Le Parole Valgono

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Per Dante il linguaggio simbolico è un’attività che distingue, insieme con il libero arbitrio, gli esseri umani dalle bestie (determinate dall’istinto) e dagli angeli (intelligenze puramente spirituali, in grado di comunicare direttamente con Dio). La visione dantesca della storia del linguaggio cambia tra gli anni di composizione del De vulgari eloquentia e la stesura della Comedìa: mentre nel trattato incompiuto il castigo babelico, dovuto alla superbia umana, è una duplice punizione, che da un lato fa dimenticare l’idioma edenico moltiplicando le lingue, dall’altro rende queste ultime soggette a trasformazione nel corso del tempo, l’episodio dell’incontro con Adamo (Pd 26.124-138) presenta il mutamento linguistico come un fatto del tutto naturale, per cui la storia di Babele servirà solo a giustificare la molteplicità delle lingue.

D’altra parte, nella visione dantesca il tentativo di stabilire un idioma non soggetto alle differenze diacroniche e diatopiche spiega la gramatica, ovvero quella lingua artificiale che il poeta ritiene sia il latino, in base alle limitate conoscenze glottologiche dell’epoca. Da un paio di passi dell’Inferno (22.99, 27.20-21) ci rendiamo conto che Virgilio ricorre anche alla parlata mantovana nel rivolgersi a Dante-personaggio; ma, soprattutto, nel poema manca l’accezione linguistica della parola volgare, forse per il venir meno del pregiudizio di classe sulla lingua dell’uso.

Harum quoque duarum nobilior est vulgaris: tum quia prima fuit humano generi usitata; tum quia totus orbis ipsa perfruitur, licet in diversas prolationes et vocabula sit divisa; tum quia natu­ralis est nobis, cum illa potius artificialis existat. [Di queste due lingue la più nobile la volgare: intanto perché stata adoperata per prima dal genere umano; poi perché il mondo intero ne fruisce, benché sia differenziata in vocaboli e pronunce diverse; infine per il fatto che ci è naturale, mentre l’altra è, piut­tosto, artificiale.] (De vulgari Eloquentia, I, I, 4)

Già nella Vita Nuova l’uso del termine in accezione tecnica (e solo in questa) conosce un'ampia gamma, benché sia concentrato soprattutto nel capitolo teorico del libello, il XXV. Qui, e in generale nell’opera, l’asse concettuale è dato dalla dialettica e parallelismo fra latino e volgare (italiano), e fra poesia latina e poesia italiana (o romanza in genere), nodo a cui si coordina per analogia anche l'unico esempio relativo ad altra area linguistica (XXV 3, avvegna forse che tra altra gente addivenisse, e addivegna ancora, sì come in Grecia, non volgari ma litterati poeti queste cose trattavano; e cfr. GRECIA) […]

Al latium vulgare, inteso come lingua letteraria quintessenziata e nettamente distinta da tutti i volgari municipali, viene attribuita tutta una serie di aggettivi qualificativi che ne indicano l’eccellenza e la portata, anche politica, unitaria, come aulicum, cardinale, curiale e soprattutto illustre (cfr. le singole voci), i quali mediano il passaggio al secondo libro del trattato, dove la definizione del volgare supremo, o eccellentissimo o altissimo, e dei vari livelli di uso inferiori del volgare stesso (gli inferiora vulgaria già di I XIX 4) diventa da linguistica, stilistica, fino all’applicazione sintomatica al volgare (II IV 1 e 6) di categorie tradizionalmente riservate alla discussione retorica e all’analisi dei vari ‘stili’: mediocre vulgare, humile vulgare (cfr. STILI, Dottrina degli). Va qui precisato che se Dante ovviamente ha di mira soprattutto il volgare italiano e la relativa letteratura, tuttavia questa nozione di volgare e delle sue possibilità stilistiche è sempre riferita all’unità culturale dell’ydioma tripharium, indistintamente, così come già in I X 2 il vulgare prosaycum in cui i Francesi hanno il primato s’intende come il volgare in prosa di tutte e tre le lingue […] Meno articolato ma sempre interessantissimo il quadro degli usi di volgare nel Convivio. Come nella Vita Nuova il problema fondamentale è il confronto volgare (italiano)-latino, e la liceità dell'impiego letterario senza remore del primo; per cui il senso generalmente oscilla fra il preciso riferimento all’italiano e l’accezione più estensiva di “lingua popolare, naturale”.

Et sic patet soli homini datum fuisse loqui. [E così è chiaro che la parola è stata concessa solo all’uomo.] (De vulgari Eloquentia, I, II, 8)

L’interesse di Dante per il linguaggio si estende a qualche spunto teorico sulla natura e la funzione della parola. Premesso che il parlare è facoltà esclusiva dell’uomo in quanto essere razionale, differenziato in singoli individui per modi propri d’intendere e giudicare, la parola si configura come suono vocale che accoglie le conceptiones dell’animo e ne permette la comunicazione agli altri: è cioè, secondo la definizione del Nardi (Dante e la cultura medievale, Bari 1949², 165) “sintesi viva del concetto col segno sensibile”, centro di valore spirituale:

Oportuit ergo genus humanum ad comunicandas inter se conceptiones suas aliquod rationale signum et sensuale habere ... sensuale quid est, in quantum sonus est; rationale vero, in quantum aliquid significare videtur ad placitum 

“È stato perciò necessario che il genere umano disponesse, per la mutua comunicazione dei pensieri, di un qualche segno insieme razionale e sensibile … fenomeno sensibile in quanto è suono; fenomeno razionale in quanto ciò che significa, lo significa evidentemente a nostro arbitrio” (trad. Mengaldo) (VEI III 2-3).

La lingua ch’io parlai fu tutta spenta innanzi che all’ovra inconsummabile fosse la gente di Nembròt attenta; ché nullo effetto mai razionabile, per lo piacere uman che rinovella seguendo il cielo, sempre fu durabile. (Paradiso XXVI, 124-129)

Il citato passo di Paradiso XXVI 124-138 dimostra che verosimilmente le ricerche condotte sulla letteratura patristica indussero Dante a maturare il suo pensiero dopo il De vulgari Eloquentia e a presentare qui la nuova dottrina, la quale, del resto, è ispirata al concetto d’ordine generale affermato nel trattato (I IX 6), e cioè che tutto ciò che è umano è transeunte e mortale. La differenza più sensibile tra la posizione dichiarata nel De vulgari Eloquentia e quella successiva del poema consiste in questo: nel trattato latino la lingua è fatta da Dio ed è concreata con l’anima “quanto ai vocaboli coi quali eran designate le cose, quanto alla costruzione delle parole e perfino quanto al modo di proferire il discorso” (Nardi, cit.), e tale doveva mantenersi sempre, prima e dopo la torre di Babele; nel poema, invece, la lingua parlata da Adamo era creazione sua, cioè opera naturale, e quindi come tale soggetta alla legge della mutabilità. La prima negazione riguarda la durata della lingua parlata da Adamo; essa viene dichiarata spenta prima dell’edificazione della torre di Babele; ne consegue una chiara affermazione di principio (la lingua come atto e fatto naturale) che rende ragione del tono perentorio dell’attacco iniziale e al tempo stesso introduce il citato concetto della mutabilità delle cose umane, inserendovi, per altro, una connotazione sulla libera scelta affidata anche in questo campo all’uomo, non senza un apprezzamento qualitativo di rilievo non meramente estetico o stilistico. Questa affermazione, nella convenienza del contesto paradisiaco, concorda ancora nell’assunzione, come termine esplicativo, del nome di Dio per dare ragione e prova della legge di variazione enunciata. Il motivo stesso è metaforicamente ribadito mediante l’analogia della fronda e del ramo […]

«Nell’ampia premessa sulla natura, genesi e storia del linguaggio che occupa, con gusto enciclopedico ed eziologico tipicamente medievale, la parte iniziale del De vulgari Eloquentia, ha un posto importante il tema del primiloquium, cui sono dedicati tre capitoli (I IV-VI). La tesi che il primo parlante sia stato A. è metodologicamente importante perché comporta, nel ragionamento di Dante, un’esplicita smentita da parte della ragione (verosimilmente basata sulle nozioni correnti della maggior peccaminosità di Eva rispetto ad Adamo e in genere dell’infermità razionale delle donne) a un passo della Scrittura (Gen. 3, 2-3), letteralmente citato in VE I IV 2, stando al quale le prime parole sarebbero state quelle pronunciate da Eva in risposta al serpente […] Quanto alla natura e origine della lingua adamitica, Dante è esplicito: dicimus certam formam locutionis a Deo cum anima prima concreatam fuisse (VE I VI 4: ‘forma concreata’ è tipica formula tomistica). Cioè, parafrasando col Terracini, Dante intende dire che “con Adamo Dio ha creato addirittura la struttura del linguaggio, il che è assai più determinante di una semplice facoltà di esprimersi per mezzo della parola”: e ciò in contrasto con le vedute nettamente prevalenti (anche se per lo più suggerite, piuttosto che formulate chiaramente) nella filosofia scolastica, secondo cui il linguaggio era stato insomma creazione adamitica, sulla base della concessione della facoltà di parlare da parte di Dio (e v. Gen. 2, 19-20)

Cum neminem ante nos de vulgaris eloquentie doctrina quicquam inveniamus tractasse [...] [Poiché non ei risulta che nessuno prima di noi abbia svolto una qualche trattazione sulla teoria dell’eloquenza volgare ...] (De volgari Eloquentia, incipit)

Il De vulgari Eloquentia si apre con una perentoria affermazione della novità assoluta dell'impresa che con esso Dante si accinge a compiere […] Certo l'opera si colloca in una tradizione già vivace di riflessioni e sistemazioni normative, retoriche e grammaticali, sui volgari assunti a dignità letteraria, ma tutti questi ‛ precedenti ' sono veramente cose diverse e minori del trattato dantesco. […] il trattato di Dante " non è di grammatica volgare e neppure è un manuale pratico di versificazione, ma è concepito come una organica arte del dire in volgare, fondata su princìpi di filosofia, di poetica e di retorica universali " (Marigo), e, si può aggiungere, inquadrata in una robusta valutazione storico-critica delle letterature romanze.

Ma il De vulgari Eloquentia è soprattutto l'opera di un letterato impegnato in una sua poetica e politica culturale. Di qui una delle maggiori novità dell'opera rispetto alla trattatistica medievale congenere, e una delle ragioni fondamentali del suo valore istituzionale nella storia della nostra cultura letteraria: cioè il fatto che il momento della normatività linguistica e stilistica scaturisce da un'impostazione di critica e storia letteraria, non solo italiana ma romanza, mordente e di ampio respiro.  

E notevole, e culturalmente significativo, che nel corso del Trecento e soprattutto del Quattrocento l'opera abbia avuto diffusione e fortuna complessivamente così scarse, anche rispetto a quelle degli altri due maggiori trattati danteschi. […] Nel Cinquecento avviene un vero e proprio rilancio del De vulgari Eloquentia, non solo nel senso che riappare diffuso e studiato, ma soprattutto perché diviene pezza d'appoggio o idolo polemico diretto nelle discussioni sulla questione della lingua.

Il De vulgari Eloquentia è dunque veramente, come è stato detto, la magna charta della nostra lingua e letteratura.

Est et inde alia locutio secundaria nobis, quam Romani gramaticam vocaverunt. [Abbiamo poi un’altra lingua di secondo grado, che i Romani chiamarono grammatica] (De vulgari Eloquentia, I, I, 2-3)

Già all’epoca della Vita Nuova si trova accennata la concezione per cui presso certi popoli antichi e moderni, latini compresi, coesistono due lingue, una volgare e una dei ‘litterati’ (Vn XXV 3: v. GRECIA: Lingua). Ma l’uso di gramatica nel senso specifico sopra enunciato, e una teoria articolata della natura e genesi delle lingue ‛grammaticali’, si trovano solo all’altezza del Convivio e del De vulg. Eloquentia. Gli uomini (cfr. VE I I 2 ss.) possiedono tutti una locutio vulgaris, che essi apprendono spontaneamente fin da bambini, sine omni regula nutricem imitantes, e che ha queste caratteristiche fondamentali: di essere il linguaggio primario del genere umano (prima fuit humano generi usitata), di essere universale (totus orbis ipsa perfruitur), benché sotto forme diverse quanto a pronuncia e vocabolario, di essere naturalis. Accanto ad essa alcuni popoli, come i Romani (che la chiamarono gramatica), i Greci e altri, hanno un’altra lingua nata in un secondo tempo (secundaria), artificialis, posseduta veramente da pochi (ad habitum ... huius pauci perveniunt), poiché apprendere le sue regole e addottrinarsi in essa richiede tempo e studio assiduo (gramatica sarà in questo passo molto più probabilmente sostantivo che aggettivo riferito a ‛lingua’). Cfr. a questo proposito un passo del grammatico trecentesco Enrico di Crissey: “Latinorum populorum... laici dicuntur habere ydiomata vocum impositarum ad placitum, quae ydiomata docentur pueri a matribus et parentibus. Et ita ydiomata multiplicia sunt apud Latinos ... Clerici vero Latini dicuntur habere ydioma idem apud omnes eos, et istud docentur pueri in scolis a magistris”. Analogamente agli spunti contenuti in questo passo e in quello citato della Vita Nuova, in Cv I XI 14 si parla di una gramatica greca contrapposta al latino romano. Alla fine dei capitoli sulla natura e la storia del linguaggio del De vulg. Eloq., Dante si riallaccia circolarmente al capitolo proemiale e spiega la genesi delle lingue grammaticali. Con la confusione babelica si è spezzata l’unità linguistica originaria del genere umano, e le lingue degli uomini, in quanto modellate ora secondo il loro ‘beneplacitum’, sono sottoposte come tutti gli altri aspetti della vita umana alla costituzionale mutevolezza che contraddistingue questo variabilissimum animal, e perciò variano nel tempo e nello spazio, infinitamente. Di qui l’esigenza di linguaggi stabili:

"Hinc moti sunt inventores gramaticae facultatis; quae quidem gramatica nichil aliud est quam quaedam inalterabilis locutionis idemptitas diversis temporibus atque locis. Haec cum de comuni consensu multarum gentium fuerit regulata, nulli singulari arbitrio videtur obnoxia, et per consequens nec variabilis esse potest. Adinvenerunt ergo illam, ne propter variationem sermonis arbitrio singularium fluitantis, vel nullo modo vel saltim imperfecte antiquorum actingeremus autoritates et gesta, sive illorum quos a nobis locorum diversitas , facit esse diversos."

“Di qui sono partiti gli inventori della grammatica: la quale grammatica non è altro che un tipo di linguaggio inalterabile e identico a sé stesso nella diversità dei tempi e dei luoghi. Questa lingua, avendo ricevuto le proprie regole dal consenso unanime di molte genti, non appare esposta ad alcun arbitrio individuale, e di conseguenza non può essere neppure mutevole. Pertanto coloro che la inventarono lo fecero per evitare che il mutare del linguaggio, fluttuante in balìa dell’arbitrio individuale, ci impedisse del tutto, o quantomeno ci consentisse solo imperfettamente, di venire in contatto con il pensiero e le azioni memorabili degli antichi, così come di coloro che la diversità dei luoghi rende diversi da noi” (trad. Mengaldo)] (VE I IX 11).

Lo latino è perpetuo e non corruttibile. (Convivio, I, V, 8-9)

Dante non scorge del latino se non la decadenza morale, nell’aver perduto il rapporto con il pubblico, e su questa constatazione soltanto articola la sua condanna. Giustamente il Paratore spiega la scelta di Dante in favore del volgare con l’osservazione che a Dante stesse a cuore “rivendicare questa patente di nobiltà” perduta dal latino e conquistata dal volgare, “proprio perché egli era poeta in questa lingua, per lo stimolo che la sua personalità avvertiva di rendersi intelligibile al maggior numero possibile dei suoi simili, dati i fini messianici sempre da lui avvertiti nella sua poesia”. Aggiungerei: e ancora per la coscienza dei suoi maggiori e per l’amoroso vagheggiamento della semplicità saturnia di una Firenze sobria e pudica (Paradiso XV 99) e della naturale nobiltà della favella di quell’esemplare mitico di cui Cacciaguida è la figurazione politica intorno alla quale gira l’intera struttura del grande carmen laicum. Nel quadro della grande difesa del volgare di Cv I XI il latino viene definito meno nobile del volgare, come il greco meno nobile del latino romano, come la lingua di Provenza meno nobile del parlare italico, se è vero che hanno torto quelli che fanno vile lo parlare italico e prezioso quello di Provenza (§ 14), se ha ragione Tullio che biasima coloro che mettono il greco di sopra al latino. La gramatica greca, termine di paragone del provenzale in Cv I XI 14, è come la gramatica latina di VE I I 3, indicativa del linguaggio strutturato, ma nell’uso di élites, che Dante vede, ostilmente, degenerate in quanto moralmente artificiali, fra cui molti sono che amano più d’essere tenuti maestri che essere (Cv I XI 11), in opposizione al linguaggio naturale che appunto perché a piacimento artificiato è invece libero da schemi e strutture di mala nobiltà. In questa angolazione, credo, è da valutarsi la comparatio nobilitatis fra latino e volgare.

Mossimi ancora per difendere lui da molti suoi accusatori, li quali dispregiano esso e commendano li altri, massimamente quello di lingua d'oco, dicendo che è più bello e migliore quello che questo; partendose in ciò da la veritade. (Convivio, I, X, 11)

La lingua d’oc parlata dai Provinciales e/o Yspani, siti in uno spazio territoriale approssimativamente definito in VE I VIII 7 ss., è uno dei tre rami in cui si è suddiviso l’ydioma tripharium dell’Europa meridionale, a sua volta derivante dalla tripartizione di un altro idioma originariamente unitario, nato dalla confusione babelica e portato in Europa da coloro che vi vennero o ritornarono dopo l’episodio della costruzione della torre […] Come lingua della grande civiltà trobadorica, la provenzale è quella con cui la retorica e poetica di Dante fa maggiormente i conti, nel Convivio e nel De vulgari Eloquentia, sia sottolineandone i rapporti di continuità con la recente tradizione lirica italiana, sia assumendola come principale termine di confronto di un discorso di politica culturale, di egemonia e autonomia letteraria […] Nel De vulgari Eloquentia Dante nomina, citandone anche testi, Giraldo da Borneill, Bertram de Born, Arnaldo Daniello, Folchetto di Marsiglia, Aimeric de Belenoi e Aimeric de Pegulhan; ricorda solo col nome, senza citazioni, anche Peire d’Alvernia e, a titolo particolare, Sordello (v. sopra). I primi quattro trovatori e Sordello tornano nella Commedia, e tutti (fuorché Giraldo evocato di scorcio) come personaggi attivi, distribuiti nelle tre cantiche […] I versi messi in bocca ad Arnaldo Daniello e le citazioni del De vulg. Eloq. consentono di farsi un’idea dell’effettivo possesso del provenzale da parte di Dante. Naturalmente bisogna procedere con la massima cautela, perché in entrambi i casi è lecito supporre una forte e immediata degradazione dovuta ai copisti (degradazione che nel brano di Purgatorio XXVI approda a una verniciatura francesizzante sempre più spessa con il tempo). Unica garanzia sicura è, per il discorso di Arnaldo, la rima: e qui cadono due ‘errori’ di morfologia come deman e cobrire. Il che contribuisce a indurre a prudenza nell’accollare sempre all’archetipo gli errori comuni che i manoscritti del De vulgari Eloquentia testimoniano, quali che per que costantemente, mancanza di -s nei casi soggetto e viceversa mos per mon, ecc., fino alla doppia lezione, e la seconda ben scorretta, nelle due citazioni dell’incipit di Aimeric de Belenoi (v. per tutto questo l’ediz. Mengaldo, pp. CXIV-CXV); questi fenomeni a loro volta potrebbero giustificare un atteggiamento meno ortopedizzante della lezione dei codici per quei versi della Commedia (a cominciare proprio da cheper que). Si tratta del resto di una casistica d’inesattezze o italianismi ben comune nell’Italia duecentesca: da citazioni come quelle di Guittone (Lett. XVI) o del Novellino (LXIV) alle sillogi di poesia provenzale compilate in Italia, agli stessi ‘trovatori’ italiani (v. per Dante da Maiano l’ediz. Bettarini, pp. 189 ss.), ecc.

Totum vero quod in Europa restat ab istis, tertium tenuit ydioma, licet nunc tripharium videatur: nam alii oc, alii oil, alii siaffirmando locuntur, ut puta Yspani, Franci et Latini. [Infine tutto quanto resta in Europa al di fuori di questi due dominii, fu occupato da un terzo idioma, che tuttavia ora appare triforme, dato che alcuni per affermare dicono oc, altri oìl, altri ancora sì, come gli Ispani, i Francesi e gli Italiani.] (De vulgari Eloquentia, I, VIII, 5-6)

L’unico autore francese antico che Dante citi nominalmente nel De vulgari Eloquentia è ovviamente un poeta lirico, Thibaut, e cioè Tebaldo di Navarra (v.). Per il resto, tracciando in VE I X 2 un panorama della letteratura francese, Dante si limita per così dire ai ‛generi’ a suo avviso dominanti, anonimi e indifferenziati. Ma le stesse citazioni di testi lirici sono scarse e chiaramente subordinate […] Pare comunque lecito sottolineare come il Dante maturo esibisca, o almeno lasci intravvedere, un atteggiamento che si può senz’altro definire anti-francese, in politica ma anche e coerentemente sul piano culturale […] tale atteggiamento, se il Fiore è di Dante, comporta in grado cospicuo una sostanziale revisione delle proprie stesse posizioni culturali (e in esso si potrebbe d’altra parte inserire il problema dell’assoluto silenzio che egli ha riservato a questa sua prova) […] Veniamo dunque a VE I X 2. Sono a confronto le tre lingue dell’ydioma tripharium, ognuna delle quali può avanzare i suoi titoli di benemerenza:

Allegat ergo pro se lingua oïl, quod propter sui faciliorem ac delectabiliorem vulgaritatem [da intendersi non come “divulgazione” (Marigo), ma come “natura di volgare” (Pellegrini)] quicquid redactum sive inventum est ad vulgare prosaycum, suum est: videlicet Biblia cum Troianorum Romanorumque gestibus compilata et Arturi regis ambages pulcerrimae et quamplures aliae ystoriae ac doctrinae […]

In altre parole sono individuati in questo brano tre generi fondamentali di produzione prosastica, nei quali la lingua e cultura francese deteneva l’egemonia: le compilazioni storiche, la prosa romanzesca di argomento brettone, la letteratura didattico-dottrinale in prosa. E naturalmente il senso del passo indica che Dante pensa non solo a produzione scritta da francesi, ma anche a opere di quel tipo stese in francese da italiani, a cominciare verosimilmente dal magno Tresor brunettiano, esempio tipico della terza categoria

E io a lui: - I' mi son un che, quando Amor mi spira, noto, e a quel modo ch'e' ditta dentro vo significando (Purgatorio XXIV, 52-54)

Di contro ai modi espressivi dell’animale, che consistono nell’emissione di un segnale che ha tutti i caratteri del segno naturale, Dante esalta il significare umano riconoscendo il valore puramente intellettuale degli atti di significazione, i quali, in quanto utilizzano segni verbali stabiliti nella loro realtà di ‘segno’ in seguito a convenzione sociale, sono possibili grazie all’utilizzazione di un sistema che solo garantisce la possibilità della comunicazione tra gli uomini. Il significare letterario, a sua volta, non consisterà nella semplice espressione del mondo interiore dell’artista, ma piuttosto in una sottile opera di cifratura da realizzarsi alla luce dell’intelletto e alla presenza dell’intelligibilità ‘comune’ inerente al segno […]

Accogliendo la dottrina aristotelico-boeziana, dunque, Dante si orientava verso quegli usi che specificassero i valori mentalistici e prettamente linguistici del significare. Questo consiste in una relazione che lega res e voces e che va inserita in una trama di significati necessariamente collettivi presupponendo in ogni caso l’esercizio di un’attività superiore […] Il significare proprio dei singoli vocaboli riceve precisazione e delimitazioni dal contesto nel quale essi sono inseriti; così, non è corretto parlare di qualità naturalmente comuni a tutti gli uomini usando termini che fanno riferimento ai singoli individui che partecipano di quella qualità (Cv III XI 7) […] Uno degli usi fondamentali del s. dantesco riguarda l’area terminologica dell’ermeneutica, dove il termine è chiamato a descrivere un tratto essenziale tanto del momento della cifratura quanto della decifrazione: il significare è ciò che lo testo intende mostrare (Cv IV XXVIII 1)

E dico che li miei pensieri - che sono parlare d'Amore - 'sonan sì dolci', che la mia anima, cioè lo mio affetto, arde di potere ciò con la lingua narrare. (Convivio, III, III, 14)

Una riflessione sistematica e approfondita sui problemi del linguaggio si trova solo in un giro di anni e d’interessi preciso dell’attività dantesca: soprattutto, come ovvio, nel De vulgari Eloquentia (e in parte nel contemporaneo Convivio), ma con un’importante ripresa in alcuni versi del XXVI del Paradiso. In linea di massima tale riflessione s’inserisce nelle linee portanti del pensiero linguistico medievale, quale, in modo raramente sistematico ma per lo più legato alla soluzione di singole questioni teologiche e filosofiche, si era venuto enucleando dalla tarda antichità nel solco di due filoni principali: l’esegesi di taluni luoghi biblici (in particolare del Genesi) e il commento a opere aristoteliche come il De Interpretatione (non sorprende che anche in questo caso, come tipico del pensiero medievale, una tradizione di pensiero si fissi in margine ad auctoritates da commentare).

È caratteristico che, dei due assi su cui si svolge il mutamento linguistico, quello spaziale e quello temporale, Dante insista maggiormente sul secondo, e non solo perché la varietà nello spazio gli appare come naturale conseguenza di quella nel tempo, ma certo anche perché ha coscienza che nell'accentuazione del fattore temporale consiste la parte più importante e più nuova della sua concezione della lingua. L’osservazione della varietà geografica dei linguaggi era infatti, come si è accennato, di portata abbastanza comune; molto meno, per quanto a noi possa parere curioso, la consapevolezza della costituzionale mutevolezza delle lingue nel tempo, cui ostava anzitutto la quotidiana esperienza del latino quale idioma permanente e stabile nelle sue strutture, come dimostrano chiaramente le stesse pagine sull’argomento del I libro del Convivio: mentre è sintomatico che in questo stesso capitolo del De vulgari Eloquentia alla dottrina del necessario variare delle lingue faccia immediatamente seguito quella della convenzionalità del latino, in tal modo sottratto alla legge che governa tutti gl’idiomi naturali.

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