30 luglio 2009

Vivere è tradurre. Tradurre per vivere

di Giovanni Nadiani*

Più passa il tempo, più mi convinco che sia la traduzione a muoverci e a muovere il mondo. Non tanto per i circa 20 miliardi di dollari annui del mercato della intermediazione linguistica nelle sue varie ramificazioni (traduzione, interpretazione, localizzazione e internazionalizzazione), di cui il vertere letterario è soltanto un’infima goccia nell’oceano, quanto perché il nostro sforzo continuo di carpire ai giorni, all’esistenza e al circondario umano e geografico un qualche senso che ci costituisca passa attraverso la carne sfregiata, contaminata, ibridata, conflittuale delle lingue, intese proprio come strumenti di cui noi umani o pseudotali ci serviamo per comunicare, al di là di tutti gli altri contigui linguaggi di cui ci parla la semiotica, ed è, come la traduzione per Friedrich Schlegel, «sempre un compito indefinito e infinito». Per chi, come me, ha calcato timidamente i primi passi nella distanza verso il mondo avvicinandolo dapprima con un dialetto, per poi via via appropriarsene molto parzialmente con una lingua “ufficiale”, imparaticcia, scolastica – al pari dell’80% della popolazione mondiale plurilingue alla faccia delle veteroideologie monolinguistiche (uno stato, una nazione, una lingua), come chiunque può constatare facilmente scendendo in strada e origliando i primi “extra o non extracomunitari” che incrocia – il gesto di “tradurre” è una sorta di obbligo/missione naturale. Non ci sono alternative al tentativo di andare fisicamente (in ciò che si è, con suoni, mimica, gesti ecc.) incontro all’altro, pena il rinchiudersi in un’arrogante e sterile solitudine autarchica, peraltro impossibile, consapevoli che spesso l’incontro contempla lo scontro, e che, comunque vada, rimarrà sempre una sorta di incolmabile distanza tra chi si incontra, per la congenita insufficienza della nostra umanità e dei nostri limitati mezzi, linguistici, culturali, esperienziali.
 
Un “affettuoso conflitto permanente”
 
In questo, la traduzione di letteratura è sublime maestra: quanto di essa si sperimenta, si realizza come distanza dall’originale (Friedmar Apel) [http://lnx.gionni.net/].
È in questo contesto che, di pari passo con l’avvicinamento a una piccolissima porzione di mondo senza mai raggiungerla, si sviluppa in me la strategia, il bisogno della traduzione: cercare di travasare nel proprio piccolo questa scheggia d’universo faticosamente incontrato e con cui si rimane in un “affettuoso conflitto permanente”, simboleggiato e vissuto anche nei rapporti interpersonali privati, e d’altra parte provare a tradurre la minorità linguistica “sconfitta” da cui si proviene e di cui si continua a portare le stimmate attraverso il codice maggiore, la lingua cosiddetta nazionale.
Una strategia e un bisogno che si concentrano sull’espressività letteraria, poetica in particolare, anche in lingue minori o “ sconfitte ” [http://argaza.racine.ra.it/] (minorità nella minorità), quando come si è detto per vivere di traduzione bisogna tuffarsi nel grande mare della mediazione linguistica commerciale, tecnica, scientifica, tecnologica, soprattutto nella localizzazione-internazionalizzazione tra lingue imperiali (correntemente la “localizzazione” è il processo con cui un software o un sito web vengono tradotti da una lingua ad un’altra; il termine “internazionalizzazione” sta per lo più ad indicare gli accorgimenti che dovrebbero essere messi in pratica nel momento in cui si crea il prodotto o il documento che già si sa, o si suppone, verrà in seguito tradotto in altre lingue). Incontrando, a partire dalla metà degli anni Settanta, nelle letture e poi in prima persona in giro per l’Europa testi e autori che hanno segnato un cammino, si è alla ricerca di una modalità di condivisione del lavoro di traduzione nei vasti territori di provincia in cui si è ritornati negli anni Ottanta, ben lontani ancora dall’attuale connettività reticolare in tempo reale, e ad anni luce dai centri di potere editoriale.
 
Da Milano a Kansas City
 
Questa ricerca trova gradualmente uno sbocco nel progetto comune con lo scrittore e musicista Guido Leotta di una rivista («Tratti»), appoggiati da qualche altro “accolito” temporaneamente idealista, dalla cui costola nascerà l’editore Mobydick, e di innumerevoli iniziative secondo lo slogan da “Milano a Kansas City”, ribaltando il percorso bianciardiano facendone proprie alcune intuizioni [http://lnx.gionni.net/].
Come si sarà capito, non si vuole tradurre letteratura per farne un semplice mestiere, bensì far confluire nella passione sempre curiosa dell’incontro-scontro la voce dell’altro e la propria in un habitat espressivo comune, tentando una sintesi tra quelli che ho chiamato, in una prospettiva traduttologica che tenga conto anche delle imprescindibili innovazioni tecnologiche, rifacendomi al concetto di cultura come habitatdello studioso svedese Hannerz, habitat di stimolo(il vecchio testo/lingua/cultura di partenza) e habitat di reazione(testo/lingua/cultura d’arrivo). Per fare questo e fare di questo anche un artigianato scrittorio, Mobydick diventa la piattaforma ideale. Si possono così varare tantissimi progetti che altrove, per le costrizioni e le imposizioni tipiche del mercato editoriale, non avrebbero visto mai la luce: da un’antologia di poeti bassotedeschi a una di fiamminghi; da singoli poeti e narratori tedeschi, da classici minori ai contemporanei, al prosatore considerato il Joyce delle Fiandre (Pol Hoste), costatomi anni di lavoro; da uno dei maggiori poeti catalani, agli esponenti di generi letterari importanti (ad es. la prosa breve nelle sue varie declinazioni) ma assolutamente fuori mercato, perciò “impubblicabili”, fino alla resa traduttiva e adattamento di opere teatrali o, addirittura, di generi testuali nati con l’informatica e fruibili quasi esclusivamente in rete, come la letteratura digitale.
 
Da qualche parte attorno a un bicchiere
 
E, ogni volta, si cercava proprio anche l’incontro a quattr’occhi con l’altro/poeta/narratore/drammaturgo: da qualche parte attorno a un bicchiere, in un caffè di Anversa o di Amburgo, in una rambla di Barcellona, o in una vecchia e arrugginita roulotte situata a quattro passi dal Watt (la grande, mobile battigia) del mare del Nord, se non sotto un pergolato appenninico, oppure in un monastero svizzero (come m’è capitato, stavolta in veste di autore tradotto da una decina di colleghi) e sudare, scornandosi, su ogni singola lettera, nel tentativo di arrivare sull’onda del movimento del linguaggio individuato da Friedmar Apel a «un incontro di poetiche», in un’«adesione simpatetica, non tanto al testo finito e compiuto, quanto alla miriade di cellule emotive che lo hanno reso possibile. Come tentare di ripercorrerne la trama germinativa, con una fiducia che nessun linguista ammetterebbe, perché essa non precede soltanto il soggetto ma il linguaggio: l’esperienza di un sentire che è appunto la fiducia in un dono di “contagio” controllato, inoculato giorno per giorno, fino a interagire con le ragioni profonde del proprio fare» (Gianni D’Elia). Ma se questo è vero, la riflessione che, gradualmente ma sempre più fortemente, accompagna questo fare traduttivo, e che già alla fine degli anni Novanta assieme ad alcuni compagni di viaggio mi aveva portato a sfruttare la tecnologia per creare un forum scientifico e informativo sulle problematiche della traduzione con la messa online della rivista «InTRAlinea» [http://www.intralinea.it/], nel frattempo un preciso punto di riferimento internazionale per gli studi del settore, non può esimersi dal confrontarsi con ciò che la tecnologia oggi mette a disposizione anche del traduttore “minore”.
 
L’artigiano e il «ribaltatore di parole»
 
Se questa impostazione traduttiva “da contagio autoriale” in linea di principio può continuare a valere per determinati generi, come continua a valere la possibilità di tradurre testi impiegando solo carta e penna, essa dovrà comunque concedere sempre più il giusto, effettivo spazio teorico e pratico all’artigianalità del processo traduttivo. Questo deve di necessità comprendere anche il ruolo delle macchine e il loro contributo nell’accrescere qualitativamente tale artigianalità, perché – d’accordo che ci vuole arte, ma questa è soltanto la radice del termine – alla fin fine è pur sempre con concretissimo e fragilissimo materiale linguistico che si lavora. Con l’affinarsi degli strumenti informatici di indagine e il relativo impratichirsi di essi da parte del traduttore letterario-editoriale, un’analisi stilistica semi-automatica di tipo contrastivo, basata eventualmente sui corpora delle opere di un determinato autore e delle relative traduzioni in una data lingua (molto spesso ci troviamo di fronte, infatti, come succede per il doppiaggio cinematografico in cui è sempre uno stesso doppiatore a prestare la sua voce a un dato attore, a un traduttore che si fa voce sempre dello stesso autore), può aiutare non poco il «ribaltatore di parole» nel suo «battonaggio quotidiano» (Luciano Bianciardi), ad esempio, in fase di rilettura o di revisione della traduzione, nel prendere maggiore coscienza delle operazioni linguistiche svolte ovvero nell’identificare sue eventuali mancanze e, quindi, porvi rimedio, assistendolo nel compimento del suo pesante “standard di prestazione mensile”.
 
Verso un habitat d’umanità
 
Del resto, il traduttore in quanto tale è il primo, vero lettore critico dell’opera da tradursi e, dunque, sa cosa cercare, verificando quantitativamente le ipotesi e strategie di lavoro criticamente individuate e le concrete opzioni traduttive realizzate. Soltanto così facendo egli potrà suffragare la sua “poetica traduttiva”, tesa all’incontro con la “poetica autoriale”, con dati empiricamente verificabili, liberandola una volta per tutte dal persistente alone di inattingibile numinosità che poco ha a che fare con quell’artigianato della parola che, tutto sommato, resta la traduzione editoriale.
Ed è su questa linea che con carta, matita, penna stilografica e strumenti informatici di analisi linguistica si continua a tradurre se stessi verso un’inarrivabile ma imprescindibile habitat d’umanità.
 
*Giovanni Nadiani è nato nel 1954 a Cassanigo di Cotignola (RA) ed è docente presso l’Università di Bologna - Scuola Superiore di Lingue Moderne per Interpreti e Traduttori di Forlì. È autore di monografie, saggi e articoli dedicati alla teoria e pratica della traduzione. Ha curato e tradotto una trentina di volumi di opere di poeti e scrittori tedeschi, neerlandesi e di aree linguistiche minoritarie. A partire dal 1987 ha pubblicato per Mobydick diversi volumi di poesia, confluiti nell’antologia Feriae (Marsilio 1999), prosa, narrativa breve (del 2009 l’antologia Spiccioli) e “Kabarett”. Poeta dell’oralità, osserva la Romagna-Italia di oggi con un’ironia amara spesso comica basata sull’incontro scontro tra lingue e dialetto (la lingua da bar). In collaborazione con la band di blue-jazz Faxtet, ha realizzato cd poetico musicali, diventati spettacoli e portati in scena in numerose occasioni (tra questi, Romagna Garden – caBARet , Mobydick 2005; Best of e’ sech, Mobydick 2007). Del 2006 il CD S-cen/People – DialetCabaret (Bacchilega – Sette Sere). È co-fondatore e direttore responsabile delle riviste «Tratti» e «InTRAlinea».

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