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Tutte le parole che parlano di#lode

L

Beatrice, loda di Dio vera (Inferno, II, 103)

Nel significato più generico, proseguendo il latino laus, la lode designa innanzi tutto le parole o le espressioni che attestano il merito di qualcuno, ed è l'opposto di 'biasimo' (v.) o 'vituperio' (v.; la coppia antitetica figura in alcuni luoghi danteschi). Il valore semantico del vocabolo è precisato dal Boccaccio che nelle Esposizioni fissa la differenza fra 'onore', 'laude' 'fama' e 'gloria', rammaricandosi della confusione che molti compiono fra i suddetti termini. Ma la definizione boccacciana non sempre è applicabile ai testi di Dante, dove la presenza o l'assenza della persona lodata non distingue rigorosamente l'uso di lode e quello di 'onore': dovunque similitudine s'intende corre comune la loda e lo vituperio (Cv III I 5); molte volte credendosi [a] alcuno dar loda, si dà biasimo (X 9); le lode danno desiderio di conoscere la persona laudata (XI 1); si allineano ai precedenti gli esempi di Cv I XI 15, II X 5, III IV 3, V 1 (due volte), IV XXVIII 10 (traduzione da Paul. Rom. 2, 28-29), If VII 92.

Ciò che comunque caratterizza la lode dantesca è la sua duplice e stretta rispondenza a un significato teologale e a una maniera di poesia.

Il modo stesso come il concetto si genera porta in primo piano l'aspirazione fondamentale di Dante: al perduto saluto di Beatrice, in cui dimorava la beatitudine, che era fine di tutti i suoi desideri, egli sostituisce le parole che lodano la sua donna, cosa tutta intima e inalienabile, che gli si palesa in un misto di rammarico e meraviglia:

Poi che è tanta beatitudine in quelle parole che lodano la mia donna, perché altroparlare è stato lo mio? (XVIII 8).

Donde il fermo disegno:

E però propuosi di prendere per matera de lo mio parlare sempre mai quello che fosse loda di questa gentilissima (XVIII 9)

del quale parlare il germe ha natura impulsiva e istintiva (volontade di dire) conformemente al novo stile (Amore che parla per la labbra del poeta: cfr. f. Montanari, cit., p. 49) ma l'elaborazione non rifugge da competenza tecnica (cominciai a pensare lo modo ch'io tenesse, XXIX 1). Sicché la maniera della lode suppone il rifiuto di ogni contraccambio sensibile della donna, sia pure quello smaterializzato del saluto, la coscienza di una pregiata e autonoma interiorità di sentimento, l'auscultazione del proprio cuore risolta gioiosamente nelle rime dolci, tutto questo in una dimensione contemplativo-religiosa che attrae nel linguaggio echi e tonalità proprie dei mistici due-trecenteschi, dei libri agiografici e ancor prima, bibliche, messe variamente in evidenza dal Casella, dal Roncaglia, dal Branca, dal Contini; e porta a maturazione il personale stile del poeta, come sottolinea il Bosco: "la loda... è un grado, un raffinamento di materia, il passaggio da un argomento di poesia ad altro 'più nobile': ma sempre all'interno del nuovo stile " (Dante vicino, Caltanissetta-Roma 1966, 47): una perfetta identità insomma tra amore, poesia e beatitudine, uno stato di grazia che si sprigiona miracolosamente da consuetudini tràdite: " La scoperta ... era avvenuta nei termini della tradizione, era stata la rivelazione d'un tesoro sconosciuto. Proprio in questo lo stile della loda aveva il senso di una renovatio, di una reformatio: Dante, l' homo novus che usciva dalla crisalide dell' homo vetus (De Robertis, il libro della vita nuova, Firenze 1961, 144; per maggiori approfondimenti sulla grossa questione, v. le voci Stil nuovo; Vita Nuova).

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