Le Parole Valgono

Scopri tutte le liste #leparolevalgono

Torna alle liste

L’opera più esplicitamente politica di Dante, la Monarchia, affronta tre questioni: la necessità dell’impero, la legittimità del popolo romano nell’ufficio del monarca, la fonte divina dell’autorità imperiale (ovvero la sua autonomia rispetto al papato). La trattazione sviluppa motivi già rintracciabili nel poema, come la cosiddetta “teoria dei due soli”, esposta da Marco Lombardo in Pg 16.106-114. L’importanza della Monarchia risiede anche nel fatto che, insieme con la Vita nova e la Comedìa, è la terza grande opera portata a compimento da Dante, che invece decise di interrompere il trattato filosofico (Convivio) e quello linguistico-retorico (De vulgari eloquentia). Gli studiosi attribuiscono al disegno politico della Monarchia la rivalutazione dell’artistocrazia («Est enim nobilitas virtus et divitie antique, iuxta Phylosophum in Politicis» [Mn 2.3.4]) rispetto alla polemica letteraria, a cavallo tra Due e Trecento, riguardo alla vera gentilezza, fondata sui bei costumi anziché sulla stirpe (cfr. la canzone Le dolci rime, commentata nel quarto libro del Convivio). 

Sarebbe anacronistico applicare alle divisioni politiche della Firenze di Dante le categorie moderne di progressisti, moderati e conservatori: gli stessi borghesi aspiravano a raggiungere lo status delle famiglie magnatizie; contadini e operai non erano considerati degni di rispetto. Per quanto riguarda il rapporto con la ricchezza, l’atteggiamento dantesco è di equilibrio, ovvero di condanna del pauperismo e della cupidigia insieme. In particolare, il trattamento riservato agli usurai, puniti in quanto violenti contro «la divina bontade» (If 11.96), muove dal castigo edenico, che avrebbe indicato all’umanità due strade per vivere, natura e arte; al contrario, l’usuriere moltiplica il denaro senza lavorare o trarre lecito profitto da beni immobili (ad es., terre coltivate). Tale critica in parte colpisce anche il padre di Dante, Alighiero II, che esercitò l’attività di cambiavalute, oltre a possedere vari terreni. 

La condizione di exul inmeritus non determina mai un vero e proprio adeguamento alla vita cortigiana: nonostante le continue invettive contro Firenze, a Dante mancherà sempre la dimensione politica del Comune, oltre che le bellezze della «nobil patria» (If 10.26); poiché «sa di sale / lo pane altrui» (Pd 17.58-59), il cosmopolitismo è l’unico rimedio, ovvero sentirsi come colui «cui mundus est patria velut piscibus equor» (DVE 1.6.3). 

Vi presentiamo ora la lista delle dieci parole che meglio descrivono il concetto di politica per Dante. Buona lettura!

Non forza, ma ragione... divina, [conviene] essere stata principio del romano imperio. (Convivio, IV, 12)

Nella lingua di Dante il termine è portatore di tre valori, ai quali fin dall'antichità risulta legato il corrispondente latino e che nel Vocabularium di Papia (sub v. imperium) sono indicati come "potestas, iussio, perpetuum regnum".

Nel senso di "comando", il termine occorre in Cv IV XXII 1 Comandamento è de li morali filosofi che de li benefici hanno parlato... onde io, volendo a cotale imperio essere obediente..., dov'è da notare l'esplicita correlazione comandamento-imperio. Questa valenza permane anche quando il termine è usato in contesti in cui prevale altro valore: IV IV 7 universale e inrepugnabile officio di comandare... per eccellenza Imperio è chiamato. Ancora nel senso di "ordine", "disposizione provvidenziale", in II XII 5 E sì come essere suole che l'uomo va cercando argento e fuori de la 'ntenzione truova oro, lo quale occulta cagione presenta, non forse sanza divino imperio.

Ma la maggior parte delle occorrenze del termine designa l'istituto della monarchia universale che Dio ha affidato a Roma e al suo popolo:

[Enea] fu de l'alma Roma e di suo impero

... per padre eletto; (If II 20)

L'impero di Roma è universale, infinito nel tempo e nello spazio: IV IV 11 a li Romani né termine di cose né di tempo pongo; a loro ho dato imperio sanza fine (cfr. Virgilio Aen. I 278 " His ego nec metas rerum nec tempora pono: / imperium sine fine dedi ", ripreso da Agostino Civ. II 29; cfr. Groppi, D. traduttore, Roma 1962², 105). nella forma storicamente definita dell'i., l'atto culminante con cui l'imperatore viene insignito dei suoi poteri è l'incoronazione: XXIX 2 potrebbe dire ser Manfredi da vico... li miei maggiori...meritaro di porre mano a lo coronamento de lo imperio (cfr. G. Villani X 55 " Il modo come [ludovico il Bavaro] fu coronato, e chi 'l coronò, furono gl'infrascritti... e co' detti a coronarlo sì furono dei cinquantadue del popolo, e 'l Prefetto Di Roma sempre andandogli finanzi, come dice il suo titolo ": porre mano a lo coronamento vale ‛ partecipare come invitato ufficiale alla cerimonia dell'incoronazione '; che questa rappresentasse l'atto finale dell'investitura imperiale risulta da documenti del tempo: cfr. Mon. Ger. Hist., Legum IV, t. IV p. I, Hannover-Lipsia 1906, nr. 21, p. 18: " qua quidem die ad apicem coronationis nostrae divina favente dispensacione devenimus "; nr. 257, p. 219: " nos consecrari, coronari et praefici in Romanorum regem contingat ", e nr. 264, p. 234: " postquam ad apicem nostrae coronacionis divina favente dispositione devenimus "; gli ultimi due documenti sono del 1308-09 e appartengono ad Arrigo VII). Cfr. anche Pg VI 105 'lgiardin de lo 'mperio, per cui v. LA DOTTRINA DELL'IMPERO.

In Cv IV VIII, con riferimento alle critiche rivolte alla definizione di nobiltà data da Federico II, Dante precisa cosa sia negazione (v.) e cosa sia privazione (v.: si ha negazione quando quello che non è non si confessa [§ 12] e, sul piano linguistico, essa si esprime mediante il ‛ non ' premesso a un termine, mentre privazione è mancanza di cosa dovuta, ed è espressa da un termine che ha il prefisso ‛ in '), e afferma: § 10 E come io... contra la reverenza del Filosofo non parlo ciò riprovando, così non parlo contra la reverenza de lo imperio; 11 me non essere inreverente a la maiestade de lo imperio; 13 Per che se io niego la reverenza de lo Imperio, non sono inreverente, ma sono non reverente, e 14 in questo caso a lo Imperio reverenza avere non debbo; in tutte queste occorrenze, i. designa l'istituto imperiale (per il parallelismo reverenza del Filosofo-reverenza de lo Imperio, o anche autorità del Filosofo-maiestade imperiale [cfr. § 5], v. LA DOTTRINA DELL'IMPERO; v. anche AUTORITÀ).

[...] per la nascita di Cristo la terra convenia essere in ottima disposizione; e la ottima disposizione de la terra si ha quando ella è monarchia. (Convivio, V, 4)

Monarchia è il titolo (e non De Monarchia, estraneo alla tradizione manoscritta) di un trattato in tre libri di argomento politico, scritto da D. in lingua latina. Il titolo non si riferisce genericamente a ogni stato in cui sia sovrano un re; si riferisce invece all'Impero: quell'unico principato che sta sopra tutti gli altri, relativamente a ciò che ha principio e fine nel tempo (cfr. Mn I II 2).

La Monarchia venne infatti composta con l'intento di difendere i diritti dell'Impero contro le pretese della Chiesa e l'ostilità dei guelfi, dimostrando anzitutto a coloro che volevano la distruzione dell'Impero che esso era necessario per la felicità del genere umano; in secondo luogo opponendo a coloro che indebitamente aspiravano a sostituirsi all'imperatore, che soltanto il romano Impero era tale di diritto, perché voluto dalla divina Provvidenza; e finalmente, contro la dottrina ierocratica che riservava alla Chiesa il diritto di ratificare con la confirmatio la scelta degli elettori, conferendo legalmente all'eletto la corona di rex Romanorum e il diritto di amministrare l'Impero, Dante sostiene che l'imperatore riceve la sua autorità direttamente da Dio, e non dalle mani del pontefice. Ciò posto, Dante conclude il trattato chiarendo quale debba essere il corretto rapporto tra i due poteri: egli prendeva così posizione entro il quadro di una controversia secolare, che negli anni immediatamente precedenti aveva raggiunto uno dei suoi punti culminanti con la lotta tra Filippo il Bello e Bonifacio VIII. E D. poté attingere gli argomenti della propria discussione, e le linee fondamentali della soluzione che egli prospettava, da alcuni degli scritti polemici che numerosi vennero allora composti a sostegno delle opposte dottrine: il De Potestate regia et papali di Giovanni da Parigi, la glossa anonima alla bolla Unam Sanctam di Bonifacio VIII, la Determinatio compendiosa de iurisdictione Imperii attribuita a Tolomeo da Lucca, il De Regimine Christiano di Giacomo da Viterbo: tanto per limitarci ad alcune delle opere che più sicura traccia lasciarono nella Monarchia. Impostando il suo trattato in modo del tutto diverso da certi precedenti apologeti dell'Impero, come Enghelberto d'Admont ad esempio, Dante affrontava la discussione con argomenti filosofici, teologici, giuridici, tutto serrando entro le regole del sillogismo, con un procedimento scolastico rigidamente osservato che inserisce la Monarchia fra gli scritti volti a negare la dottrina della potestas directa in temporalibus, agl'inizi del Trecento decisamente riaffermata da Bonifacio VIII e da Clemente V, e sviluppata dai teologi ierocratici in organici trattati sulla Chiesa e sul primato papale.

Dante riafferma dunque la piena eguaglianza dell'imperatore e del papa per quanto riguarda l'origine del loro potere e la funzione che essi assolvono: tanto il papa che l'imperatore sono eletti per ispirazione divina; papa e imperatore hanno, tosto che vengono eletti, la pienezza del loro potere; il potere dell'imperatore viene direttamente da Dio, al pari di quello del papa; il papa e l'imperatore sono le due guide indispensabili per l'umanità sulla via della felicità terrena e della felicità eterna. Ma nelle ultime righe del trattato Dante afferma che siffatta parità tra i due poteri, relativamente all'origine indipendente della loro autorità, non significa che l'imperatore non sia parzialmente soggetto al papa (in aliquo Romano Pontifici non subiaceat, III XV 17).

Immagine: Philip Veit, Stanza di Dante, 1818-24, Villa Giustiniani al Laterano, Roma, credit: Sailko, CC BY 3.0 <https://creativecommons.org/licenses/by/3.0>, attraverso Wikimedia Commons

E quelli a me: «Dopo lunga tencione verranno al sangue, e la parte selvaggia caccerà l’altra con molta offensione. (Inferno, VI, 64-66)

Appellativi delle due fazioni o partiti in cui si divise la Parte guelfa fiorentina, verso la fine del sec. XIII, e in cui si identificano gl'ideali, gli interessi economico-sociali e l'azione politica dei Cerchi e dei Donati. La divisione della Parte guelfa è già un fatto compiuto all'indomani della zuffa di Calendimaggio del 1300, quando Ricoverino de' Cerchi era ferito in una mischia con una brigata di giovani Donateschi in piazza S. Trinita. Per il Villani (VIII 39) " come la morte di messer Buondelmonte il Vecchio fu cominciamento di Parte guelfa e ghibellina, così questo fu il cominciamento di grande rovina di Parte guelfa e della nostra città ". Naturalmente l'antagonismo fra i due partiti aveva radici complesse e lontane nel tempo, né è possibile comprendere appieno gli avvenimenti del 1300 e 1301, cioè la conclusione, se non diamo uno sguardo retrospettivo alle cause che li avevano generati.

Com'è noto, l'istituzione del governo delle arti (1282) aveva segnato il trionfo del Popolo grasso, anche se a questo non era seguita l'esclusione dall'esercizio del potere degli appartenenti al gruppo nobiliare magnatizio, anche perché, e pure questo è conosciuto, nella vita di tutti i giorni fra i due mondi non c'era quell'antagonismo che il Salvemini aveva fatto intravedere e che poi sarebbe stato la causa motrice degli avvenimenti fiorentini dell'ultimo quarto del Duecento. La proclamazione degli Ordinamenti di giustizia del 1293 segna il trionfo delle frange più popolari del mondo politico cittadino: il gruppo magnatizio, tutt'altro che compatto, vien così colpito da una legislazione di carattere eccezionale, vessatoria, e messo in condizione di netta inferiorità essendo rimasto escluso dalla vita politica cittadina. Com'era logico che avvenisse, il carattere vessatorio degli Ordinamenti di giustizia genera nei grandi malcontento e stato di tensione, acuiti dal fatto che la forza effettiva delle armi risiedeva proprio in loro: " Noi " diranno in un momento di esplosione d'ira percuotendo i consoli delle arti, " siamo quelli che demo la sconfitta in Campaldino, e voi ci avete rimossi degli ufici e onori della nostra città " (Compagni, I 21).

Si arriva così al temperamento degli Ordinamenti stessi del luglio 1295, col quale si ridà ai grandi la possibilità di partecipare alla vita politica mediante l'iscrizione a un'arte, sia pure non esercitandola in continuità (" continue artem non exercentes "): la legge, ricorrendo a una finzione giuridica, riconosce una situazione di fatto in evoluzione e certo in parte già diversa da quella del 1293, anche se la massa dei grandi non può, o non vuole, iscriversi, sia pure nominalmente, a un'arte e quindi per loro perdura lo stato d'inferiorità politica introdotto due anni prima.

Esclusi dalle vere fonti del potere, Priorato e altri organi della costituzione, i magnati rimangono padroni dell'Ufficio della Parte guelfa, organo nato col trionfo dei guelfi e destinato a tutelarne gl'interessi e la fortuna: perciò ufficio di rilevante importanza, anche politica; ed è qui che si manifestano, dopo il 1295, i primi dissensi pubblici nel gruppo dei grandi, ed è di qui che prende le mosse la gara politica fra i Cerchi e i Donati, destinata in breve volgere di tempo a trasformarsi in lotta aperta tra due partiti politici, che prenderanno poi il nome di Bianchi e di Neri.

 

Immagine: Antonio Puccinelli, Dino Compagni in San Giovanni predica la pace tra guelfi e ghibellini, ela ottocentesca, Palazzo Compagni, Firenze Sailko, CC BY 3.0 <https://creativecommons.org/licenses/by/3.0>, attraverso Wikimedia Commons

Dunque, siccome Papa e Imperatore son ciò che sono per certe relazioni, cioè in virtù della dignità papale e di quella imperiale, delle quali relazioni l’una rientra nel­l’ambito della paternità e l’altra nell’ambito del dominio, è chiaro che Papa e Imperatore, in quanto tali, debbono rientrare nella categoria della relazione, e per conseguenza esser ricondotti a qualcosa che si trovi in questa categoria. (Monarchia, III, XI, 6, a cura di Bruno Nardi)

Di una trattazione specifica del Papato - in parallelo con quella dell'Impero, ampiamente illustrata nella Monarchia, nel Convivio e nella stessa Commedia - non è il caso di parlare, per Dante: la stessa parola, papatus, ricorre due sole volte nell'opera dantesca, in Mn III XI 6 10, in un contesto che sembra piuttosto scontare una concezione consapevole e accettata in modo definito, almeno da parte di Dante.

Tutta la trattazione del capitolo XI del terzo della Monarchia insiste sul valore dei concetti correlativi di Papatus e Imperiatus, che nelle argomentazioni dei curialisti (v. per un rinvio alla Determinatio compendiosa e anche a Giovanni di Parigi il commento del Vinay al passo, p. 259) implicano un'equivalenza con papa e imperator: come tutte le cose che sono di uno stesso genere devono essere ridotte ad unum (tanquam ad mensuram omnium eorum, Mn III XI 1), anche il papa e l'imperatore oportet quod reducantur ad unum hominem; e poiché il papa non sit reducendus ad alium (§ 2), l'imperatore e gli altri uomini devono essere ‛ridotti' a lui. Dante ribatte che il ragionamento è valido solo a patto di considerare il papa e l'imperatore in quanto uomini, non in quanto propriamente papa e imperatore, cioè per quel che concerne la loro ‛forma accidentalis' (la ‛ forma substantialis ' è il fatto di essere uomini, dal che traggono genere e differenza specifica). Ora la ‛ forma accidentalis ' di papa e d'imperatore è una relatio per quam sortitur spetiem quandam et genus, et reponitur sub genere ‛ad aliquid', sive ‛relations' (§ 5): le rispettive relazioni di papa e d'imperatore sono pertanto sub ambitu paternitatis e sub ambitu dominationis (§ 6). Ne consegue per Dante che Papa et Imperator, in quantum huiusmodi, habent reponi sub praedicamento relations, et... reduci ad aliquod existens sub illo genere (§ 5). Ora questo aliquod o è la predicabilità dell'uno all'altro, che è impossibile in quanto non si può affermare che imperator est papa; o è una ‛ communicatio in spetie ', che è impossibile cum alia sit ratio Papae, alia Imperatoris, in quantum huiusmodi;. o è aliquid in quo habent uniri (§§ 8-9); e questo aliquid risulta evidentemente essere Dio, poiché Papatus et Imperiatus, cum sint relationes superpositionis, devono essere ricondotti a un principio generale di autorità senza caratteri particolari (Dio o un ente immediatamente inferiore a Dio, in cui " il principio generale di autorità si particolarizzi solo dal punto di vista del grado ", come traduce il Vinay, p. 265). Così come papa e imperatore sono dunque elementi correlativi, ma irriducibili l'uno all'altro, anche i concetti di Papato e di Impero non ammettono una subalternanza.

Immagine, Giorgio Vasari, Gregorio XI torna a Roma da Avignone, 1572-73, Sala regia, Palazzi Vaticani, Città del Vaticano, via Sailko, CC BY 3.0 <https://creativecommons.org/licenses/by/3.0>, via Wikimedia Commons

Poca nostra nobiltà di sangue, se glorïar di te la gente fai qua giù dove l'affetto nostro langue, mirabil cosa non mi sarà mai: ché là dove appetito non si torce, dico nel cielo, io me ne gloriai. (Paradiso, XVI, 1-9)

Dai classici, in primo luogo da Livio (a parte stanno le voci dissenzienti di alcuni moralisti, come vedremo), Dante riceveva un concetto di n. essenzialmente politico-sociale. Solo il crollo dell'Impero e l'invasione dei barbari, determinando l'avvento di altre classi nobiliari, presto assorbite nelle strutture feudali, contribuirono a far nascere, per quanto in un campo confuso e non omogeneo, un nuovo tipo e un nuovo concetto di n. (che D., è chiaro, conobbe bene e per più dirette testimonianze), collegato a un preciso ideale di vita, a una particolare forma mentale, a un genere tipico di educazione, a un rigido codice etico per i quali la corte divenne centro vivo di valore ' o ' virtù ' (v. CORTESIA).

Occorre naturalmente considerare la nobiltà medievale anche nel suo rapporto con la cavalleria e con la concezione della vita a essa propria, senza trascurarne, in pari tempo, l'interpretazione religiosa che la sollevava ad attributo esclusivo di Dio, estensibile alle creature solo in quanto queste possono venire assimilate, in misura diversa, a Dio stesso: "Quod per se habet esse, nobilius est eo quod habet esse in alio " (Tomm. Cont. Gent. 1254); " gradus nobilitatis et vilitatis in omnibus entibus attenditur secundum propinquitatem et distantiam a Deo, qui est in fine nobilitatis " (I 593): criterio di una gerarchia perfetta fra le cose.

Per effetto di un simile mutamento avvenuto durante il Medioevo e rifluito sia attraverso la predicazione religiosa sia attraverso la diffusione della cavalleria a livelli culturali non specializzati, la nozione di n. come eredità di sangue e vanto per le opere leggiadre dei maggiori (cfr. Pg XI 61-62) era già profondamente incrinata ai tempi di Dante.

È da osservare preliminarmente come egli non espunga dai suoi scritti, in modo drastico, il senso (e il gusto) della n. ereditaria: da un lato, ad esempio, nutre sospetto e repulsione per i villani d'Aguglione o da Signa (Pd XVI 56), per le bestie fiesolane (If XV 73) e la gente nuova (XVI 73), dall'altro sottolinea con orgoglio la sua discendenza dal seme romano (XV 74-78) e rammemora nostalgicamente le antiche e illustri schiatte (Pg XIV 88-126, Pd XVI 88-141) compiangendone la decadenza.

In questo clima spirituale s'iscrive con ogni probabilità il notissimo passo di Pd XVI 1-9, passo dibattuto e variamente interpretato, ma che in ogni caso non sembra da risolvere in una condanna della nobiltà di sangue, se Dante di essa si gloria là dove appetito non si torce. Il pregio della nobiltà ereditaria è per il nostro poeta sentimento ‛ ben diretto ', o, che è lo stesso, diretto in cosa buona.

Anche al nasuto vanno mie parole non men ch’a l’altro, Pier, che con lui canta, onde Puglia e Proenza già si dole. Tant’è del seme suo minor la pianta, quanto più che Beatrice e Margherita, Costanza di marito ancor si vanta. (Purgatorio VII, 124-129)

Carlo II d'Angiò re di Sicilia, detto lo Zoppo. - Figlio (n. 1254 - m. Napoli 1309) di Carlo I d'Angiò; principe di Salerno (1271), aveva sposato (1270) Maria di Ungheria, erede di quel trono. Fatto prigioniero (1284) dagli Aragonesi durante la guerra del Vespro, fu liberato col trattato di Campofranco (1288), quando era già divenuto re di diritto per la morte del padre (1285). Proseguì fino al 1302 senza successo la lotta per la riconquista della Sicilia, e probabilmente per necessità di denaro distrusse la ricca colonia saracena di Lucera (1300). Intanto in Ungheria, morto il re Ladislao IV (1290), C. aveva imposto il figlio Carlo Martello, che però scomparve presto (1296). Restaurò il proprio dominio in Piemonte, mentre in Oriente si dovette limitare al principato d'Acaia. Dal 1302 fino alla morte prese larga parte alla vita politica dei comuni toscani, facendovi agire come vicario il figlio Roberto.

Dante non solo coinvolge Carlo nella condanna generale della famiglia e della dinastia di Francia, ma è anche verso di lui singolarmente aspro e duro. A lui nominativamente (come a Federico III d'Aragona) rivolge, nel Convivio (IV VI 17-20), il rimprovero di governare senza saggezza, senza badare al fine de l'umana vita sottolineando che meglio sarebbe a voi come rondine volare basso, che come nibbio altissimo cote fare sopra le cose vilissime. Sempre nominandolo chiaramente, nel De vulg. Eloq. (I XII 1-5) alla nobiltà e rettitudine degli illustres heroes, Fredericus caesar et bene genitus eius Manfredus, Dante contrappone la vacuità di Carlo e degli altri potenti del suo tempo: Quid nunc personat tuba novissimi Frederici, quid tintinabulum secundi Karoli, quid cornua Iohannis et Auonis marchionum potentum, quid aliorum magnatum tibiae, visi " Venite, carnifices; venite altriplices; venite avaritiae sectatores ? ", rimproverando perciò di favorire la crudeltà e soprattutto, alla conclusione di un ‛ climax ' ascendente di bassezza spirituale, l'avarizia, l'avidità cioè che Dante condanna sopra ogni altra colpa morale. Proprio la mancanza di grandezza morale egli rimprovera a Carlo e ciò spiega il disprezzo con cui ne parla, sia che lo ricordi come ben inferiore a suo padre in Pg VII 127-129, sia che, chiamandolo Ciotto di Ierusalemme (con allusione sarcastica quindi alla sua infermità fisica e al suo regno puramente nominale sulla città), faccia dire all'aquila della giustizia che, nel giorno del giudizio, egli vedrà segnate con i le sue opere buone e con emme (cioè mille) quelle cattive (Pd XIX 127-129). Né viene dimenticato, in Pd XX 63, il malgoverno di C. (con quello di Federico III) per cui il regno di Sicilia piange; né la folle politica per cui i gigli di Francia vengono contrapposti all'aquila imperiale sia da Carlo novello che dai Guelfi suoi (Pd VI 106-111).

«O sol che sani ogni vista turbata, tu mi contenti sì quando tu solvi, che, non men che saver, dubbiar m’aggrata. Ancora in dietro un poco ti rivolvi», diss’io, «là dove di’ ch’usura offende la divina bontade, e ’l groppo solvi». (Inferno XI, 91-96)

In senso proprio - come di peccato che si compie col prestare a interesse una somma di denaro - l'usura è menzionata due volte nella Commedia, in If XI 95 e in Pd XXII 79. La prima volta, la menzione dell'u. avviene nel contesto della richiesta di spiegazioni che D. muove a Virgilio, circa le ragioni per cui il ‛ duca ' - nello stesso canto al v. 48 - ha dichiarato che l'u., appunto, ‛ spregia ' la divina bontade. Virgilio, nella sosta al VI cerchio, aveva spiegato che nel cerchio VII, distinto in tre gironi, erano nell'ordine compresi i violenti contro il prossimo, contro sé stessi e contro Dio e la natura. Tra questi ultimi violenti Virgilio annovera, come peccatori contro natura, quelli di Soddoma e Caorsa, i cui abitanti sono antonomasticamente riconosciuti come ‛ usurai ', stante la diffusa identificazione medievale dei Caorsini: " Usurarii qui Caursini dicuntur " (Bambaglioli); " Come l'uomo dice d'alcuno ‛ egli è caorsino ', così s'intende ch'egli sia usuraio " (Boccaccio). Perché l'usura offende la ‛ divina boutade ', chiede dunque D.: ed è domanda che acquista un rilievo non retorico, ove si sconti che l'individuazione di una ragione per cui l'u. era peccato contro natura appariva fondamentale nella copiosa trattatistica teologica che intorno al grave peccato fiorì tra i secoli XIII e XIV. Senza lontanamente ipotizzare alcun rapporto di dipendenza contenutistica, si tenga presente che uno dei teologi più in vista di Firenze, il domenicano Remigio de' Girolami (m. 1319), aveva dedicato un lungo trattato all'usura, insistendo sul carattere di contrarietà alla natura che essa comportava (cfr. O. Capitani, Il " De peccato usurae " di Remigio de' Girolami, in " Studi Medievali " s. 3, VI [1965] 537-662; spec. pp. 556-561 e 580 ss.).

Peccato dunque contro natura, l'usura, in quanto peccato contro l'arte, afferma Virgilio, rimandando semplicemente il discepolo alla Fisica aristotelica (II 2; cfr. Tommaso d'Aquino In VIII libros Physicorum Aristotelis Expositio II lect. IV), in cui appunto si affermava che l'arte imita la natura " in quibusdam ": Tommaso (op. cit., II lect. XIII) spiegava anche che " ideo autem res naturales imitabiles sunt per artem, quia ab aliquo principio intellectivo tota natura ordinatur ad finem suum, ut sic opus naturae videatur esse opus intelligentiae, dum per determinata media ad certos fines procedit: quod etiam in operando ars imitatur ". Una teleologia perfettamente razionale della natura e dell'arte anche in D., del resto: Filosofia... / nota, non pure in una sola parte, / come natura lo suo corso prende / da divino 'ntelletto e da sua arte (If XI 97-100); una teleologia in sostanza pienamente in accordo con la Scrittura (Gen. 3, 17 " in laboribus comedes ex ea [scil. terra] cunctis diebus vitae tuae "), come ricorda ancora Virgilio al poeta: da queste due, se tu ti rechi a mente / lo Genesì dal principio, convene / prender sua vita e avanzar la gente (vv. 106-108). Ma l'usuriere, misconoscendo questo principio di derivazione dalla natura e dall'arte, del vivere umano, spregiando entrambe, non riconoscendo il loro fine ordinato, pone in altro la propria spene.

ma pria che ‘l Guasco l’alto Arrigo inganni, parran faville de la sua virtute in non curar d’argento né d’affanni. (Paradiso, XVII, 82-84)

Figlio (n. forse a Valenciennes tra il 1274 e il 1276 - m. Buonconvento 1313) di Enrico III, conte di Lussemburgo, e di Beatrice di Avesnes e di Beaumont. Scese in Italia (1311) per restaurare il potere imperiale e porre fine alle rivalità tra guelfi e ghibellini ed essere incoronato imperatore (1312), ma incontrò l'ostilità di papa Clemente V, Filippo IV di Francia e Roberto d'Angiò, re di Napoli, marciando contro il quale morì.

Nel 1288, caduto il padre nella battaglia di Worringen, E. gli successe nella contea sotto la reggenza della madre. Divenuto maggiorenne e arbitro della politica del suo dominio, E., nelle lotte tra Filippo il Bello di Francia e Edoardo I d'Inghilterra, prese le parti del re di Francia, che dopo la morte di Alberto I d'Asburgo appoggiò validamente la sua elezione a re di Germania (27 novembre 1308). Incoronato ad Aquisgrana il 6 gennaio 1309, ottenne il consenso del pontefice Clemente V, residente ad Avignone, alla sua successiva discesa in Italia dalla quale il papa si attendeva la cessazione delle lotte tra guelfi e ghibellini, premessa di una nuova crociata. Prima di muovere verso l'Italia, E. aumentò considerevolmente la sua potenza in Germania e nell'Europa centrale, procurando il conferimento della corona di Boemia al proprio figlio Giovanni (1310). Passate quindi le Alpi nell'ottobre dello stesso anno, cinse a Milano la corona ferrea il 6 gennaio 1311. La sua venuta, che dapprima in realtà parve costituire un fatto di pacificazione, determinò ben presto l'acuirsi delle lotte tra guelfi e ghibellini. Fallito così il tentativo di elevarsi ad arbitro tra le parti in contesa e di restaurare il potere imperiale nella penisola, E. fu coinvolto nel gioco dei partiti italiani, divenne il capo dei ghibellini e si trovò pertanto in aperto contrasto con i guelfi, e in particolare con Roberto d'Angiò, con il papa e con il re di Francia. Poté pertanto cingere a Roma la corona imperiale il 29 giugno 1312 solamente grazie a un'azione violenta del popolo romano. Costretto dal papa, pena la scomunica, al rispetto di una tregua di dodici mesi con Roberto d'Angiò, guerreggiò intanto, ma senza successo, contro i guelfi di Toscana, ma nell'estate del 1313, dopo che da Pisa aveva emesso una sentenza di condanna per delitto di lesa maestà contro Roberto d'Angiò, con la quale lo aveva privato, come vassallo dell'Impero, di tutti i suoi beni fra cui il regno di Napoli e la Sicilia, rotti gl'indugi, nonostante una nuova minaccia di scomunica da parte del papa, s'incamminò con l'esercito verso i confini del regno di Napoli già attaccato da re Federico d'Aragona, suo alleato. Ma giunto a Buonconvento, nei pressi di Siena, morì all'improvviso, a torto si disse di veleno. La sua spedizione che era stata accolta con entusiasmo da alcuni (Dante in particolare) nella speranza di una restaurazione imperiale che ridesse pace e unità al mondo fallì in ragione dei diversi interessi delle forze in campo che difficilmente potevano riconoscersi in un tale progetto universalistico.

Con lui vedrai colui che ‘mpresso fue, nascendo, sì da questa stella forte, che notabili fier l’opere sue. (Paradiso XVII, 76-78)

Cangrande della Scala fu Signore di Verona (n. 1291 - m. Treviso 1329). Figlio di Alberto I, associato nel 1308 alla signoria dal fratello Alboino, con questo fu nominato vicario imperiale di Verona da Enrico VII nel 1311; con la morte del fratello rimase unico signore (28 ott. 1311). Per la conquista di Vicenza, tolta ai Padovani, fu impegnato in due guerre vittoriose (1312-14 e 1317-18), che costrinsero il comune di Padova a ricorrere alla signoria di Iacopo da Carrara (1318) e quindi a quelle straniere di Enrico conte di Gorizia (1319-21) e di Ulrico di Valse duca di Carinzia (1321-28). Pur battuto a Bassanello (1320) dal conte di Gorizia, continuò nella sua vigorosa azione espansiva, togliendo nel 1321 ai da Camino Feltre e Belluno, obbligando Padova nel settembre 1328 a sottomettersi, e ottenendo da Lodovico il Bavaro il vicariato di Mantova. L'anno dopo entrava in Treviso. Il suo valore guerriero l'aveva fatto nominare nel 1318 capitano generale della Lega ghibellina; per la sua lotta incessante contro i guelfi, era stato nel 1320 scomunicato da Giovanni XXII. La magnificenza della sua signoria fu lodata da Dante (Par. XVII); ma lo stato, per la sua morte prematura e per la mancanza di validi eredi diretti (il figlio Giliberto morì nel 1335), fu da lui lasciato ai nipoti Alberto II e Mastino II in condizioni precarie d'assestamento.

Ed el gridò: «Se’ tu già costì ritto, se’ tu già costì ritto, Bonifazio? Di parecchi anni mi mentì lo scritto. Se’ tu sì tosto di quell’aver sazio per lo qual non temesti tòrre a ’nganno la bella donna, e poi di farne strazio?». (Inferno, XIX, 52-57)

Papa Bonifacio VIII al secolo fu Benedetto Caetani (Anagni 1235 circa - Roma 1303); dopo varie missioni diplomatiche in Inghilterra e in Francia fu creato cardinale nel 1281. Dopo l'abdicazione di Celestino V, ch'egli poi confinò nel castello di Fumone temendo che l'ex papa potesse diventare strumento dei suoi nemici, fu eletto papa il 24 dic. 1294 in Castelnuovo di Napoli. Riportata, nonostante le pressioni di Carlo II d'Angiò, la Curia da Napoli a Roma, tentò subito di risolvere il problema della Sicilia, ribelle alla Chiesa, ottenendo la rinuncia al regno di Giacomo II d'Aragona, nominato gonfaloniere della Chiesa e investito della Corsica e della Sardegna. Ma il fratello di questo, Federico, aveva accettato (25 marzo 1296) la corona di Sicilia; l'aveva difesa quindi validamente, concludendo alla fine (31 ag. 1302) con Carlo di Valois, mandatogli contro dal papa, la pace di compromesso di Caltabellotta. Sull'insuccesso siciliano ebbero certo peso anche i rapporti con Filippo il Bello, turbati dal gesto di B., che con la bolla Clericis laicos (24 febbr. 1296) aveva proibito al clero/">clero di versare somme, a titolo di tasse o sovvenzioni, a qualsiasi autorità laica senza l'espresso consenso della S. Sede. La reazione di Filippo portò a una breve tregua, nel 1301, di fronte all'intransigenza del re, B. formulò compiutamente la dottrina della supremazia della Chiesa sui regni della terra (bolla Unam sanctam del 18 nov. 1302), manifesto della teocrazia medievale. Intanto i cardinali Colonna, che in concorrenza alla rivale famiglia Caetani avevano costituito una vasta signoria nella Campagna e Marittima, avevano accusato B. di frode e di simonia, aderendo al movimento degli spirituali osteggiati dal pontefice, il quale rispose scomunicandoli e, distrutta la loro roccaforte, Palestrina, li costrinse a rifugiarsi in Francia. Ma il piano di affermazione teocratica, da cui B. muoveva, era ormai anacronistico: nonostante la mossa felice dell'istituzione (1300) del giubileo, la sua condotta politica (intervento nella vita di Firenze) mostrò la debolezza della sua posizione e l'offesa di Anagni, che segnò il culmine del rinnovato conflitto con Filippo il Bello, chiuse drammaticamente la sua vita. Esperto canonista (fece pubblìcare il Liber sextus Decretalium, 1298), relìgioso se pur estraneo all'escatologismo "spirituale" del tempo, ambizioso e autoritario, subì l'oltraggio di cronache tendenziose e di un processo postumo, in cui il re francese e il partito dei Colonna gli attrìbuirono tutte le colpe. In realtà B. VIII, proprio per la sua personalità d'eccezione, per la coscienza della sua missione "romana", fu colui che fece precipitare la crisi, da tempo in corso, del papato medievale. Dopo un'alternanza di patteggiamenti e di contrasti con le forze politiche sorgenti, estranee e ostili a ogni concezione universalistica, s'irrigidì nella più recisa ideologia teocratica; il suo atteggiamento di tragico lottatore d'una battaglia ormai perduta, ha una sua umana grandezza, che fu espressa anche nel tìtolo datogli dai contemporanei di "magnanimus pontifex".

 

0