29 ottobre 2015

Burocratese vs. eurocratese: meglio i giudici o i traduttori?

di Stefano Ondelli*

 

Se burocratese indica la lingua quasi incomprensibile dell’amministrazione pubblica in Italia, con eurocratese o euroletto si intende la corrispondente varietà di italiano prodotta dai tecnocrati dell’Unione europea. Oltre a condividere con il burocratese nazionale tutte le difficoltà dovute alla presenza di tecnicismi superflui e inutili complicazioni sintattiche, la versione europea sarebbe caratterizzata dall’aggravante dell’influenza esogena: si tratterebbe dunque di un italiano “artificiale” perché influenzato dal contatto con altre lingue, soprattutto tramite le traduzioni. Ma è proprio vero?

 

Materiali   e metodi

 

Per controllare se l’eurocratese sia effettivamente una versione corrotta del burocratese o se possa invece essere fonte di ispirazione in senso semplificatorio mi sono concentrato sulle sentenze perché si tratta di testi tradizionalmente considerati ostici anche se, almeno in teoria, poiché riguardano l’amministrazione della giustizia, dovrebbero essere compresi dai cittadini.   Ho dunque raccolto 132 sentenze di tutte le sezioni della Corte di Cassazione Civile (CASS) e 59 sentenze della Corte di Giustizia dell’Unione Europea (CGUE), emanate in via pregiudiziale, la cui origine era l’Italia e la lingua facente fede l’italiano. Questo significa che, anche se sono state tradotte dal francese (la lingua di lavoro della CGUE), i documenti preparatori erano in italiano e i destinatari erano italiani. I testi riguardano una grande varietà di argomenti e sono stati pubblicati tra il 2009 e il 2011.

 

I due corpora, di dimensioni analoghe (276.424 parole per CASS e 276.349 per CGUE), sono stati analizzati con il software Taltac2 alla ricerca di fenomeni che gli studiosi ritengono caratteristici dello stile dei giudici italiani ma che rendono complicata la lingua delle sentenze: l’uso particolare dei tempi verbali, l’inversione di soggetto e verbo, l’anteposizione dell’aggettivo al nome, l’anteposizione del participio passato e presente al nome, l’anteposizione dell’avverbio al verbo.

 

Risultati

 

Innanzitutto, con 14.202 parole diverse, i testi della CASS sono risultati più ricchi lessicalmente di quelli della CGUE (10.986); inoltre registrano più hapax (parole che compaiono una volta sola: 38,072% contro 35,654% della CGUE). Ciò significa che i giudici (e i traduttori) europei tendono a usare sempre le stesse espressioni e puntano a una maggiore standardizzazione.

 

Per quanto riguarda i tempi verbali, i giudici italiani ricercano un registro più elevato con il passato remoto (quasi 10 volte più frequente rispetto alla CGUE) e il gerundio (quasi il doppio); in particolare solo la CASS usa l’imperfetto (oltre 5 volte più frequente) in senso “narrativo”, cioè al posto di passato prossimo o remoto: dichiarava in quell’occasione R. che, essendo accidentalmente esploso un colpo di pistola, premeva “istintivamente” il grilletto della stessa.

 

L’inversione dell’ordine non marcato soggetto-verbo è frequente nei testi della CASS, praticamente inesistente nelle sentenze della CGUE. I giudici italiani antepongono i verbi di parola e pensiero o che designano azioni appartenenti al processo: i più frequenti sono osservare, rilevare, proporre, ricorrere, assumere e ritenere , come in proponeva appello l’attrice con atto di citazione. Il soggetto è quasi sempre uno dei partecipanti al rito ( giudice, tribunale , corte , ricorrente, resistente, parte e controparte ecc.) o, più raramente, una norma: osserva questa norma che il regime del demanio pubblico si estende ai diritti reali. Nei testi europei, invece, il fenomeno riguarda perlopiù verbi di parola in frase incidentale (così, rileva l’organo giurisdizionale, detto divieto assoluto si applica anche quando…), secondo uno stilema che non è esclusivo dell’italiano giuridico.

 

La distribuzione del numero di forme (cioè i diversi lemmi coinvolti) e occorrenze (cioè i numeri assoluti) relativa all’anteposizione al nome di aggettivi e participi presenti e passati è illustrata nei grafici 1 e 2.

 

 

Grafico 1 – Forme

Grafico 2 – Occorrenze

Grafico1

Grafico2

 

Nel dettaglio, i giudici italiani antepongono al nome aggettivi che servono a mettere a confronto concetti diversi (analoga obiezione, contraria opinione), a riferirsi alle questioni in discussione (la presente istanza, l’odierno dibattimento) o a dare un giudizio (contraddittoria ricostruzione, erronea applicazione), talvolta creando formule fisse come falsa applicazione, pubblica amministrazione, giusta causa. I giudici europei antepongono soprattutto presente, pubblico e relativo (le relative spese) e ricorrono a formule fisse tipicamente comunitarie come libera circolazione.

 

I participi presenti anteposti riguardano le azioni giuridiche delle parti in causa (gli appellanti coniugi = i coniugi che presentano appello) o una qualche valutazione della corte (rilevante decisione, competente Tribunale); per il resto, come nei pochi casi rilevati nelle sentenze della CGUE, i participi presenti anteposti servono a “mettere ordine” nel discorso del giudice (precedente, seguente, conseguente) e sarebbero difficilmente sostituibili da una frase relativa.

 

I participi passati anteposti riguardano le questioni in discussione (l’impugnata sentenza = la sentenza che è stata impugnata e su cui la CASS deve decidere) e qualche valutazione della corte (l’articolata esposizione, l’equilibrato giudizio), ma è interessante notare che i giudici italiani usano costantemente omesso e mancato per negare l’esistenza di qualcosa (omessa denuncia, mancato intervento). Nei testi della CGUE i participi preposti servono fondamentalmente a rendere più coeso il testo (detto, citato, siffatto, suddetto, summenzionato, succitato ecc.)

 

A differenza di quanto avviene nei testi redatti in Italia, le sentenze europee non presentano casi di inversione dell’avverbio al verbo (la Corte d'Appello espressamente ha affermato di poterne prescindere ) o del predicato nominale al verbo (controverso è sapere se la conclusione del giudice di merito… ).

 

Conclusioni

 

Riassumendo, nel confronto il corpus CASS registra una distribuzione più variegata dei tempi verbali e risulta più ricco non solo lessicalmente ma anche di strutture marcate, sia come quantità di forme coinvolte, sia come numero di occorrenze totali. La peculiarità delle sentenze della CGUE, invece, è data dalla frequente ripetizione di un numero ridotto di forme, dalla preoccupazione di mantenere coeso il testo e dalla scarsità di inversioni. Queste differenze potrebbero rispecchiare la nota tendenza della CGUE a una maggiore standardizzazione delle scelte redazionali, anche in vista della necessità di tradurre le sentenze nelle varie lingue ufficiali; tra l’altro, non possiamo escludere una certa influenza del francese, la lingua di partenza, sulla distribuzione dei tempi verbali come sull’ordine delle parole nelle traduzioni italiane.

 

Tuttavia, dato che le sentenze europee sono rivolte a giudici italiani, possiamo pensare che la parziale assenza dei fenomeni di cui ci siamo occupati non metta in pericolo la comprensibilità e la “tecnicità” della comunicazione tra operatori del diritto. Ma allora, al di là di preferenze meramente stilistiche, qual è la ragione di certe scelte redazionali da parte dei giudici estensori italiani? Trovare una risposta sarebbe importante perché i tratti che abbiamo considerato, come altri nei testi giuridici, contribuiscono alla difficoltà di lettura e quindi andrebbero considerati ai fini di un drafting più efficiente e razionale. E qui ci fermiamo, perché l’analisi linguistica può contribuire a evidenziare certi problemi ma sta naturalmente ai giuristi fornire soluzioni che tengano conto delle esigenze tecniche della loro disciplina.

 

Letture consigliate

Dell’Anna M. V., In nome del popolo italiano. Linguaggio giuridico e lingua della sentenza in Italia, Roma, Bonacci, 2013.

Mortara Garavelli B., Le parole e la giustizia. Divagazioni grammaticali e retoriche su testi giuridici italiani, Torino, Einaudi, 2001.

Ondelli S. , Inglese e ‘eurocratese’ , in Sullam Calimani A. V. (a cura di), Italiano e inglese a confronto: problemi di interferenza linguistica, Venezia. 12-13 aprile 2002, Firenze, Franco Cesati, 2003, pp. 177-195.

Ondelli S., Un genere testuale attraverso i confini nazionali: la sentenza, in Ondelli S. (a cura di), Realizzazioni testuali ibride in contesto europeo. Lingue dell’UE e lingue nazionali a confronto, Trieste, EUT, 2012, pp. 67-92.

Ondelli S., Ordine delle parole nell’italiano delle sentenze: alcune misurazioni su corpora elettronici , in Informatica e diritto , I/2014, Fascicolo monografico Diritto, linguaggio e tecnologie dell'informazione.

Rovere G. (2005) Capitoli di linguistica giuridica: ricerche su corpora elettronici, Alessandria, Edizioni dell’Orso, 2005.

 

*Stefano Ondelli è professore associato di Linguistica italiana presso il Dipartimento di studi giuridici, del linguaggio, dell’interpretazione e della traduzione dell’Università di Trieste. Si è occupato di didattica dell’italiano per stranieri, di italiano giuridico, dell’italiano di traduttori e interpreti, dell’italiano dei giornali e della moda. Tra le pubblicazioni principali: La lingua del diritto: proposta di classificazione di una varietà dell'italiano, Roma, Aracne editrice, 2007; La sentenza penale tra azione e narrazione, Padova CLEUP, 2012; Realizzazioni testuali ibride in contesto europeo. Lingue dell’UE e lingue nazionali a confronto, Trieste, EUT 2013 .

 


© Istituto della Enciclopedia Italiana - Riproduzione riservata

0