Le Parole Valgono

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In un anno il nuovo esame di maturità non è diventato “vecchio”. Non è stato varato nessun provvedimento legislativo o applicata una qualche nuova circolare ministeriale per modificare, riverniciare, reintestare misure sulla scuola in ossequio a un eventuale mutamento del quadro politico e governativo. Nessun precoce invecchiamento fisio-patologico all’italiana, insomma, ma una radicale, profonda e anche dolorosa mutazione indotta da un fenomeno patogeno mondiale; una mutazione di cui non sappiamo ancora stabilire precisamente gli effetti e delineare gli sviluppi.

Attraversando le varie “fasi” predicate dal discorso istituzionale sull’emergenza (fase 1, fase 2, fase 3…), la pandemia come fenomeno biopolitico ha stravolto i tempi, i luoghi, le relazioni tra le componenti della scuola; ha innescato una serie di azioni e reazioni che sarebbe miope definire meramente “organizzative”; ha indotto la necessità di provocare fratture tra le persone e contemporaneamente di allestire protesi logistiche – fisiche e telematiche –, per tentare perlomeno di ridurle. I capisaldi del modello didattico sono venuti meno: la spia del fenomeno è la locuzione “a distanza”, divenuta la regola e l’etichetta di ogni interazione didattica tra docenti e allievi grandi e piccini.

Difficile dire quale prezzo si stia pagando e si pagherà in termini di sofferenza psichica, oltre che di difficoltà didattica, riversata nelle case trasformate in mini-aule scolastiche coatte. Certamente un prezzo oggi più salato per gli studenti della "scuola media superiore", visto il protrarsi del calendario scolastico fino all’"esame di maturità", comunemente scorciato in "maturità". Sì, la crisi della pandemia fa guardare quasi con affetto e nostalgia alla terminologia comune (ancora oggi, per la verità, in uso nella lingua parlata), per definire quelli che da qualche tempo si chiamano "esame di Stato di istruzione secondaria di secondo grado" o anche "esame di Stato del secondo ciclo". Ecco dieci parole o locuzioni che riguardano l’esame di Stato del secondo ciclo, atteso da 515.864 maturandi a partire dal 17 giugno.

Se pensate alla letteratura italiana (visto che siamo in tema di esami), vi ricorderete forse che si intotilava I colloqui la terza (1911) e più consapevole raccolta di versi del poeta Guido Gozzano («L’infanzia remotissima.... la scuola.... / la pubertà.... la giovinezza accesa....»). Ma il colloquio è oggi il preciso termine ministeriale che indica la parte orale dell’esame di Stato (sia nel 1° sia nel 2° ciclo). Nell’esame di Stato del 2° ciclo, «Il colloquio ha […] la finalità di sviluppare una interlocuzione coerente con il profilo di uscita, non perdendo di vista, anzi valorizzando, i nuclei fondanti delle discipline, i cui contenuti rappresentano la base fondamentale per l’acquisizione di saperi e competenze» (Precisazioni sulle modalità di svolgimento del colloquio, Nota prot. 788 del 6 maggio 2019, Miur)». Il colloquio, in tempi di di pandemia, è diventato lo strumento prevalente del dialogo tra insegnanti e allievi. Un colloquio dematerializzato che si trasformerà, dopo tre mesi di distanza forzata dall’edificio scolastico, in un colloquio in presenza, assoluto protagonista dell’esame di Stato, anche se partirà da un referto scritto (l’elaborato inviato dai candidati ai professori della materia d’indirizzo entro il 13 giugno). Non sarà tenuta nessuna delle due prove scritte (italiano e poi materie d’indirizzo), secondo quanto stabilito dall’ordinanza n. 10/2020 firmata a metà maggio dalla Ministra dell’Istruzione Lucia Azzolina. Cinque anni di scuola per un’ora di colloquio: da ricordarsene per tutta la vita!

Certificazione delle competenze: questa polirematica dal sapore fortemente tecnocratico riguarda il mondo degli studenti a partire dal 2010 (c’era chi richiedeva una certificazione delle competenze a proposito dei docenti, all’inizio degli anni Novanta del Novecento), quando si prese a legiferare in materia. I contenuti di riferimento sono stati ridefiniti e aggiornati attraverso modelli, linee guida, decreti che si sono succeduti fino a oggi, ma il nucleo concettuale di base resta il seguente: i docenti, a partire dalla primaria, fino ad arrivare al 2° ciclo, devono mettere nero su bianco – forti della loro interazione educativa con l’allievo – quale è il grado di acquisizione da parte dei discenti di determinate competenze, al fine di redigere un compiuto “profilo dello studente”. Che cosa sono le competenze? La scuola deve valutare non più soltanto le conoscenze (il sapere) e le abilità (il saper fare e l’applicare le regole), ma anche le competenze (che in molti, per anglomania provinciale, chiamano skills), vale a dire le capacità di orientamento autonomo e d’individuazione delle strategie per la soluzione dei problemi in contesti reali o verosimili.

Nel mondo dell’istruzione pubblica da qualche anno circolano sempre di più gli acronimi, concepiti per sveltire le comunicazioni tra gli addetti ai lavori e, di fatto, per complicare la comprensione ai non iniziati. Quest’anno, complice il cosiddetto lockdown (che l’Accademia della Crusca suggeriva di rendere con “confinamento”), ha assunto grande rilievo DAD, ovvero Didattica A Distanza (comportando di conseguenza la diffusione di VAD, Valutazione A Distanza). Il dibattito sui pregi e i limiti della DAD è stato spesso acceso. Nell’articolo La didattica dell’italiano ai tempi del distanziamento sociale, Roberta Cella e Matteo Viale hanno scritto: «Come spesso avviene quando si parla di scuola, il dibattito pubblico sulla didattica a distanza sembra polarizzato tra digital-entusiasti e digital-pessimisti: entrambe le posizioni sono spesso viziate dal dilettantismo e dalla scarsa informazione sulla reale natura dello strumento digitale», che «è e resta uno strumento, buono o cattivo a seconda dell’uso che se ne fa». Giuseppe Antonelli ricorda che «Gianni Rodari, di cui quest’anno si celebra il centenario della nascita, scriveva già nel lontano 1968: “le macchine renderanno l’insegnante, se possibile, più prezioso di prima”, perché “saranno il calamaio, la lavagna, magari la pagella di domani: non il maestro”» (da L’influenza delle parole, “I Solferini”, RCS, Milano 2020, pp. 108, p. 106).

Nel Vocabolario online della Treccani la prima accezione del lemma ansia suona così: «Stato di agitazione, di forte apprensione, dovuto a timore, incertezza, attesa di qualcosa: essere, stare in ansia per qualcuno, per qualche cosa; quando dopo tanto tempo l’ansia ti lascia te ne accorgi benissimo: è come scendere dai tacchi a spillo, e infilare le pantofole (Valeria Parrella)». Vi è anche un’accezione particolare: «Desiderio ardente e tormentoso: ansia di gloria; L’ansia d’un cor che indocile Serve, pensando al regno (Manzoni)». Sembra di poter dire che nei giovani l’ansia di gloria scolastica, quest’anno, sarà minoritaria rispetto all’ansia post-traumatica da stress: hanno senz’altro lasciato il segno tre/quattro mesi di confinamento domestico, socialità ridotta al lumicino, difficoltà nel gestire nuovi ritmi e modi di studio e nel relazionarsi con i docenti, senza dimenticare che la criticità è stata ancora più elevata nel caso di famiglie e di ragazzi in situazioni di disagio, che le condizioni di clausura obbligata hanno aggravato. Ma non va sottovalutata, mai, l’energia vitale che scorre nelle vene e batte nelle tempie dei giovani. Se deve nascere, come si sente dire, una “nuova normalità”, è nei giovani alle prese con questo difficile esame (di scuola e di vita) che bisognerà cercarne indizi probanti.

Va detto: da una ventina d’anni a questa parte ha preso piede una concezione della scuola intesa non tanto o non più come istituzione basilare della democrazia repubblicana, ma piuttosto come servizio da erogare. La scuola come banca che produce dati per la formazione dei futuri operatori dell’azienda-Italia? Questo riduzionismo economicistico sembra manifestarsi attraverso certe spie lessicali, come il termine credito (dicitura scorciata di credito scolastico), inteso come ‘quota parte di un punteggio maturato dallo studente, importante nella determinazione del voto finale dell’esame di Stato’. In questa accezione, la parola (dal 1997 in italiano) è un calco semantico dell’angloamericano credit. Col nuovo esame di Stato, per la determinazione del voto finale avrebbero contato (e, nell’esame di chiusura dello scorso anno scolastico, hanno contato) i crediti acquisiti dallo studente durante il trienno finale, da un minimo di 24 a un massimo di 40. Ma quest’anno, a causa della pandemia, il banco è saltato e si è deciso di assegnare al credito scolastico un valore massimo di 60 punti, di cui 18 per la classe terza, 20 per la quarta e 22 per la quinta.

La parola elaborato va integrata con la locuzione sulla materia d’indirizzo: si tratta del lavoro concordato con i docenti entro il 1° giugno e inviato da casa, via email, dagli studenti entro sabato 13 giugno. Per fare qualche esempio, l’elaborato degli studenti del classico verterà su greco/latino, quello degli studenti dello scientifico su matematica/fisica, mentre quello degli studenti dei licei musicali e coreutico sarà integrato, in sede di prova d’esame, da una performance individuale, a scelta del candidato, della durata massima di dieci minuti – sempre che siano rispettate le condizioni di sicurezza –. Insomma, l’elaborato costituisce l’unica trasposizione di forma esclusivamente o parzialmente scritta nell’àmbito dell’esame di Stato. Si tratta di un compito scolastico fatto a casa. Denominazione di sapore aulico-tecnicizzante che entra nella scuola sul cadere dell’Ottocento, elaborato ha per etimo il verbo latino elaborare, cioè ‘lavorare con applicazione e diligenza’ e, ancor più in profondità, sta il sostantivo labor, vale a dire ‘fatica’. Quest’anno, per tutte le ragazze e i ragazzi delle quinte classi, è più che mai appropriato parlare di labor a proposito dello speciale impegno intellettivo e mentale che è stato necessario per arrivare fin qui.

Il termine, che brilla per indeterminatezza e provvisorietà e forse per questo è tristemente adatto a esprimere lo spirito dei tempi, è così contestualizzato nell’ordinanza ministeriale di metà maggio: «La sottocommissione provvede alla predisposizione dei materiali di cui all’articolo 17 comma 1, lettera c) prima di ogni giornata di colloquio, per i relativi candidati. Il materiale è costituito da un testo, un documento, un’esperienza, un progetto, un problema ed è finalizzato a favorire la trattazione dei nodi concettuali caratterizzanti le diverse discipline e del loro rapporto interdisciplinare […]». In sostanza, i materiali sono al centro della terza parte dell’esame. La prima parte è costituita dalla discussione dell’elaborato sulla materia d’indirizzo (matematica/fisica per lo scientifico; greco/latino per il classico, ecc.), cioè il lavoro concordato con i docenti entro il 1° giugno e inviato da casa, via email, dai candidati entro sabato 13 giugno. La seconda parte, una sorta di succedaneo dello scritto d’italiano, prevede che al candidato venga sottoposto un testo (un brano narrativo, una poesia, un saggio) studiato durante l’ultimo anno scolastico. La terza parte fa evaporare le famose tre buste da cui il candidato avrebbe dovuto pescare in sorte. In pratica, “testo”, “documento”, “esperienza”, “progetto”, “problema” sono già stati stabiliti in precedenza dalla sottocommissione e permettono ai commissari di proporre uno spunto di discussione per le connessioni interdisciplinari richieste ai maturandi.

Un pizzico di poesia resta in questa parola che gli universitari conoscono da tempo (110 e lode) e chi fece le elementari e le medie non può dimenticare (10 e lode): la parola, infatti, condivide l’etimo latino laude(m) (propriamente ‘elogio’) con le laudi (la seconda parte della liturgia delle ore) e, attraverso queste ultime, con la lauda (la composizione poetica di argomento religioso caratteristica della letteratura italiana medievale). La votazione finale dell’esame di Stato del 2° ciclo prevede la possibilità della concessione della lode da parte della commissione, in aggiunta ovviamente al massimo punteggio di 100. Quale maturando può meritarla? Per l’anno scolastico 2018-2019 c’è stato bisogno di una media superiore al 9 durante il triennio e del massimo punteggio in tutte le prove dell’esame di Stato. Ai maturati con lode il ministro dell'Istruzione ha riconosciuto un premio in denaro di 255 euro ciascuno. Quest’anno, vista la struttura diversa dell’esame e il diverso conteggio dei crediti, la lode potrà essere attribuita a coloro che raggiungono il punteggio massimo di 100 senza fruire dell’integrazione di 5 punti (come l’anno scorso) ma gli studenti dovranno aver conseguito il credito scolastico massimo (60 punti e non più 40) con voto unanime del consiglio di classe e dovranno prendere il punteggio massimo di 40 punti previsto alla prova d’esame, tutta orale.

Aggettivo (gli allievi maturandi della V C) e, più spesso, sostantivo, questo vocabolo (attestato per la prima volta nell’italiano scritto nel 1931) significa ‘che, chi deve sostenere o sta sostenendo l’esame di maturità’. Maturando rimanda quindi al “prima”, agli ordinamenti ministeriali di un tempo, di cui è però impregnata la memoria di più generazioni. Tanto ne è impregnata, che si perpetua l’uso della parola. Ricordiamo che la locuzione esame di maturità è attestata per la prima volta nella lingua scritta nel 1868 e l’ellissi maturità dalla metà degli anni Sessanta del Novecento. Alla griglia di partenza, il 17 giugno 2020, i maturandi sono registrati in 515.864, inclusi i 17.000 privatisti che dal 10 luglio svolgeranno la prova preliminare prima di essere nuovamente convocati per la sessione suppletiva di settembre. C’era e c’è qualcosa di naturale e insieme di cólto, nella parola maturando, che unisce l’idea del frutto intellettuale e umano che è sul punto di essere spiccato, al termine di un lungo processo, con l’idea della cultura che è insita nell’origine così classicamente latina del termine: coltura e cultura, radicalmente connesse nel momento della maturazione che va a compiersi. “Candidato all’esame di Stato” è l’attuale corrispettivo di maturando: formalmente ineccepibile, perde in fragranza e densità.

L’etimo è splendidamente asseverativo: da securitatem latino passiamo alla base securum e scopriamo che securum è ciò che è se(d) cura, cioè ‘senza affanno’, ‘senza preoccupazione’. Ed eccoci al punto: l’esame di Stato deve svolgersi in sicurezza, rispettando regole e misure coattive/protettive (aule igienizzate e ben aerate, percorsi predefiniti in entrata e uscita, distanziamento interpersonale di due metri, uso della mascherina – 550mila mascherine per studenti, docenti, personale ATA –, ecc.), mostrando che tornare a scuola, a giugno ma poi soprattutto a settembre, non solo si deve, ma si può, whatever it takes, come direbbe Mario Draghi: “costi quel che costi” significa anche l’impiego dei 39,2 milioni di euro stanziati dal cosiddetto Decreto Rilancio per consentire la realizzazione dell’esame scolastico di Stato. Quindi, la scuola ai tempi dell’esame in stato di emergenza si presenta come il tentativo di conciliare l’attuazione del diritto allo studio con l’assicurazione della tutela della salute pubblica: un esame nell’esame, che investe tutti, dal governo, a partire dalla lettera A di Azzolina, fino all’ultimo dei maturandi in ordine alfabetico, Zuzzi (exemplum fictum). E tutto questo sarà fatto “senza affanno, senza preoccupazione”, sed cura? È un paradosso, che speriamo sia fertile di risultati. Ammessi tutti quanti d’ufficio all’esame di Stato, i maturandi probabilmente beneficeranno di un trattamento favorevole, che sarebbe però ingeneroso definire “di favore”, viste le condizioni in cui si sono trovati a vivere e a studiare mezzo milione di ragazze e ragazzi negli ultimi quattro mesi.

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