29 ottobre 2015

Egli batte lui: l’italiano delle traduzioni nei giornali

di Matteo Viale*

 

La pratica di proporre ai lettori dei quotidiani italiani articoli tradotti da altre lingue ha conosciuto negli ultimi decenni un’impennata, analogamente a quanto già da tempo avviene per altri settori dell’industria culturale, come la letteratura di consumo e la pubblicistica tecnico-scientifica, in cui le traduzioni rappresentano una quota consistente per quantità e rilevanza.

 

L'aumento degli editoriali tradotti

 

Alcune ricerche hanno evidenziato che, a partire dagli anni Duemila, nei quotidiani è aumentata in particolare la presenza di editoriali tradotti, articoli di commento scritti da opinionisti attivi presso testate giornalistiche straniere o in generale di personalità della cultura i cui scritti sono diffusi da agenzie specializzate. Come è facile immaginare, è l’inglese a prevalere tra i testi di partenza, anche se altre lingue europee sono rappresentate in modo significativo.

Dal punto di vista culturale, la lettura abituale di editoriali tradotti da altre lingue rappresenta certamente un aspetto positivo per un ampliamento dei punti di vista e la testimonianza di stili giornalistici diversi da quelli a cui i lettori dei quotidiani italiani sono abituati.

 

Conseguenze linguistiche

 

Il fenomeno non è però privo di conseguenze dal punto di vista strettamente linguistico, specie se si pensa che si tratta di traduzioni “seriali”, realizzate con tempi fortemente contingentati da traduttori professionisti.

Alcune domande appaiono quindi lecite. Il tipo di lingua italiana veicolata da questi editoriali tradotti è in qualche modo diversa rispetto agli articoli scritti originariamente in italiano? E, se vi sono differenze, la presenza massiccia e l’esposizione prolungata dei lettori a questi testi che portano tracce non visibili di altre lingue può in qualche modo influenzare il nostro sistema linguistico?

 

Interferenza e universali traduttivi

 

A queste domande la ricerca linguistica e gli studi sulla traduzione hanno cercato di dare risposte a partire da evidenze concrete. Tra le altre cose, si è cercato di mettere a confronto un ampio campione di editoriali tradotti con uno analogo di editoriali scritti originariamente in italiano per rilevare, anche dal punto di vista quantitativo, differenze che a prima vista rischiano di non essere colte. Si tratta di peculiarità linguistiche che non sono necessariamente causa di disturbo della ricezione e che riguardano, da un lato, l’effetto del contatto tra lingue (la cosiddetta “legge dell’interferenza”) e, dall’altro, l’impatto del processo di traduzione a prescindere dalla lingua di partenza (i cosiddetti “universali traduttivi”).

 

Stile brillante e stile ricercato

 

Un primo dato che colpisce è che gli editoriali tradotti sono mediamente più lunghi rispetto agli editoriali scritti direttamente in italiano, riflesso di un diverso stile giornalistico internazionale. Inoltre, anche se   la lunghezza media delle frasi è sostanzialmente la stessa, diversa risulta la distribuzione delle frasi in base alla lunghezza, effetto dei diversi stili giornalistici di partenza: ad esempio, le frasi con meno di 7 parole, tipiche di uno stile caustico e brillante, sono più frequenti negli editoriali scritti direttamente in italiano, mentre le frasi con più di 20 parole sono leggermente più frequenti negli editoriali tradotti, segno di una lingua giornalistica di partenza più ricercata.

 

Traducendo, si normalizza

 

Un primo settore in cui emergono particolarità dell'italiano usato nelle traduzioni è il lessico. Se si osservano alcuni particolari indici statistici, si nota che gli editoriali tradotti hanno una ricchezza lessicale (uso di parole diverse) inferiore rispetto agli editoriali scritti in italiano. Lo stesso vale per la percentuale di parole usate una sola volta, spia di un maggior appiattimento lessicale e frutto in parte della semplificazione connessa col processo di traduzione.

La traduzione ha effetti anche sulle parole straniere scritte direttamente in lingua straniera, paradossalmente meno numerose nei testi tradotti di quanto non avvenga nei testi scritti originariamente in italiano.

L’approccio del traduttore influenza anche altri aspetti. Il testo frutto di traduzione tende infatti a una lingua più convenzionale e conservatrice, che finisce col normalizzare anche peculiarità linguistiche presenti nella lingua originale del testo di partenza. Nel processo di traduzione di un editoriale si tende a una lingua standard, in cui, per limitarsi ad un esempio, la forma devo/devono è preferita alla più ricercata debbo/debbono, che fa spesso capolino negli editoriali scritti direttamente in italiano con lo scopo di elevare il registro del discorso.

 

La rivincita della tradizione

 

La maggiore normalizzazione dei testi frutto di traduzione emerge da alcuni dettagli significativi: negli editoriali tradotti, ad esempio, è maggiormente rispettato il suggerimento di lasciare invariati al plurale i termini stranieri entrati nell’uso; si nota inoltre la tendenza a seguire il principio di ricorrere alla d eufonica nelle congiunzioni (ed, ad) solo in presenza di parola che inizia con la stessa vocale. Il traduttore esperto, in forza di una maggiore consapevolezza linguistica, preferisce attenersi alla norma tradizionale o comunque a regole codificate anche là dove il parlante madrelingua mostra una maggiore variabilità di comportamenti.

La traduzione ha effetti anche sull’adesione a tratti grammaticali tradizionali, a scapito di tratti neostandard anche accettati: ad esempio, nella scelta tra il pronome personale egli (per molti versi ormai anomalo in registri non formali) e lui, i traduttori ricorrono al primo più spesso di quanto non facciano i giornalisti che scrivono direttamente in italiano.

 

Leggere in traduzione non è neutrale

 

Altre particolarità sono legate al fatto che i traduttori, specie per testi “consumati” in modo rapido come gli editoriali, tendono a ricalcare peculiarità linguistiche della lingua di partenza, riproducendo involontariamente sottili fenomeni di interferenza. Questa emerge soprattutto da alcune spie morfologiche: negli editoriali frutto di traduzione, i pronomi personali soggetto (come tu, egli, ecc.), facoltativi in italiano ma obbligatori in lingue come l’inglese, il francese o il tedesco, sono più presenti di quanto non avvenga negli articoli scritti direttamente in italiano da giornalisti madrelingua. Lo stesso avviene per aggettivi e pronomi possessivi e dimostrativi, più frequenti negli editoriali frutto di traduzione per via del fatto che le lingue di partenza tendono a farvi maggiormente ricorso e probabilmente anche per rendere più esplicito il testo.

Se da un lato è positivo il confronto con testi che documentano stili e culture diverse da quella in cui siamo immersi, dall’altro il lettore deve mostrarsi consapevole che il fatto di leggere un testo frutto di traduzione o direttamente scritto nella propria lingua non è un fatto neutrale, come i dati linguistici suggeriscono. A maggior ragione se si tiene conto che la lingua dei giornali – e degli editoriali in particolare – rappresenta sempre più per i parlanti un modello di lingua colta e formale.  

 

Letture consigliate

La ricerca più ampia al momento disponibile sull’italiano delle traduzioni nei giornali e di cui sono stati presentati i principali risultati è quella di Stefano Ondelli e Matteo Viale, L’assetto dell’italiano delle traduzioni in un corpus giornalistico. Aspetti qualitativi e quantitativi , «Rivista Italiana di Tecnica della traduzione», n. 12, 2010, pp. 1-62. Alcuni dati sul numero di articoli tradotti nei quotidiani italiani sono discussi da Stefano Ondelli, Per un’analisi dell’italiano tradotto nei quotidiani: considerazioni preliminari sulla costituzione di un corpus, «Rivista Italiana di Tecnica della traduzione», n. 10, 2008, pp. 81-99.

Un’introduzione al problema dell’italiano delle traduzioni nelle sue varie manifestazioni è rappresentata dalle raccolte di saggi L’italiano delle traduzioni, a cura Anna Cardinaletti e Giuliana Garzone Milano, Franco Angeli, 2005, e Lingua, mediazione linguistica e interferenza, a cura di Giuliana Garzone e Anna Cardinaletti, Milano, Franco Angeli, 2004.

 

* Matteo Viale è professore associato di Linguistica italiana all’Università di Bologna. Si interessa di lingue speciali dell’italiano (in particolare lingua della scienza e dell’amministrazione), di evoluzione del sistema grammaticale e di problemi legati all’educazione linguistica.

 


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