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Tutte le parole che parlano di#canzone

C

Allora dico che la mia lingua parlò quasi come per sé stessa mossa e disse: Donne ch'avete intelletto d'amore. Queste parole io ripuosi ne la mente con grande letizia, pensando di prenderle per mio cominciamento; onde poi, ritornato a la sopradetta cittade, pen­sando alquanti die, cominciai una canzone con questo cominciamento, ordinata nel modo che si vedrà di sotto ne la sua divisione. (Vita Nuova, XIX, 1-4)

La teorizzazione dantesca della canzone nel De vulgari Eloquentia appare essere la sublimazione teorica della fase lirica che va dall'ideale retorico di fusione linguistica e ritmica quale risulta dalle canzoni della Vita Nuova, alla poesia delle grandi canzoni morali e dottrinali. Momento che potrebbe essere definito 'classico', della lingua e dello stile dantesco, fra lo sperimentalismo più aperto del Dante giovane e la conclusione 'comica' del Dante più maturo. Può essere istruttivo, in maniera del tutto preliminare, ricordare che dopo la Vita Nuova, perfino il sonetto è frequentato da Dante quasi soltanto nell'occasione obbligata delle rime di corrispondenza, senza dire della ballata:

Per più di dieci anni, dopo la Vita Nuova, Dante è specialmente il poeta della canzone, e il De Vulgari corona in maniera oltranzista questa lunga stagione del suo operare: delle canzoni proprio citate ad esempio nel De Vulgari, quattro sono del Convivio o al Convivio destinate, due della Vita Nuova, e una petrosa, ma ricordata come ad, indicare un capriccio tecnico. (Baldelli, Dante e i poeti fiorentini del Duecento).

Tecnicamente la canzone può essere definita un collegamento, in stile tragico, di stanze uguali senza la ripresa, per un solo argomento (aequalium stantiarum sine responsorio ad unam sententiam tragica coniugatio, II VIII 8). Quindi, anche perché nella canzone le stanze sono uguali, è urgente definire la stanza in quanto elemento essenziale: del resto il vocabolo stantia vuol dire che in essa prende stanza tutta l'arte della canzone, tutto si ordina e si dispone nella stanza quasi fosse camera capace o ricettacolo di tutta l'arte (mansio capax rive receptaculum totius artis, II IX 2). E tutta l'arte della canzone consiste principalmente di tre elementi: primo circa cantus divisionem, secundo circa partium habitudinem, tertio circa numerum carminum et sillabarum, § 4. La stanza è cioè un insieme limitato di versi e di sillabe, sottoposto a una melodia ben determinata e a una disposizione ordinata delle sue parti.

Le canzoni dantesche sono da Dante citate di volta in volta per una loro eccellenza o una loro particolarità, e di solito insieme ad altre di altri poeti provenzali, francesi, italiani; e se ne trarrà più avanti qualche indicazione generale. Soltanto una volta Dante isola assolutamente una sua canzone, e proprio a conclusione del cap. VIII del II libro in cui riassume tutto il discorso sull'eccellenza appunto della canzone: converrà riportare il passo:

Dicimus ergo quod cantio, in quantum per superexcellentiam dicitur, ut et nos quaerimus, est aequalium stantiarum sine responsorio ad unam sententiam tragica coniugatio, ut nos ostendimus cum dicimus, Donne, che avete intelletto d'amore.

Dunque  diciamo  che la canzone,  in quanto  così  denominata  per  eccellenza —  che  è  ciò  che  anche  noi  cerchiamo -,  è  una  concatenazione  in stile tragico di stanze uguali, senza ripresa, in funzione di un pen­siero  unitario,  come  abbiamo  mostrato  cantando Donne  che  avete  intelletto  d’amore. (De vulgari eloquentia, II, VIII, 8)

Il tema della c. è l'amore, proprio l'amoris accensio, nel suo più alto significato: la lode sublime della donna, nella sua nobilità, nel suo valore taumaturgico (Ancor l'ha Dio per maggior grazia dato / che non pò mal finir chi l'ha parlato, Vn XIX 10 41-42), l'amore che continuamente sfocia nel divino: l'inventario del lessico della canzone dice che se Amore (personificato) ricorre ben sei volte, Dio tre volte e ancora altre tre volte in forma metaforica o perifrastica (divino intelletto, Sire, segnor del cielo). 

Di volgare illustre, sia per quel che riguarda la costruzione e ancor più evidentemente per quel che riguarda i vocaboli, la canzone è tutta intessuta. Delle nove parole raccomandate in VE II VII 5, come quelle che lasciano una certa dolcezza in chi le pronuncia (amore, donna, disio, vertute, donare, letitia, salute, securtate, defesa) ne ricorrono qui sei (amore otto volte, donna sette volte, disiata 29, vertute 38, dona 39, salute 39); e si è tentati di credere, vista la coincidenza delle prime cinque, che Dante proprio a questa canzone pensasse quando drizzava quella lista. 

Per quel che è della costruzione sintattica (le proprietadi de le sue co[stru]zioni... piene di dolcissima e d'amabilissima bellezza, Cv I X 13), ci limiteremo a rilevare l'alternarsi di stanze in cui sostanzialmente la scansione metrica tende a coincidere con la struttura sintattica (la, 3a) con altre in cui l'andamento del discorso tende ulteriormente ad attenuare le nervature metriche (2a, 4a, 5a), attraverso enjambements e riprese sintattiche.

Per quello che è della solennità del verso notiamo subito che la stanza è tutta di endecasillabi. In particolare, il primo verso Donne ch'avete intelletto d'amore, che era stato a lungo riposto ne la mente con grande letizia (XIX 3) appare quant'altri mai solenne, anche per la sua testura ritmica con quel forte accento di prima e gli accenti sulla quarta e settima, che Dante adopera in situazioni di forte energia, o comunque in situazioni di particolare rilevanza.

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