Le Parole Valgono

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Nella fictio dantesca lo spazio è spesso connotato in senso allegorico, in modo che la disposizione dei luoghi terrestri possa rinviare all’aldilà. Ecco perché Gerusalemme acquista un ruolo centrale: per essa passa il meridiano zero, all’incirca a metà strada tra la foce del Gange e le colonne d’Ercole; il concetto biblico della medietà di Gerusalemme viene così inserito in uno schema cartografico a T (comune fin dai tempi di Isidoro di Siviglia), con l’Est in alto, quindi l’Asia nella parte superiore (sopra l’asta orizzontale, che rappresenta il Don e il Nilo), l’Europa in basso a sinistra e l’Africa in basso a destra, separate dal Mar Mediterraneo (l’asta verticale). Dante colloca il Purgatorio agli antipodi di Gerusalemme (vd., ad es., Pg 4.67-84), secondo una dinamica cristiana di colpa e riscatto. 

Alle sfere celesti corrisponde la sfera terrestre, con le terre emerse (la gran secca di If 34.113), tutte collocate nell’emisfero settentrionale e circondate dall’Oceano. Nella prima cantica si spiega l’emersione delle terre (o meglio il loro passaggio dall’emisfero meridionale a quello settentrionale) ricorrendo al mito della caduta di Lucifero, il che stabilisce un chiaro nesso tra la superbia dell’angelo ribelle e l’origine della montagna del Purgatorio (If 34.121-126); ma nella Questio de aqua et terra (§ 59-76) si individua la causa efficiente nell’attrazione esercitata dal cielo delle stelle fisse, attraverso un’argomentazione razionale, fondata sull’osservazione della natura. 

Il sostantivo alpe è spesso impiegato come sinonimo poetico di ‘montagna’, ma a If 20.62 si riferisce alle Alpi Venoste, mentre a If 16.101 è inserito nel toponimo San Benedetto de l’Alpe, villaggio romagnolo (oggi San Benedetto in Alpe). Maggiore importanza è attribuita alla catena appenninica, più volte evocata in poesia e considerata, nel De vulgari eloquentia (1.10.6), come linea divisoria dei volgari italici, a occidente (Meridione [parte dell’Apulia], Roma, Ducato di Spoleto, Toscana, Marca Genovese) e a oriente degli Appennini (un’altra parte dell’Apulia, Marca Anconitana, Romagna, Lombardia, Marca Trevigiana, Venezia). Si noti che Dante chiama dextri regiones le parti occidentali (e viceversa) perché nella cartografia la nostra penisola era orientata da Ovest a Est. 

Il Po serve a Dante in perifrasi geografiche dal sapore poetico: basti ricordare la Ravenna di Francesca, allora più vicina al mare («Siede la terra dove nata fui / su la marina dove ’l Po discende / per aver pace co’ seguaci suoi» [If 5.97-99]).

L’Arno (Sarnus nelle Epistole) ricorre in numerosi passi, il più importante dei quali è la descrizione del corso del fiume (Pg 14.16 sgg.), dal Falterona alla foce, passando per una rassegna dei vizi degli abitanti della valle, sui quali spicca la figura del podestà di Firenze Fulcieri da Calboli, «cacciator di quei lupi [i Fiorentini, in ispecie i Bianchi] in su la riva / del fiero fiume» (59-60).

Il Tevere, anch’esso nominato più volte, si contrappone all’Acheronte, il fiume infernale, in quanto alla sua foce («dove l’acqua di Tevero s’insala» [Pg 2.101]) si raccolgono le anime che l’angelo nocchiero conduce all’isola del Purgatorio «con un vasello snelletto e leggero» (41).

Col viso ritornai per tutte quante le sette spere, e vidi questo globo tal, ch’io sorrisi del suo vil sembiante; (Paradiso XXII, 133-135)

Il termine geografia non è utilizzato da Dante; egli usa quello di cosmografia, attribuendo a tale disciplina la finalità di determinare la distribuzione delle regioni sulla superficie terrestre (Quaestio 53 et per cosmographos regiones terrae per omnes plagas ponentes).

Molta geografia dantesca deriva da viaggi via terra e forse per mare. Può al riguardo ricordarsi (If XXVIII 89) la località di Focara sull'Adriatico, tristemente famosa ai marinai per la violenza del vento; la posizione di Noli (Pg IV 25), per la quale si legge nel Compasso de navegare (Portolano del secolo XIII; cfr. § 38): " Lo capo de Noli è alto a mmare e mozo, et è molto ballumenoso ". Vivida impressione è quella che si ricava dal mare della costa ligure, a picco (Pg III 49-50): Tra Lerice e Turbìa la più diserta, / la più rotta ruina è una scala. Ma si tratta d'indizi assai fragili. Comunque Dante sicuramente ha conosciuto di persona località italiane che pure non ha occasione di ricordare nelle sue opere (ad esempio Sarzana e Castelnuovo). Che Dante abbia visitato molte parti d'Italia ci autorizza a credere quanto egli stesso scrive in Cv I III 4-5 Poi che fu piacere de li cittadini de la bellissima e famosissima figlia di Roma, Fiorenza, di gittarmi fuori del suo dolce seno... per le parti quasi tutte a le quali questa lingua si stende, peregrino, quasi mendicando, sono andato. Quanto a possibili viaggi di Dante all'estero, molte sono le perplessità; ma proprio un geografo, Paolo Revelli, ritiene credibile almeno un viaggio di Dante in Francia.

Dante supponeva la Terra sferica (globo di Pd XXII 134), e aveva esatta cognizione degli elementi astronomici di riferimento: poli, meridiani, equatore, ecc. La palla di Cv III V 10 era il suo globo terrestre di usuale consultazione, di cui si serviva per le dimostrazioni. Le terre emerse si estendono dalla foce del Gange a Cadice: località che, secondo gli astronomi, distano 180° in longitudine, vale a dire metà della circonferenza. Infatti nel tempo dell'equinozio, il Sole, che gli abitanti di Cadice vedono tramontare (nell'oceano) è simultaneamente veduto sorgere (dall'oceano) dagli abitanti della foce del Gange. La latitudine della terra emersa è invece di circa 67°; per questo la superficie terrestre assume una forma quasi di mezzaluna (Quaestio 54-58). La restante superficie terrestre è occupata dalle acque dell'oceano.

[...] però li è conceduto che d’Egitto vegna in Ierusalemme per vedere, anzi che ‘l militar li sia prescritto. (Paradiso XXV, 55-57)

Sulla base del concetto della sfericità della Terra e dei riferimenti astronomici acquisiti, Dante ha molto chiara l'idea della disposizione di quattro meridiani: il meridiano di Gerusalemme che, nella sua geografia, possiamo ritenere come iniziale e, quindi, ‛meridiano zero'; il meridiano della montagna del Purgatorio, 180º (ovviamente sia est che ovest) da quello di Gerusalemme, per cui i due luoghi sono antipodi e condividono lo stesso orizzòn (v., più avanti, per Pg IV 68-71); il meridiano della foce del Gange, 90º a est di Gerusalemme; il meridiano di Gade, 90º a ovest di essa.

Per quanto riguarda la parte della sfera rappresentata dalla terra emersa, la gran secca di If XXXIV 113, questa, secondo la concezione comunemente accettata ai tempi di D. sulla scorta di concezioni classiche (Alfragano, ad es.), era tutta compresa nell'emisfero settentrionale, ed era comunemente rappresentata in ecumeni circolari, all'interno dei quali la metà superiore appariva occupata dall'Asia, la metà inferiore dall'Europa e dall'Africa, divise dalla linea del Mediterraneo, ossia dall'asta verticale di una T, la cui asta orizzontale rappresentava la linea Tanai (Don)-Nilo (G. Villani I 3). I limiti longitudinali, foce del Gange - isole di Gade, e quelli latitudinali compresi in 67° tra l'equatore e il circolo polare artico, sono esplicitamente indicati da D., sulla scorta di Orosio, in Quaestio 54 ss.

Pur sottolineando l'errore di fondo riguardo l'estensione e la distribuzione delle terre emerse, e pur notando l'errore di computo riguardo la distanza in longitudine tra la foce del Gange e le isole di Gade, si deve prendere atto del fatto che l'elemento che più conferisce a Gange la sua importanza nella geografia dantesca, cioè la collocazione al centro dell'abitabile, è sufficientemente prossimo all'esattezza entro i confini dell'ecumene dantesco. Infatti, il meridiano di Gange è abbastanza vicino al meridiano intermedio tra quello della foce del Gange e quello delle Colonne d'Ercole; e la vicinanza è ancora maggiore se ci si spinge a ovest dello Stretto di Gibilterra, verso le "Gades insulae". In latitudine, poi, i 32° N che segnano la posizione di Gange rispetto all'equatore, sono molto vicini al parallelo di 33,1/2° che segna il luogo dei punti intermedi tra equatore e circolo polare artico, estremità sud e nord, come si è visto, della gran secca.

 

Ond’io, ch’era ora a la marina vòlto dove l’acqua di Tevero s’insala, benignamente fu’ da lui ricolto. A quella foce ha elli or dritta l’ala, però che sempre quivi si ricoglie qual verso Acheronte non si cala. (Purgatorio, II, 100-105)

Il Tevere è un fiume dell'Italia centrale; nasce dal Monte Fumaiolo, nell'Appennino tosco-emiliano, e dopo un corso di 396 km, svolgendo il quale passa per la Toscana, l'Umbria, il Lazio, e bagna Roma, va a sfociare nel Tirreno con una foce a due rami, che si formano a Capo Due Rami. L'antico nome del fiume sarebbe stato Albula (Virgilio Aen. VIII 330-333; Isidoro Etym. XIII XXI 27; G. Villani I 25).

È citato molte volte da Dante, spesso in funzione di altri luoghi. Così in Ep XI 22 Et ad vos haec sunt maxime qui sacrum Tiberim parvuli cognovistis, ove il Tevere sta per Roma, a stigmatizzare con maggior forza il comportamento dell'alto clero di nascita romana; in If XXVII 30, ove il settore dell'Appennino che da un lato limita il Montefeltro è il giogo di che Tever si diserra; in Pd XI 106, ove la Verna è il crudo sasso intra Tevero e Arno.

Le citazioni del fiume assumono significato più ampio, regionale, in Cv IV XIII 13, ove i Latini... da la parte di Po sono distinti da quelli da la parte di Tevero, e in Ep VII 23, ove per indicare Firenze Dante usa un'ampia immagine metaforica: Quippe nec Pado praecipiti, nec Tiberi tuo criminosa potatur, verum Sarni fluenta torrentis adhuc rictus eius inficiunt, et Florentia, forte nescis?, dira haec pernicies nuncupatur.

Alla foce del Tevere il poeta immagina che si adunino le anime destinate alla salvazione, in attesa di essere accolte nel vasello dell'angelo nocchiero, che le trasporterà all'isola del Purgatorio.

Tosto che l’acqua a correr mette co, non più Benaco, ma Mencio si chiama fino a Governol, dove cade in Po. (Inferno, XX, 76-78)

È il più importante fiume italiano; nasce nel Piano del Re ai piedi del Monviso e, dopo un percorso di 652 km, sfocia nell'Adriatico con un ampio delta, nel quale si distinguono cinque rami principali, dai quali si dipartono quattordici bocche.

Il fiume, che ha subìto notevoli trasformazioni nella zona di delta, era d'importanza fondamentale come via di navigazione interna ai tempi di Dante: basta ricordare, a proposito, Governolo - If XX 78 - (Salimbene Cronica, ediz. Scalia, p. 701: " De turre de Gubernula, ubi Mantuani a transeuntibus per Padum passagium petunt, cogentes eos prius Mantuam navigare et postea ad Gubernulam remeare "), Marcabò (v.), le opere di arginatura (Villani X 194), la via fluviale creata artificialmente da Bologna al P., che consentiva, per il tramite di questo, di giungere all'Adriatico (Davidsohn, Storia IV II 257), l'importanza di città come Ferrara e Piacenza (pp. 847, 853), e che l'antico porto di Classe comunicava per mezzo di un canale navigabile col fiume.

Dante ricorda il Po molte volte, e, quasi sempre, se ne serve per localizzazioni geografiche: così nel passo citato descrive l'affluenza del Mincio nel Po; in If V 98, ove Francesca descrive con una perifrasi i suoi luoghi natali (Ravenna era, allora, più prossima al mare che non oggigiorno; cfr. Benvenuto: " Ravenna, prope mare duo vel tria miliaria, et distat a loco ubi Padus cadit in mare per duodecim miliaria "; Serravalle: " Ravenna situata fuit super mare Adriaticum, prope illum locum ubi Padus descendit "); in Pg XIV 92, ove la Romagna è descritta come la regione compresa tra 'l Po e 'l monte e la marina e 'l Reno; in Pg XVI 115, ove la Lombardia, nell'accezione ampia del tempo di Dante, è il paese ch'Adice e Po riga (e il Po è il fiume lombardo ove cadde Fetonte [Rime XCV 3], e vedi, appresso, anche Benvenuto); in Pd VI 51 il fiume è usato per indicare le Alpi (o quanto meno il settore della catena nel quale ha origine il fiume), che sono l'alpestre rocce, Po, di che tu labi; in Pd XV 137 Cacciaguida dice che la sua donna veniva di val di Pado (cioè lo dolce piano / che da Vercelli a Marcabò dichina di If XXVIII 75-76), probabilmente da Ferrara (Benvenuto, Ottimo).

Ricorditi, lettor, se mai ne l’alpe ti colse nebbia per la qual vedessi non altrimenti che per pelle talpe, come, quando i vapori umidi e spessi a diradar cominciansi, la spera del sol debilemente entra per essi; (Purgatorio, XVII, 1-6)

Nota il Landino a Pg XVII 1 (se mai ne l'alpe / ti colse nebbia): " ‛ Alpi ' propriamente sono i monti che dividono Italia dalla Francia; ma da questi tutti gli altri monti in lingua toscana... sono detti ‛ Alpi ' ". Infatti, a. ha quasi sempre - o sempre, come afferma il Magnaghi - il senso generico di " montagna "; ma qualche commentatore ha proposto talvolta una determinazione più precisa. Così, il passo sopra citato è spiegato da Benvenuto: " Hic nota quod licet Alpes sunt diversae in diversis partibus mundi, tamen forte Poeta noster loquitur de alpibus Apennini "; e a If XIV 30 piovean di foco dilatate falde, / come di neve in alpe sanza vento, leggendo in Alpi, chiosa: " maxime, quae dividunt Italiam a Gallia et Germania ". Significato generico il sostantivo ha anche in Pg XXXIII 111 un'ombra smorta, / qual sotto foglie verdi... / l'alpe porta, in Rime CXVI 61 Così m'hai concio, Amore, in mezzo l'alpi, e in Rime dubbie VII 1 ne le nevicate alpi. In If XX 62 a. si trova in un contesto che permette un'identificazione più precisa: a piè de l'Alpe che serra Lamagna / sovra Tiralli (" quel gruppo di monti che tra la Val Camonica e la Valle dell'Adige si distende in senso longitudinale dal lago di Garda alla riva destra dell'Adige superiore " [Casini-Barbi] e, più precisamente, le Alpi Venoste [Porena]). Tuttavia anche qui la parola potrebbe non essere toponimo, e valere " le montagne che chiudono la Germania ". In If XVI 101, infine, la parola fa parte del toponimo San Benedetto / de l'Alpe, villaggio della Romagna.

Numerose sono in Dante le citazioni dirette riguardanti l'Appennino, senza contare quelle indirette che a esso si collegano. Sovente Dante si serve di perifrasi per indicare la catena montuosa che più di ogni altra gli era nota. Così l'Appennino è 'l giogo di che Tever si diserra, in If XXVII 30; è il gran giogo, che si ammantò di nebbia il giorno della battaglia di Campaldino, in Pg V 116; è l'alpestro monte ond'è tronco Peloro, che ha cioè il suo naturale proseguimento nei Peloritani, in Pg XIV 32; è semplicemente 'l monte che con un suo settore chiude la Romagna, in Pg XIV 92; è lo dosso d'Italia, la catena montuosa che la divide in due parti (v. oltre la citazione in VE I X 6), in Pg XXX 86; è l'insieme dei sassi che surgon... tra' due liti d'Italia, in Pd XXI 106; è l'alpi, qui con il significato di monte, in Rime CXVI 61 Così m'hai concio, Amore, in mezzo l'alpi, / ne la valle del fiume.

È direttamente nominato, invece, nelle altre citazioni: in If XVI 96, nella descrizione dell'Acquacheta-Montone, Dante ricorda che il fiume discende da la sinistra costa d'Apennino; in Pg V 96, ove dell'Archiano è detto che sovra l'Ermo nasce in Apennino (per ambedue queste citazioni della Commedia sono riportate, nell'edizione Petrocchi, alcune varianti: ‛ apenino ',‛ appennino ',‛ appenino '); in Eg I 42 Iam michi bellisonis horrent clangoribus aures: / quid parer Apenninus hiat?; in Ep VII 5 Cumque tu, Caesaris et Augusti successor, Apennini iuga transiliens veneranda signa Tarpeia retulisti, ove forse il termine A. è usato come sinonimo di un tratto dell'arco alpino (ipotesi questa avanzata dal Revelli [Italia 94-96], a proposito di Pennino e della citazione in VE I VIII 9).

Più importanti le due citazioni dell'Appennino nel De vulg. Eloquentia. In I X 6 iugum Apenini è la linea divisoria delle due parti, destra e sinistra, nelle quali è divisa l'Italia, quod, ceu fi[cti]le culmen hinc inde ad diversa stillicidia grundat aquas, ad alterna hinc inde litora per ymbricia longa distillat, ut Lucanus in secundo describit (cfr. Phars. II 429): lo spartiacque appenninico è una linea dividens, come per le acque, così per le stirpi e i linguaggi umani.

Questio igitur fuit de situ et figura sive forma duorum elementorum, aque videlicet et terre; et voco hic 'formam' illam quam Phylosophus ponit in quarta specie qualitatis in Predicamentis. (Qaestio de aqua et terra, II, 1)

Con questo titolo ormai vulgato e confermato dall'autorità della Società Dantesca nell'edizione collettiva del 1921, ma non legittimato ineccepibilmente da testimonianze della tradizione testuale, è solitamente designato un breve scritto dottrinale la cui attribuzione a Dante è stata lungamente e tenacemente controversa ma che ora sembra resa ragionevolmente probabile dal cumulo delle ragioni e delle prove addotte dagli autenticisti. L'editio princeps del 1508 (per la quale v. oltre) intitola l'opera Quaestio aurea ac perutilis edita per Dantem Alagherium poetam Florentinum clarissimum de natura duorum elementorum aquae et terrae diserentem, ma si tratta verosimilmente di una didascalia arbitraria giacché le parole ‛de natura duorum elementorum aquae et terrae' mal corrispondono all'effettivo argomento dell'opera qual è, del resto, designato dall'autore stesso al principio della trattazione: Quaestio igitur fuit de situ et figura sive forma duorum elementorum, aquae videlicet et terrae (§ 4; cfr. §§ 50 e 86).

La quaestio è infatti, a partire dalla metà del XII sec., la struttura in cui di preferenza si articola la trattazione dei più diversi problemi dottrinali (teologici, filosofici, scientifici ecc.) ove la loro risoluzione dia adito, nell'ambito della scuola o anche in più ampi e compositi contesti culturali, a dubbi e controversie. Nella quaestio, come osserva lo Chenu (cfr. Introduzione allo studio di S. Tommaso, traduz. ital. Firenze 1953, 71 ss.), le risorse dell'antica dialettica e quelle della logica dimostrativa concorrono a determinare un impianto saldo e rigoroso - sia pure insidiato dal pericolo del mero formalismo dialettico - nel dibattito dottrinale, in cui le materie più incandescenti si sottopongono così alla disciplina della ragione e alle leggi di un ordinato confronto di opinioni. Proprio per questa esigenza di rigore formale e sostanziale la quaestio, come genere letterario (l'espressione, anche se nella fattispecie largamente approssimativa, ci sia consentita per semplicità), tende ad assumere una struttura costante tanto nella disposizione generale della materia quanto negli strumenti logici, nelle formule e nel lessico (v. QUESTIONE). Ma la stesura letteraria è solo un aspetto del complesso realizzarsi del dibattito, che si distende in più momenti secondo un preciso rituale elaborato e fissato soprattutto nel costume dell'Università e che occorre riassumere brevissimamente qui per una migliore comprensione della Quaestio dantesca.

E se’ or sotto l’emisperio giunto ch’è contraposto a quel che la gran secca coverchia, e sotto ’l cui colmo consunto fu l’uom che nacque e visse sanza pecca: tu hai i piedi in su picciola spera che l’altra faccia fa de la Giudecca. (Inferno, XXXIV, 112-117)

La localizzazione del Purgatorio, col Paradiso terrestre sulla vetta, agli antipodi di Gerusalemme, implica la contaminazione, in Dante, di credenze diverse (quella degli a. anzitutto, con quella del Purgatorio e del Paradiso terrestre), cui è bene accennare per misurare meglio la validità scientifica, la consistenza ideale della soluzione escogitata da Dante.

Nel suo fondamentale valore geografico la parola antipodi racchiude tre distinti significati, che si possono definire geometrico, geofisico e geoantropico. Se la Terra è una sfera, nessun dubbio che vi siano su di essa dei punti diametralmente opposti che, sul globo terracqueo, sono appunto gli antipodi. Come si sa, per gli antichi tre quarti del globo terracqueo erano acqua e un quarto solo era terra emersa (‛ la quarta abitabile ', la gran secca di If XXXIV 113), e questa si trovava tutta nell'emisfero settentrionale. Fu discusso a lungo se terre emerse fossero anche nell'emisfero meridionale, e - supposta la presenza di terre emerse nell'emisfero australe - se tali terre fossero abitate. Ma nel Medioevo la discussione invadeva il campo della fede in quanto implicava il problema dei rapporti tra gli abitatori degli antipodi con Adamo, e quindi se si trattasse di un'altra stirpe umana e se Cristo fosse morto anche per loro. Pertanto la nozione di a. comprendeva un aspetto meramente geografico e un altro geoantropico, riguardante i possibili abitatori dell'emisfero meridionale.

Dante non espone ex professo una dottrina sugli a., ma fa ricorso ad essi per la collocazione del Purgatorio e, al suo opposto, di Gerusalemme. In If XXXIV 112-114 il Purgatorio è designato come la parte sotto l'emisperio... / ch'è contraposto a quel che la gran secca coverchia, ed è specificato (v. 118) che qui è da man, quando di là è sera, come pure in Pd I 43. In Pg II 1-3 è implicita la nozione di a., come quelli per cui passa il meridian cerchio che coverchia / Ierusalèm col suo più alto punto. In IV 67-84 sono esplicitamente ricordati come a. Gerusalemme e il Purgatorio, luoghi aventi in comune l'orizzonte astronomico, ma emisferi diversi e opposti.

La maggior valle in che l’acqua si spanda», incominciaro allor le sue parole, «fuor di quel mar che la terra inghirlanda, tra ‘ discordanti liti contra ‘l sole tanto sen va, che fa meridiano là dove l’orizzonte pria far suole. (Paradiso, IX, 82-87)

Sulla scorta delle antiche concezioni, ancora valide nel Medioevo, ovviamente riportate a una terra considerata sferica, non più piatta, Dante considera l'Oceano come il mar che la terra inghirlanda (Pd IX 84), che circonda cioè la " quarta abitabile ", limitata dalle foci del Gange, da Gade, dal parallelo di 67° nord e dall'equatore (v. anche GERUSALEMME); unica terra emersa, fuori di questi limiti, l'isola oceanica sulla quale sorge la montagna del Purgatorio. La conferma della collocazione della gran secca nell'emisfero settentrionale è in Cv III V 12, ove Dante richiama espressamente, in ausilio a questa tesi, Alberto Magno e Lucano.

La presenza di un Oeano continuo attorno alle terre emerse è ribadita in molti luoghi danteschi. In Cv III V 9 ove, con un esempio ripreso da Alberto Magno, D. suppone che se due pietre cadessero sulla superficie terrestre dai due poli celesti, artico e antartico, esse finirebbero sui due poli terrestri, ambedue situati nell'O. (v. ANTIPODI; LUCIA; MARIA); in Ep XI 26 ut de palaestra... undique ab Occeani margine circumspecta, ove palaestra sta per la terra emersa; in Ep VII 12 e 13, con significato di limite estremo dell'Impero (Aen. I 287), così come in Mn I XI 12, ove D. sostiene che l'imperatore, poiché sua... iurisdictio terminatur occeano solum, è, a differenza dei sovrani che regnano nei vari paesi, libero dal desiderio di estendere i propri domini; in VE I VIII 4, ove l'O. (meglio una parte di esso) è considerato limite occidentale dell'area di diffusione del jo, che viene così a comprendere anche la regione scandinava e lo Jutland, regioni peraltro malamente conosciute ai tempi di Dante. Un particolare aspetto dei rapporti tra terre emerse e acque marine è ampiamente trattato nella Quaestio (v.), dove (§ 15) D. usa Amphitrite in luogo di Occeanus, denominazione che si ritrova in molti trattati scientifici (ad es. nell'opera di Pietro d'Abano, Conciliator differentiarum), mentre nel passo citato delle epistole (VII 12 e 13) usa ambedue i termini, con il medesimo significato.

 

 

Immagine via Sailko, CC BY 3.0 <https://creativecommons.org/licenses/by/3.0>, attraverso Wikimedia Commons

e se non fosse che ’n sul passo d’Arno rimane ancor di lui alcuna vista, que’ cittadin che poi la rifondarno sovra ’l cener che d’Attila rimase, avrebber fatto lavorare indarno. (Inferno, XIII, 146-150)

Numerose volte ricorre nelle opere di Dante il nome del fiume reale (anche G. Villani [I 43] così appella l'Arno), così definito perché reali sono i fiumi che fanno capo in mare; oltre alle citazioni dirette, si può osservare che quasi tutti i cenni descrittivi sulla Toscana si raggruppano attorno al corso dell'A. e a quello dei suoi affluenti (Revelli, Italia 145).

Nelle Epistole Dante usa l'antico toponimo Sarnus: così in quella a Moroello Malaspina (cum primum pedes iuxta Sarni fluenta securus et incautus defligerem, IV 2), in quella ai Fiorentini, scritta in finibus Tusciae sub fontem Sarni (VI 27), in quella all'imperatore Arrigo (verum Sarni fluenta torrentis adhuc rictus eius inficiunt, VII 23), anch'essa compilata in Tuscia sub fonte Sarni (§ 31). Lo stesso toponimo ricorre in Eg II 44 Nonne triumphales melius pexare capillos / et patrio, redeam si quando, abscondere canos / fronde sub inserta solitum flavescere Sarno?, e in VE I VI 3 Nos autem, cui mundus est patria velut piscibus aequor, quanquam Sarnum biberimus ante dentes, mentre in Rime CXVI 62 la citazione è indiretta.

Più numerose le citazioni nella Commedia. In If XIII 146 il passo d'Arno sta a indicare il capo del ponte Vecchio presso al quale " in su uno piliere " (G. Villani III 1) fu posta la statua detta di Marte; in XV 113, ove è nominato Andrea de' Mozzi, Arno sta per Firenze, così come Bacchiglione sta per Vicenza; in XXIII 95, con un francesismo, Firenze è chiamata la gran villa posta sovra 'l bel fiume d'Arno; in XXX 65 l'A. è ricordato perché vi si convogliano le acque del Casentino; in XXXIII 83 il nome del fiume ricorre nell'invettiva contro Pisa (v. CAPRAIA). Così anche in Pd XI 106, ove il crudo sasso intra Tevero e Arno è la Verna, situata tra le alte valli dei due fiumi; in Pg V 122 (fiume real) e 126 l'Arno è nominato in funzione dell'Archian rubesto che strazia il corpo di Bonconte e lo sospinge in A. (v. ARCHIANO).

Oltre a queste citazioni, fuggevoli e quasi tutte in funzione di altri luoghi, in Pg XIV 16 ss., nell'incontro con i due spiriti di Romagna, Dante si sofferma a descrivere tutto il corso del fiume. La descrizione s'inizia con l'origine dell'Arno dal Falterona (Capo d'Arno, a m 1358 nel settore meridionale di tale monte): Per mezza Toscana si spazia / un fiumicel che nasce in Falterona, / e cento miglia di corso nol sazia (vv. 16-18): il diminutivo è usato probabilmente come comparativo con altri fiumi, italiani e no, al cui confronto si ridimensiona la consistenza del fiume real (Pg V 122) e importante rispetto ai suoi affluenti (così Benvenuto: " non est fluvius magnus nec navigabilis, nec piscosus; et tamen famosus quia labitur per famosas terras, et quia viri famosi dederunt sibi famam ipsum describentes "; Per il Daniello invece il diminutivo è usato perché tutti i fiumi all'origine sono piccoli); riguardo alla lunghezza, che Dante indica piuttosto genericamente, essa corrisponde a circa 150 miglia toscane.

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