Le Parole Valgono

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Il rapporto di Dante con i regulati poetae (cfr. DVE 2.6.7) è fin dal principio all’insegna dell’autonomia espressiva, lungi da quella pedissequa imitazione di generi e testi classici che tanta parte avrà nei circoli umanistici; né può essere paragonato alla lettura moderna dei classici, tesa a ricostruirne il senso originario all’interno del contesto comunicativo del loro tempo. Si tratta invece di un riuso creativo, tutto piegato ad esigenze artistiche (ma anche filosofiche, teologiche e politiche). Non a caso nella Vita nova (25.9), per giustificare i dialoghi con Amore, si citano come esempi di prosopopea Virgilio (Aen. 1.76-77, 3.94), Lucano (Phars. 1.44), Orazio (Ars poet. 359), Ovidio (Rem. Am. 2): canone che sarà ripreso nella «bella scola» del Limbo (If 4.94), sotto l’alto patrocinio di Omero, i cui versi Dante poteva conoscere solo attraverso le traduzioni latine.

Ne l'altra piccioletta luce ride quello avvocato de' tempi cristiani del cui latino Augustin si provide. (Paradiso X, 118-120)

L'autore degli Historiarum adversus paganos libri VII (nato a Tarragona, Spagna, verso la fine del sec. IV, e morto in data sconosciuta nell'Africa del nord), opera che abbraccia il periodo dalla creazione del mondo al 417 d.C., scritta su suggerimento di s. Agostino e a lui dedicata (" ex te ad te redit ", Hist. Prol. I 8), riteneva la storia dell'umanità dominata dall'intervento della Provvidenza (II III 5) e nello svolgimento dei fatti intravvedeva il compiersi del disegno divino, che doveva tradursi nella realizzazione dell'impero universale sotto la guida di Roma: una concezione, questa, che, col carattere di centralità assegnato ai destini di Roma, era destinata a trovare vasta eco nel grandioso disegno dantesco della monarchia universale.

Dante mostra di avere altissima stima del latino di Orosio in VE II VI 7, dov'egli l'include nel canone degli autori latini da prendere a modello di stile, proprio in un passo che contiene un'idea centrale per la sua teoria linguistica, in quanto Dante si propone d'indicare agli altri e a sé stesso la via attraverso la quale il volgare può acquistare altezza e nobiltà espressive. Per Dante la lingua del poeta dev'essere modellata su quella dei poeti latini e deve perseguire un costrutto d'arte che rispecchi le leggi tradizionali della poetica e della retorica latina. Egli sembra suggerire (così è da intendere l'espressione et fortassis utilissimum foret... vidisse) che si può trarre grandissima utilità dallo studio di quelli che sono ritenuti i più perfetti poeti e prosatori latini e che egli indica a modello per chi voglia acquistare un determinato abito mentale (ad illam habituandam): tra coloro qui usi sunt altissimas prosas vi è Orosio.

Il nome dello scrittore latino ricorre altre sei volte nel corpus dantesco. In Cv III XI 3 Dante lo chiama a testimone per indicare l'intervallo di tempo che corre tra la fondazione di Roma sino a Cesare Augusto, che fu [sette]cento cinquanta anni [innanzi], poco dal più al meno, che 'l Salvatore venisse. Per questo calcolo Dante si sarà basato più che su Hist. IV XII 9 (" per annos prope septingentos, id est ab Hostilio Tullo usque ad Caesarem Augustum, una tantummodo aestate Romana sanguinem viscera non sudarunt "), come nota il Toynbee (Dante Obligations to O., p. 387), su Hist. VII III 1(" Igitur anno ab Urbe condita DCCLII natus est Christus salutarem mundo adferens fidem "), che spiega bene sia il dantesco quasi dal principio de la costituzione di Roma (" ab Urbe condita "), sia la precisazione poco dal più al meno, determinata dall'indicazione di Orosio (" anno... DCCLII "), e giustifica così la correzione del Moore.

 

Immagine: Battesimo di Cristo, mosaico sul soffitto del Battistero degli Ariani a Ravenna (prima metà del VI secolo) (via Wikimedia Commons © José Luiz Bernardes Ribeiro)

L’una è quando sanza ragionare di sé grande infamia o pericolo non si può cessare; e allora si concede, per la ragione che de li due sentieri prendere lo men reo è quasi prendere un buono. E questa necessitate mosse Boezio di sé medesimo a parlare, acciò che sotto pretesto di consolazione escusasse la perpetuale infamia del suo essilio, mostrando quello essere ingiusto, poi che altro escusatore non si levava. (Convivio II, II, 13)

Filosofo e letterato romano, discendente dalla nobile gente Anicia, vissuto fra il V e il VI secolo durante la dominazione ostrogota in Italia. Boezio esercitò una suggestione notevolissima sulla fuimazione e sull'opera dantesca, e a ciò non dovette essere estraneo l'insegnamento di Brunetto Latini, che mostra di aver avuto presente Boezio nelle sue opere enciclopediche. Non solo, infatti, per dichiarazione dello stesso poeta (cfr. Cv II XIII 2, XV 1) il testo del filosofo romano fu uno degli stimoli più efficaci a maturare in lui la vocazione del pensatore, e si pone quindi alle origini dell'approfondimento dottrinale della sua poesia, ma la figura del dotto costretto a un doloroso esilio, in preda a una crisi profonda e capace di trarre da questa crisi l'incentivo a comporre un grande messaggio per alleviare la propria pena e correggere l'altrui errore, divenne agli occhi del poeta fiorentino un grande esempio, ed egli quasi si specchiò in lui. Certo è che nella Commedia il ricordo di Boezio è legato alla sventura che aveva coronato la sua vita. Ché se nel Convivio, dove più frequente appare espressamente citato il filosofo, questi è chiamato una volta lo Savio per antonomasia (IV XIII 12), e nell'Inferno, dove secondo taluno Francesca indica il filosofo come 'l tuo dottore (V 123), il poeta ha presente proprio una sua massima (Cons. phil. II pr. IV 2; If V 121-122), in Pd X 124-129 Boezio è incluso fra i sapienti del cielo del Sole e ricordato per aver dimostrata la fallacia del mondo, mentre si dice che la sua anima da martiro / e da essilio venne a questa pace.

La prima espressa citazione di Boezio che s'incontri in Dante nasce appunto dall'intento di proporre la propria opera nei termini di quella boeziana: come Boezio, infatti, nel Convivio Dante ha inteso parlare in sua difesa, convinto che non possa apparire presunzione l'aver parlato di sé, perché anche l'antico filosofo scrisse in sua difesa acciò che sotto pretesto di consolazione escusasse la perpetuale infamia del suo essilio, mostrando quello essere ingiusto, poi che altro escusatore non si levava (Cv I II 13; cfr. Cons. phil. I pr. IV 20 ss., e partic. 46 "insontes autem non modo securitate, verum ipsa etiam defensione privatos").

 

Immagine: Iniziale raffigurante Boezio che insegna ai suoi studenti, MS Hunter 374 (V.1.11), Glasgow University library, folio 4r (Italia ?, 1385) (via Wikimedia Commons, Source/Photographer http://special.lib.gla.ac.uk/exhibns/treasures/boethius.html)

Contra questi cotali grida Tullio nel principio d'un suo libro che si chiama Libro di Fine de' Beni, però che al suo tempo biasimavano lo latino romano e commendavano la gramatica greca per simiglianti cagioni che questi fanno vile lo parlare italico e prezioso quello di Provenza. (Convivio II, XI, 14)

Vale per Cicerone quello che si può dire in genere della cultura classica di Dante: il suo modo di leggere i testi non è quello di chi fa di questa lettura un fine, per penetrare il senso di quelli inquadrandoli nel loro tempo, ma è naturalmente quello, tutto medievale, di chi vuole trasferire i testi nel proprio tempo, e farne un mezzo per esprimere esigenze proprie e della propria cultura. Non diversamente, del resto, si serviva di Omero Cicerone stesso, non diversamente gli scrittori cristiani cercavano nei classici affermazioni, valide, o comunque adattabili da inquadrare nella loro etica e nella loro dottrina. D'altra parte interpretare un testo in servigio della propria tesi, piegarlo a particolari esigenze dialettiche, condurlo nell'alveo di nuove credenze, significa prendere atto che la cultura del passato rappresenta una realtà storica da cui non si può prescindere. Il problema che si pone a chi confronti un passo citato o interpretato da D. con l'interpretazione che egli ne dà, implica una trama di valutazioni che reciprocamente condizionano il testo dantesco e la fortuna dell'autore utilizzato.

Cicerone è per Dante il maestro di filosofia e di retorica, mentre il Cicerone stilista è una scoperta del così detto Preumanesimo (Schiaffini, Tradizione e poesia, Genova 19432, 131 ss.): fra gli autori qui usi sunt altissimas prosas (VE II VI 7) Dante pone Livio, Plinio (s'intende, Plinio il Vecchio), Frontino, Paolo Orosio, ma non nomina Cicerone. Anzi su circa sessanta fra citazioni e allusioni ciceroniane riscontrate in Dante dal Moore, solo due o tre risultano tratte dalle opere retoriche, una forse dalla terza catilinaria, tutte le altre dalle opere filosofiche, la maggior parte dal De Officiis, dal De Senectute, dal De Finibus; segue il De Amicitia, che Dante stesso ricorda (Cv II XII 3 ss., XV 1) come l'opera che, accanto al De Consolatione di Boezio, più lo ha spinto allo studio della filosofia. In Mn I I 14 Dante afferma che nessuno oserebbe più prendere le difese della vecchiaia dopo l'apologia che ne ha fatto Cicerone, come nessuno oserebbe cimentarsi nei temi trattati da Euclide e da Aristotele. Ma la più significativa di queste testimonianze è in quello che Dante dice del De Amicitia, che leggendo le parole con cui Lelio si consola per la perdita dell'amico, l'Africano Minore, ne trasse il farmaco della filosofia al suo dolore per la morte di Beatrice, sì come ne la Vita Nuova si può vedere (Cv II XII 4). Il senso di queste parole ha ben chiarito Dante De Robertis (Il libro della Vita nuova, Firenze 1961, 21 ss., 93 ss.): per Cicerone l'amicizia non può essere senza virtù, né altro che fra persone virtuose; è un incontro di anime parimenti degne di essere amate, un incontro cercato disinteressatamente, che è fine a sé stesso: questo concetto Dante trasferisce nella Vita Nuova all'amore sublimato nel ricordo delle virtù di Beatrice, come l'amicizia di Lelio si esalta nel ricordo di ciò che fu l'Africano. Anche se in Dante il concetto prende nuova luce dall'esperienza cristiana, più di uno spunto si può far risalire al De Amicitia, conosciuto non solo per diretta lettura ma anche attraverso la divulgazione scolastica (numerose citazioni sono già nel Tresor di B. Latini). Nel cap. XVIII della Vita Nuova domina il tema che l'amore ha in sé il suo premio, la sua esaltante dolcezza: è motivo già centrale per l'amicizia in Cicerone, ed è filtrato in Dante attraverso la cultura medievale e reso sempre attuale: ché la caritas cristiana è, altrettanto quanto la caritas ciceroniana, condizionata e resa perfetta da una propensione verso l'oggetto amato che non insegue l'utile o il piacere, ma conferisce essa alla vita il suo piacere e la sua gioia.

 

Immagine: François Perrier, La morte di Cicerone, olio su tela, 1635 circa, Schloss Bad Homburg vor der Höhe, Germania (via François Perrier, Public domain, attraverso Wikimedia Commons)

E però dice Stazio, lo dolce poeta, nel primo de la Tebana Istoria, che quando Adrasto, rege de li Argi, vide Polinice coverto d’un cuoio di leone, e vide Tideo coverto d’un cuoio di porco selvatico, e ricordossi del risponso che Apollo dato avea per le sue figlie, che esso divenne stupido; e però più reverente e più disideroso di sapere. (Convivio IV. XXV, 6)

Dante ricorda Stazio già in Cv IV XXV 6 come lo dolce poeta. Si sarebbe tentati di pensare che così definendolo egli alludesse alle Silvae. Ma del poeta egli ignorava proprio quest'opera, che fra l'altro gli avrebbe evitato l'errore di fargli dire (Pg XXI 89) che, tolosano, a sé mi trasse Roma, confondendolo cioè, sulle orme di s. Girolamo e di Fulgenzio, col contemporaneo retore L. Stazio Ursulo (v.) di Tolosa; ché in Silv. III 5 Stazio palesa chiaramente alla moglie, restia a lasciare Roma, la sua origine napoletana, celebrando le bellezze della sua terra (la tesi dello Zingarelli e del Pézard, rinfrescata da A. Greco, Lect. Scaligera II 852-853, in base agli studi di Guido Billanovich documentanti la conoscenza delle Silvae da parte di Lovato dei Lovati, che cioè a Dante fosse giunta conoscenza delle Silvae, poggia su troppo fragili basi).

Di quello che definisce dolce poeta e che tale avrebbe potuto esser ritenuto solo grazie alle Silvae, Dante mostra di conoscere a fondo solo ciò che il Medioevo conosceva sicuramente, e cioè la Tebaide e l'Achilleide; perciò poi del dolce poeta, come vedremo, egli ricorda o i principali personaggi o scene di pomposa o addirittura macabra magniloquenza, come quella di Anfiarao, quella di Capaneo e quella di Tideo e Melanippo. La denominazione deriva dunque, com'è stato universalmente riconosciuto (cfr. P. Mustard, D. and Statius, in " Modern Language Notes " XXXIX [1924] 120; P. Chistoni, La seconda fase del pensiero dantesco: periodo degli studi sui classici, ecc., Livorno 1903, 131; E. Moore, Studies in D., I, Oxford 1896, 256), da Giov. VII 82-86 " curritur ad vocem iucundam et carmen amicae / Thebaidos, laetam cum fecit Statius urbem / promisitque diem: tanta dulcedine captos / adficit ille animos tantaque libidine volgi / auditur " (Tanto fu dolce mio vocale spirto, Pg XXI 88). E che questa fosse la fonte ispiratrice di Dante lo conferma Pg XXII, in cui i vv. 55-56 (Or quando tu cantasti le crude armi / de la doppia trestizia di Giocasta) palesano il tragico tono che Dante doveva per forza riscontrare nella Tebaide, e i vv. 13-15 ci presentano un Giovenale attaccato alla memoria di Stazio e rivelante a Virgilio l'adorazione che questi aveva per lui.

Stazio evidentemente era considerato da Dante uno dei maggiori poeti latini, tant'è vero che negli ultimi canti del Purgatorio, dove compare come anima purgante che ha terminato l'espiazione nel girone degli avari e prodighi, egli finisce per assumere la funzione di trapasso da Virgilio a Beatrice, al punto che nel canto XXV gli si affida l'arduo compito d'istruire Dante sul problema della formazione dell'anima e dei suoi rapporti col corpo. È proprio Virgilio a invitare Stazio a sostituirsi a lui nell'addottrinamento di Dante, quasi a sottolineare la propria inferiorità, già manifestatasi col lapsus di aver ritenuto S. espiante come avaro: ecco qui Stazio; e io lui chiamo e prego / che sia or sanator de le tue piage (v. 29).

 

Immagine: Teti, Achille e le sorelle di Licomede, miniatura da un manoscritto della Tebaide e l'Achilleide, Burney 257, f.230, 1400 circa, British Library, Londra

 
"Or se’ tu quel Virgilio e quella fonte che spandi di parlar sì largo fiume?" (Inferno I, 79-80)

Quando Virgilio appare nel I canto della Commedia gli elementi base della rappresentazione dantesca sono tutti sulla scena: il personaggio che vive la vicenda (e che, insieme, a distanza la rievoca e narra), la selva, la diritta via abbandonata, il colle luminoso, il pianeta / che mena dritto altrui per ogne calle, le fiere; ognuno con la sua carica espressiva ben equilibrata sul doppio sostegno letterale e parabolico. L'intervento di V. si verifica al termine di una prima vana tensione alla salvezza: Mentre ch'i' rovinava in basso loco, / dinanzi a li occhi mi si fu offerto / chi per lungo silenzio parea fioco (vv. 61-63).

Il secolare travaglio interpretativo dedicato al verso finale della terzina documenta l'importanza che i critici hanno sempre attribuito a questo primissimo connotato del ritratto virgiliano. Ma venga il senso proprio della fiocaggine e quindi del silenzio trasferito nella sfera dei fenomeni auditivi o in quella dei fenomeni visivi, si ha la tendenza a richiamare in primo piano i valori traslati (l'evanescenza di chi è morto da più di un millennio, la voce della poesia latina, debole agli orecchi dei lettori trecenteschi per aver tanto a lungo taciuto) come quelli allegorici (lo stento della ragione a farsi udire da chi è disabituato ad ascoltarne i consigli), mentre il corretto metodo esegetico fissato in Cv II I 8-11 assegna perentoriamente la precedenza all'intendimento letterario, propedeutico agli altri significati. Per tal ragione il verso potrebbe soltanto intonarsi, come pure è stato suggerito, all'apparizione di un abitatore dell'oltretomba: D. affronta qui per la prima volta il problema di rappresentare sostanze puramente spirituali, quando la dottrina del corpo aereo non è forse ancora ben chiara nella sua mente. Disegna dunque, quasi con timore di riuscire troppo realistico, un abbozzo corporeo, sfumandone i contorni, donde il successivo qual che tu sii, od ombra od omo certo; V. è fioco come immagine che torni alla memoria dopo un lungo intervallo di oblio e stenti a prender consistenza. Il problema si ripresenterà nel III del Paradiso a proposito degli spiriti beati che, almeno sino all'Empireo, non posseggono apparenze corporee e sarà in un primo tempo risolto con un uguale ricorso a forme labili.

Del resto, fermandoci ancora per un momento al rapporto lettera-allegoria, anche Stazio, apparso come ombra innominata, trapasserà al ruolo di mediatore tra Virgilio e Beatrice solo dopo essersi presentato con dovizia di particolari biografici. Non diversamente l'ultima guida, per qualche terzina un sene (Pd XXXI 59), un santo sene (v. 94), disvelerà quasi contemporaneamente la sua identità e la sua missione.

Nella Commedia la storia di Virgilio comincia dal ricordo di ciò che egli fu come omo, cioè da un richiamo a nitidi fatti istoriali, impropriamente apparsi talora superflui ed estranei alla logica poetica del proemio. In questo richiamo più che le qualifiche anagrafiche, pur interessanti per certe future ripercussioni (in particolare la nascita lombarda dei parenti, If I 68), prendono rilievo, diremmo, notazioni di cronologia religiosa (nel tempo de li dèi falsi e bugiardi) e giudizi moraleggianti (poi che 'l superbo Ilïón fu combusto); ma soprattutto si afferma il fatto fondamentale che Virgilio fu poeta e cantore di Enea. Sul volume (v. 84) di lui, amato e studiato, fanno perno le tre terzine che Dante dedica con accento riverente al maestro e autore (con necessario rimando a Cv IV VI 4 e 5), fonte copiosa del parlar poetico, onore e lume degli altri rimatori.

 

Immagine: Affresco, Casa Massimo - Stanza di Dante (via Sailko, CC BY 3.0 <https://creativecommons.org/licenses/by/3.0>, via Wikimedia Commons)

[...] sì come dice Orazio nel principio de la Poetria quando dice: «Molti vocabuli rinasceranno che già caddero». (Convivio, II, XIII, 10)

Poeta latino (Venosa 65 a.C. - Roma 8 d.C.). La fortuna nel Medioevo feudale di Orazio satiro (autore dei Sermones e delle Epistulae) e teorizzatore di poetica (Ars) fa contrasto alla dimenticanza quasi generale di Orazio ‛ lirico ' (Carmina, Epodoe). L'ideologia estetica dominante delle società feudali dell'alto Medioevo escluse, com'è noto, l'arte in quanto rappresentazione del reale e si limitò a sfruttare gli autori classici per i sensus ideali (allegorico, morale, anagogico: così da Boezio in poi, in tutti gli accessus, come pure in Cv II I 2-7 e nell'accessus di Ep XIII 20-22) che volle ricavarne a servizio della persuasione culturale e religiosa.

I lirici latini (e non solo Orazio, ma anche Catullo, Tibullo e Properzio) sono di conseguenza noti soltanto per il tramite dei Florilegi del Tardo-Antico che li avevano raccolti, e sempre comunque come dicta morali e flores retorici. Il culto dei satirici Orazio, Persio e Giovenale si rinnova invece, specialmente a partire dalla sistemazione culturale carolingia e poi nell'aetas che Traube volle chiamare Horatiana, con interesse sempre crescente per i ‛ caratteri ' morali ampiamenti delineati in tutta la letteratura satirica romana; ma anche e soprattutto per le possibilità di utilizzazione che offrivano i miti epicurei, cinici e stoici che vi erano trattati, quali il mito del disinteresse per la vita sociale, il mito della superiorità del saggio sul ricco o quello della rinuncia alle voluptates. Maestro e autore di questa morale, che è la morale di contenimento del sistema agrario feudale, fu considerato anche Orazio satiro, mistificandone ovviamente il significato reale. Orazio satiro è quindi classificato fra le letture d'obbligo della scuola medievale, insieme con Giovenale e Persio, nel sec. X da Gerberto d'Aurillac e nell'XI nell'Ars lectoria di Aimeric di Gastinaux. " Etico " e " satirico " lo presenta nel Registrum multorum auctorum Ugo di Trimberg che pure non dà importanza, come tutti gli altri, all'Orazio lirico (Reg. 66-73 " sequitur Horatius prudens et discretus, / viciorum emulus, firmus et mansuetus; / qui tres libros eciam fecit principales / duosque dictaverat minus usuales, / Epodon videlicet et librum Odarum, / quos nostris temporibus credo valere parum. / Hinc Poetriae veteris titulum ponamus, / Sermones cum Epistolis dehinc adiciamus "). I tentativi d'imitazione da Orazio lirico sono, ancora in questa età, scarsissimi e, quando ci sono, come nei Quirinalia di Metell di Tegernsee, risultano di estrema rozzezza. La lettura e la fortuna di Orazio lirico sarà infatti successiva e trarrà sostegno dall'assestamento ideologico rappresentato dalle culture preumanistiche, quando il predominio delle forme economiche precapitalistiche di tipo bancario e mercantile avrà ormai imposto l'ideologia dell'individualismo e dell'autonomia della vita sentimentale, assicurando la credibilità dell'effusione lirica.

La conoscenza di Orazio da parte di Dante è largamente deficitaria. Oltre alle Odi e agli Epodi (per tutti " minus usuales "), non pare che Dante abbia letto neppure le Satire e le Epistole. Del resto fra le probabili letture moderne di Dante conoscono le Odi soltanto Sigeberto di Gembloux, le Satire Sigeberto e Andrea Cappellano, le Epistole Bernardo di Chiaravalle, Andrea Cappellano e Sigeberto; le Poetriae novae note a Dante (almeno l'Ars versificatoria di Matteo di Vendôme) danno ampio spazio all'Ars e assai poco alle Satire e alle Epistole e ancor meno alle Odi; gli Accessus contemporanei svalutano Orazio lirico, come gli Accessus pubblicati da Huygens che l'ignorano e Konrad di Hirschau che si limita a parlare dell'Ars.

L'Ars poetica è l'unico testo di Orazio per cui sia possibile dire che fu noto direttamente a Dante, e in ogni caso l'unico che D. citi esplicitamente, come Poetria di Orazio, sicuramente in almeno tre luoghi (Ars 38-40 = VE II IV 4; vv. 70-71 = Cv II XIII 10; vv. 141-142 = Vn XXV 9) e, fra le opere di dubbia attribuzione, ancora in Ep XIII 30. Numerose altre citazioni e riferimenti non espliciti all'Ars potrebbero concorrere a convincerci della conoscenza diretta e di lungo studio e grande amore di questo testo da parte di Dante. Ma sorge il dubbio che almeno alcuni emprunts oraziani siano stati ricevuti invece indirettamente, attraverso la letteratura grammaticale e scoliastica, senza nessun controllo diretto sul testo che pure Dante conosceva. Soltanto postulando una scarsa familiarità col testo oraziano si possono infatti spiegare alcuni grossi errori e fraintendimenti di Dante e l'ignoranza quasi continua della glossa esplicativa.

 

Immagine: via Daderot, CC0, via Wikimedia Commons

E che queste due cose convegnano a questa etade, ne figura quello grande poeta Lucano nel secondo de la sua Farsalia, quando dice che Marzia tornò a Catone e richiese lui e pregollo che la dovesse riprendere [g]ua[s]ta: per la quale Marzia s’intende la nobile anima. (Convivio, IV, XXVIII, 13)

Il poeta latino è in If IV 90, collocato nel Limbo accanto a Omero, Orazio, Ovidio e, implicitamente, a Virgilio; in Cv IV XXVIII 13 è definito quello grande poeta Lucano. Il suo poema, la Farsaglia, è dopo l'Eneide l'opera più sistematicamente sfruttata e considerata da Dante.

Al di fuori della Commedia, la Farsaglia è ricordata in Vn XXV 9 dove - a proposito delle personificazioni e dei discorsi diretti di divinità o di cose animate e inanimate - si citano passi di tutti e cinque i poeti classici del c. IV dell'Inferno e, per L., I 44 (" multum Roma tamen debet civilibus armis "), ma nella lezione della seconda mano del Montepessulanus H 113, e cioè debes, sì che il luogo è sibillinamente addotto come esempio del caso in cui parla la cosa animata a la cosa inanimata; in Cv III III 7, ove si ricorda l'episodio di Anteo in Ovidio (Met. IX 183-184) e in L. (Phars. IV 597-660); in V 12, ove si ricorda l'episodio di IX 438-543, della marcia di Catone nel deserto libico; in IV XI 3 (traduzione di Phars. III 118-121), ove si riassume il contenuto di I 160-182 (e appunto perché si tratta non di trascrizione ma di riassunto L. non è citato direttamente, ma parafrasato in volgare); in XIII 12, ove già si ricorda l'episodio di Cesare e Amiclate di V 527-531; in XXVIII 13, il celebre brano in cui s'interpreta allegoricamente l'episodio di Catone e Marzia di II 326-345, come storia delle esperienze dell'anima umana fino alla sua ascesa a Dio, parlando di quello grande poeta Lucano; in VE I X 6, in cui è parafrasata la descrizione dell'Appennino di II 396 ss.; in Mn II IV 6, in cui sono citati i vv. 477-480 del l. IX; in VII 10, in cui sono nuovamente citati gli episodi relativi ad Anteo nel l. IX delle Metamorfosi ovidiane e nel l. IV della Farsaglia; in VIII 7, 9 e 12 in cui sono citati rispettivamente i vv. 672-673 del l. II, i vv. 692-694 del l. VIII e i vv. 109-111 del l. I; in IX 17, in cui sono citati i vv. 135-138 del l. II, adottando per la prima parola del v. 136 la lezione tunc invece di tum del Montepessulanus e del Parisinus lat. 10314 normalmente accettata (una delle più tipiche questioni della critica testuale lucanea), e quindi allontanandosi proprio dalla lezione del Montepessulanus che abbiamo veduto invece preferita in Vn XXV; nell'epistola a Enrico VII (VII 16) ove sono citate con pieno consenso le parole di Curione a Cesare di Phars. I 280-282. E tacciamo della discussa epistola a Cangrande (XIII), in cui al § 63 è citato IX 580 luppiter est quodcunque vides, quocunque moveris, per illustrare Pd I 2 per l'universo penetra, e risplende: e anche qui, adottando la lezione quocunque invece del secondo quodcunque, si segue la seconda mano del Montepessulanus.

Dunque, sin d'ora, una serie cospicua di riscontri, che dimostra indiscutibilmente la conoscenza diretta e profonda del poema lucaneo da parte di Dante e in una maniera da rivelare come esso avesse provocato in lui, al pari dell'Eneide, la tendenza a considerarlo come lievito di decisive esperienze spirituali, formative della sua coscienza morale e politica. Interessante è notare come alcuni episodi lucanei su cui più insiste Dante nelle opere finora citate (proemio; brano dell'Appennino; episodio di Anteo; episodio di Cesare e Amiclate; episodio di Catone e Marzia; episodio di Catone nel deserto libico) sono anche quelli per cui l'influsso di L. si fa avvertire nella Commedia in forma più distesa e più penetrante: conferma dell'assidua ispirazione che D. richiese alla Farsaglia. E tralasciamo l'opinione di P. Renucci, il quale (Dante disciple et juge du monde gréco-latin, Parigi 1954, 104) afferma che nella Commedia la conoscenza della Farsaglia comincia a manifestarsi dopo il c. VIII dell'Inferno, il che non potrebbe affermare se non sostenendo composti il Convivio, il De vulg. Eloq. e la Monarchia contemporaneamente all'Inferno; e per giunta il Renucci dimentica che già nella Vita Nuova Dante aveva citato un verso lucaneo e che proprio lui ha sostenuto (pp. 98 e 176) che la Corniglia di If IV 128 è l'eroina lucanea e che gli eroi del Limbo derivano tutti dall'Eneide e dalla Farsaglia.

 

Immagine: José Garnelo y Alda, Studio sulla morte di Lucano, olio su tela, 1887 ca, Museo del Prado, Madrid (via José Garnelo y Alda, Public domain, via Wikimedia Commons)

Lo buon maestro cominciò a dire: "Mira colui con quella spada in mano, che vien dinanzi ai tre sì come sire: quelli è Omero poeta sovrano; l’altro è Orazio satiro che vene; Ovidio è ’l terzo, e l’ultimo Lucano. (Inferno IV, 85-90)

Il poeta latino (Sulmona 43 a.C. - Tomi sul Mar Nero 17 d.C.) è in If IV 90 collocato nel Limbo accanto a Omero, Orazio, Lucano.

Il primo accenno a Ovidio che troviamo in Dante sembra confermare che anche nell'Alighieri il contatto col Sulmonese doveva essere avvenuto nel quadro dell'eccezionale fortuna dei Carmina amatoria. In Vn XXV, nel luogo in cui singolarmente si parla degli stessi cinque poeti classici raggruppati nel canto IV dell'Inferno, riguardo a Ovidio si citano i Remedia amoris: Per Ovidio parla Amore, sì come se fosse persona umana, ne lo principio de lo libro c'ha nome Libro di Remedio d'Amore, quivi: Bella michi, video, bella parantur, ait (§ 9; si cita cioè il secondo verso, il primo pentametro del componimento). Mentre, a tacer di Omero, di Virgilio e Orazio e Lucano si ricordano le opere che rimarranno fondamentali nello sviluppo della personalità di Dante, l'Eneide, i Sermones (nella specifica predilezione per l'Ars poetica) e la Farsaglia, per O., invece delle Metamorfosi e dei Fasti, resta in primo piano uno dei Carmina amatoria, e sia pure quello che, almeno in apparenza, voleva suonare condanna e rimedio dei trascorsi amorosi celebrati nei componimenti coevi. E che il richiamo all'Ovidio amatorio sia il più consono alla sostanza stessa della poesia dantesca di allora lo dimostra il fatto che, mentre gli esempi degli altri poeti sono citati solo come testimonianza di discorso tra cose animate e inanimate o personificazioni di entità astratte, quello di Ovidio è l'unico in cui parla Amore, sì come se fosse persona umana, né più né meno di quanto avviene nel sonetto precedente della Vita Nuova, di cui il capitolo XXV è il commento: e poi vidi venir da lungi Amore / allegro sì, che appena il conoscia, / dicendo (XXIV 7 3-5). Ai Remedia amoris si riferisce anche Dante da Maiano nel sonetto a Dante che si legge nelle Rime (XLVI 5-6): " D'Ovidio ciò mi son miso a provare / che disse per lo mal d'Amor guarire ". Appartenendo questo sonetto al tempo della Vita Nuova, più significativa, sotto il profilo storico-culturale, è la conferma che esso offre riguardo al modo con cui per ora si profila l'influsso ovidiano sulla cultura dantesca.

Ma quando in VE II VI 7 si formula il canone dei ‛ regulati poetae ' nei quali anche i dicitori per rima debbono affisarsi, proprio e solo per Ovidio si proclama la necessità di concentrarsi sulle Metamorfosi, si menziona specificamente il capolavoro, il poema di lungo respiro considerato alla pari con l'Eneide, con la Farsaglia e con la Tebaide: Et fortassis utilissimum foret ad illam [constructionem] habituandam regulatos vidisse poetas, Virgilium videlicet, Ovidium Metamorfoseos, Statium atque Lucanum. Questo luogo registra uno dei mutamenti più significativi che la personalità di Dante ha operato riguardo agl'indirizzi culturali della sua età: sul suo valore cfr. E. Paratore, p. 40. Non è più il " tenerorum lusor amorum " ad assidersi come modello, ma l'autore di un poema che segue il cammino dell'umanità dalle origini alla provvidenziale costituzione dell'Impero di Roma e obbedisce quindi, sia pure in forma complementare, alla funzione esercitata anche dalla Farsaglia e dalla Tebaide in confronto con l'Eneide, tanto più che, adombrando e dipingendo le infinite vicende di singolari, taumaturgiche trasformazioni, e adottando persino il rincalzo delle dottrine pitagoriche, si addentra nel complesso più geloso con cui si manifesta l'amministrazione provvidenziale dell'universo, palesa, nelle forme allegoriche cui era circoscritta in suo periclo la fantasia pagana, l'azione miracolosa del supremo potere moderatore e arbitro della vita del cosmo. Perciò non si riesce ad associarsi all'affermazione del Mattalia (commento a If IV 90) che " Le opere di Ovidio a cui Dante attinse in prevalenza sono le Metamorfosi, le Eroidi, gli Amori, l'Arte amatoria ". Proprio il bisogno che Dante sentì di specificare Ovidium Metamorfoseos indica un preciso proposito di differenziazione.

 

Immagine: Eugène Delacroix, Ovidio tra gli sciti, olio su tela, 1859, National Gallery, Londra (via Eugène Delacroix, Public domain, attraverso Wikimedia Commons)

[...] e vidi il buono accoglitor del quale, Dïascoride dico; e vidi Orfeo, Tulïo e Lino e Seneca morale; (Inferno IV, 139-141)

In If IV 141 Dante colloca Seneca fra gli spiriti magni del Limbo, definendolo Seneca morale, come " moriger Seneca " egli è definito da Arrigo da Settimello (III 47). Benvenuto chiosa: " Autor dicit signanter Seneca morale ad differentiam Senecae poetae, qui scripsit tragoedias ". La discussione di questa chiosa coinvolge il problema della conoscenza di Seneca tragico da parte di Dante, su cui v. oltre. Ma se si accetta la tesi di quelli che sostengono che la chiosa di Benvenuto deriva - e cronologicamente ciò è sostenibile in base alla data del commento - dalle posizioni assunte in merito dal Boccaccio e da Coluccio Salutati, riassume valore e credibilità l'opinione che la definizione ‛ morale ' derivi dal posto e dalla funzione che Dante riconosceva al pensiero di Seneca. Ci si è stupiti che nel famoso passo di VE II VI 7, in cui si parla dei ‛ regulati poetae ', fra quelli qui usi sunt altissimas prosas si ricordino Livio, Plinio il vecchio, Frontino, Orosio, e si taccia di Cicerone e di S., pure ben noti a Dante.

E proprio in nome del pregiudizio che voleva Dante obbligato a tener conto in complesso dei maggiori prosatori latini accanto ai maggiori poeti, lo Zingarelli (I tempi, la vita e le opere di Dante, Milano 1939, II 902) ha proposto di emendare, in If IV 141, Lino in Livio per ricostruire con Cicerone e Seneca " la memorabile terna rappresentativa della cultura romana " (come la definisce il Mattalia, che si mostra favorevole all'emendamento). Ma Livio appartiene proprio agli scrittori ricordati in VE II VI 7, mentre Cicerone e Seneca ne sono esclusi. E P. Renucci (Dante disciple et juge du monde gréco-latin, Parigi 1954, 378) ha giustamente confutato lo Zingarelli; sul problema cfr. E. Paratore, Tradizione e struttura in Dante, Firenze 1968, 91 n. 35.

Cicerone e Seneca sono accolti nel Limbo in seno alla filosofica famiglia (If IV 132) che si stringe attorno ad Aristotele, come propaggini latine di quel pensiero filosofico in cui per Dante consiste la grandezza della civiltà greca, specialmente come moralitade, sì che già in Cv III XIV 8 vediamo ricordato S. insieme con Democrito, Platone, Aristotele, Zenone, Socrate, perché sapemo essi tutte l'altre cose, fuori che la sapienza, avere messe a non calere e che per questi pensieri la loro vita disprezzaro; e già in Cv IV VI 6-16 si era notato che dalla filosofia accademica sorsero coloro che limaro e a perfezione la filosofia morale redussero, e massimamente Aristotile (§ 15). Onde l'appellativo morale riferito a Seneca va inteso non nel senso distintivo proposto da Benvenuto, ma come conferma dell'appartenenza di S. alla filosofica famiglia nel senso con cui Dante la concepiva (Paratore, pp. 47, 96, 109).

Proprio l'essere egli stato fra gli scrittori latini uno dei più validi continuatori di quella moralitade gli è valso da parte di Dante il giudizio di inclitissimo phylosophorum in Ep III 8, che ha spinto il Renucci (pp. 328 ss.) alla singolare negazione dell'autenticità dell'epistola a Cino, perché in essa sarebbe ravvisabile un'alterazione della graduatoria dei filosofi a danno di Aristotele e a favore di Seneca (contra cfr. Paratore, p. 82 n. 26).

 

Immagine: Manuel Domínguez Sánchez, La morte di Seneca, olio su tela, 1871, Museo del Prado, Madrid (via Manuel Domínguez Sánchez, Public domain, via Wikimedia Commons)

per li Troiani e la lunga guerra che de l'anella fé sì alte spoglie, come Livïo scrive, che non erra (Inferno XXVIII, 10-12)

La città di Verona, per due volte soggiorno di Dante, rappresenta un anello fondamentale per la trasmissione di Livio: nel periodo di transizione dall'età carolingia al risveglio dei secoli XI e XII è da collocare Raterio (ca. 887-974), per tre volte vescovo di Verona, il cui merito più grande deriva dall'esemplare della I Deca di Livio (il Laurenziano 63 19), scritto postillato e corretto nello scrittoio della cattedrale di Verona, e di cui un codice gemello finì nella cattedrale di Worms. È necessario notare, col Billanovich, che nel 968, quando il vecchio vescovo lasciò per sempre Verona, il Livio Laurenziano restò nella cattedrale della città scaligera. Ma Dante conobbe Livio? Prima di rispondere a questa domanda conviene procedere all'esame dei passi danteschi in cui Livio è direttamente chiamato in causa come garante della verità dei fatti narrati.

Il primo dubbio sorge dall'esame di Cv III XI 3, dove Dante, parlando di Pitagora, chiama a testimone, sebbene cautamente, Livio: E che ello [Pitagora] fosse in quel tempo [sotto Numa Pompilio], pare che ne tocchi alcuna cosa Tito Livio ne la prima parte del suo volume incidentemente. Ma L. (I XVIII), come ha giustamente notato il Toynbee (D. Studies, p. 92; Ricerche e note, I 8; e cfr. anche E. Moore, Studies in D., I 277), nega che Pitagora sia vissuto sotto Numa Pompilio, preferendo datare la sua presenza in Italia sotto il regno di Servio Tullio, come fanno anche Cicerone (De Orat. II 37) e Aulo Gellio (Noct. Act. XVII 21).

Noi sappiamo che la data della nascita, dell'arrivo in Italia e della morte del filosofo di Samo si può indicare, dato il contrasto delle fonti, solo con molta approssimazione, ma il confronto con Livio esclude che Dante possa aver tenuto sott'occhio lo storico patavino quando scriveva questo passo del Convivio. Secondo il Toynbee (D. Studies, p. 93) alla base del passo dantesco potrebbe esserci s. Agostino Civ. VIII 2, che appare molto vicino a quel che D. dice subito dopo. Ma il problema va visto attraverso l'esame degli altri passi del Convivio, dove si parla del filosofo di Samo. Qui basti ricordare quanto già notato da Busnelli-Vandelli (ad l.), che non escludono che D. si sia servito per questo passo di s. Tommaso Comm. Metaph. I 3, 56 (cfr. E. Bodrero, D. e i presocratici, in " Arch. di Storia della Filosofia " I [1932] 199-204); v. PITAGORA.

A Livio, come a infallibile autorità, si appella Dante in If XXVIII 12 (la lunga guerra / che de l'anella fé sì alte spoglie, / come Livïo scrive, che non erra), evocando la battaglia di Canne, di cui si parla anche in Cv IV V 19 (qualche codice tardo in If IV 141 legge Livio anziché Lino, ma è escluso [cfr. Petrocchi, ad l.] che nel Limbo Dante potesse alludere a Livio).

 

Immagine: Ambrigio Brambilla, Nicolas Beatrizet e Claude Duchet, Speculum Romanae Magnificentiae: busto di Livio, stampa, 1582, Metropolitan Museum of Art, New York City, New York