lingue straniere tende a modificare la percezione della grammatica della propria lingua materna, generalizzando o amplificando la portata di regole presenti tanto in questa quanto nell’altra lingua, o nelle altre lingue che pratica. Nel caso della perifrasi progressiva, l’attrito ha permesso di rafforzare una tendenza evolutiva; in altri casi, invece, ha costituito un punto di resistenza rispetto a un processo evolutivo: ne è un esempio l’espressione del pronome soggetto, in particolare egli, che tende palesemente a scomparire nei testi italiani, ma che risulta, invece, usato con una certa frequenza dai traduttori.

 

D ebbo / devo,   il quale / la quale

 

Secondo l’importante studio di Ondelli e Viale sulle traduzioni presenti nei giornali, altri fenomeni di conservazione ricavabili dal confronto tra articoli originali e articoli tradotti sono la maggiore disponibilità per la variante conservatrice in coppie come debbo / devo, quella per il pronome relativo il quale / la quale, per il perfetto semplice, per il congiuntivo. Al contrario, le traduzioni risultano orientate verso l’innovazione, oltre che nella già citata perifrasi progressiva, nelle concordanze ad sensum o nella propensione per frasi lineari, brevi, sintatticamente poco complesse. A conclusioni analoghe è giunto, soprattutto per il lessico, Federico Condello a proposito delle traduzioni scolastiche dalle lingue classiche.

In generale, quindi, l’italiano tradotto contribuisce a conservare la norma tradizionale dell’italiano e a propagare un livello di lingua di tenore un po’ più alto rispetto ai corrispondenti testi scritti fin dall’inizio in italiano. Data la consistenza quantitativa dei testi tradotti che circolano, sia a livello scritto sia a livello orale, non è un elemento trascurabile per chi osserva l’evoluzione della norma in atto nella nostra lingua.

 

Bibliografia

Baker Mona, Corpus-based Translation Studies: the Challenges that Lie Ahead, in Terminology, LSP and Translation. Studies in Language Engineering in Honour of Juan C. Sager. Ed. by H. Somers, Amsterdam, J. Benjamin, 1996, pp. 175-186.

Cardinaletti Anna, Garzone Giuliana (a cura di), L’italiano delle traduzioni, Milano, Franco Angeli, 2005.

Condello Federico, Su qualche caratteristica e qualche effetto del «traduttese» classico, in Canfora Luciano, Cardinale Ugo, Disegnare il futuro con intelligenza antica. L’insegnamento del latino e del greco antico in Italia e nel mondo, Bologna, Il Mulino, 2012, pp. 423-441.

Ondelli Stefano, Viale Matteo, L’assetto dell’italiano delle traduzioni in un corpus giornalistico. Aspetti qualitativi e quantitativi, «Rivista Internazionale di Tecnica della Traduzione» 12, 2010, pp. 1-62.

Zanetti Franca, Aporie nella didattica delle lingue classiche nella scuola italiana, in Canfora Luciano, Cardinale Ugo, Disegnare il futuro con intelligenza antica. L’insegnamento del latino e del greco antico in Italia e nel mondo, Bologna, Il Mulino, 2012, pp. 403-422.

 

*Michele A. Cortelazzo (Padova, 1952), allievo di Gianfranco Folena, è professore ordinario per il settore “Linguistica italiana” all’Università di Padova. Ha insegnato anche nelle università di Saarbrücken, Innsbruck, Venezia, Trieste, Ferrara, Fiume. Il linguaggio amministrativo, quello giuridico e quello istituzionale sono stati, negli ultimi anni, i temi principali della sua ricerca: con Federica Pellegrino ha scritto una Guida alla scrittura istituzionale (Roma-Bari, Laterza, 2003) e con Chiara Di Benedetto e Matteo Viale ha coordinato la "traduzione in italiano" del manuale di "Istruzioni per le operazioni degli uffici elettorali di sezione" (Padova, Cleup, 2008). Fa parte della REI, Rete per l’eccellenza dell′italiano istituzionale, promossa dalla Direzione Generale della Traduzione della Commissione Europea (di cui presiede ora il Comitato scientifico). Ha curato con Arjuna Tuzzi il volume Messaggi dal Colle. I discorsi di fine anno dei presidenti della Repubblica, Venezia, Marsilio, 2007, e, con Francesca Gambarotto, Parole, economia, storia. I discorsi dei presidenti di Confindustria dal 1945 al 2011, Venezia, Marsilio, 2013.

 


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