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Tutte le parole che parlano di#retorica

M

Per correr miglior acque alza le vele omai la navicella del mio ingegno, che lascia dietro a sé mar sì crudele. (Purgatorio, I, 1-3)

La metafora è una retorica consistente nell'usare in luogo del vocabolo proprio un vocabolo diverso attinto ad altro campo semantico. Il trasferimento del vocabolo da un campo a un altro campo semantico (di qui il termine latino di translatio che designa tale figura, e il termine consueto di 'traslato') non deve tuttavia essere imposto dall'esigenza di designare un oggetto o un concetto mancanti di denominazione propria, altrimenti si verifica quella necessaria metafora chiamata abusio o 'catacresi'.

La metafora assume in Dante, fra le figure retoriche, un posto privilegiato, sia per essere enormemente profusa, sia per il fatto di costituire uno dei punti di forza del suo stile realistico e immaginoso insieme e il segno più evidente del suo modo di concepire tutto il reale intrinsecamente connesso da un'infinita serie di corrispondenze e di analogie. Per questo la metafora dantesca, pur poggiando sull'uso scolastico, come rivela la ripresa di certi traslati consueti che ricorrono nelle esemplificazioni dei retori, si estende molto oltre i limiti della tradizionale classificazione e per la ricercata analogia su cui spesso si regge, e per il prevalere dello scambio fra mondo spirituale e mondo sensibile, fra il senso interno e il senso esterno, che è nella consuetudine del linguaggio biblico e liturgico. Va anche ricondotta alla tradizione letteraria del Medioevo la tendenza dantesca a estendere la metafora oltre il limite del singolo vocabolo, come prescriveva l'insegnamento retorico, e a costruire complesse immagini in cui l'uso traslato si ripercuote sull'intera frase, sviluppando quel linguaggio tropologico che è fra le più tipiche note dell'espressione dantesca. Ma di quest'ultimo genere di linguaggio figurato è opportuno parlare a parte, a proposito della transumptio (v.), distinguendo la metafora propriamente detta (transumptio dictionis) dalla transumptio orationis, distinzione che troviamo più che altrove chiaramente indicata nell'Ars poetica di Gervasio di Melkley. Ed è alla Commedia che innanzi tutto bisogna rivolgersi per documentare la varietà e il sistema della metafora dantesca, entro i limiti di un'esemplificazione quale sola ci consente questa sede. Si dirà in generale che la rima ha una parte notevolissima nel suggerire e nel sottolineare la singolarità dei vocaboli assunti in senso traslato.

Nella prosa, invece, sia essa latina o volgare, l'uso della metafora rientra in una consuetudine letteraria assai diffusa nella tradizione medievale e ne riprende i modi senza notevole originalità. Più diffuso che nella poesia, dove la metafora ha funzione espressiva piuttosto che esornativa, risulta quel genere di metafore esplicite come l'artimone de la ragione (Cv II I 1), al diritto calle de lo inteso processo (IV VII 1), aquam nostri ingenii (VE I I 1), incendium tuae dilectionis (Ep III 2). Il parlar figurato della prosa si organizza spesso in forme più complesse che sarà opportuno esaminare a proposito della transumptio; ma sarà il caso di segnalare almeno la metafora del venari che in VE I VI 1 evoca il simbolo della 'pantera', e la metafora del pane e della vivanda, che nel Convivio richiama il titolo stesso dell'opera.

P

Ahi serva Italia, di dolore ostello, nave sanza nocchiere in gran tempesta, non donna di provincie, ma bordello! (Purgatorio VI, 76-78)

La prosopopea è una figura retorica consistente nell'attribuire a cose inanimate o a concetti astratti prerogative proprie della persona umana, facendoli parlare e rivolgendo loro la parola. Affine alla prosopopea è la personificazione, che nella retorica classica e medievale non è espressamente e distintamente definita, ma è inclusa genericamente nella fictio personae. Essa consiste nel far agire cose inanimate e concetti astratti come figure umane o divine, per la qual cosa viene a incontrarsi col metodo figurativo del simbolismo.

Dante introduce la definizione della prosopopea nel Convivio (III IX 2) per giustificare la parte della canzone in cui egli si rivolge alla canzone stessa, e la fa consistere nel parlare a cose inanimate.

In Vn XXV, invece, dove non usa espressamente il termine di prosopopea, Dante ne dà in effetti una più completa definizione riferendosi all'uso dei poeti latini, sulle cui orme i volgari avrebbero il diritto di usare le licenze proprie del parlar figurato:

li poete hanno parlato a le cose inanimate, sì come se avessero senso e ragione, e fattele parlare insieme; e non solamente cose vere, ma cose non vere, cioè... detto hanno, di cose le quali non sono, che parlano, e detto che molti accidenti parlano, sì come se fossero sustanzie e uomini (Vita Nuova, XXV, 8).

Tuttavia, all'inizio del capitolo l'occasione del discorso critico era stato dato dalla 'personificazione' di Amore, cioè dalla trasformazione di un 'accidente' in corpo, fatto ‘agire’ come persona.

Il tipo classico della prosopopea si scorge dunque soprattutto nei casi in cui il poeta si rivolge alla canzone (e ciò avviene di solito nella tornata), la quale viene personificata quasi in un messaggero che tiene il rapporto fra lui e la donna. Così nel sonetto O dolci rime che parlando andate, che si fonda su una prosopopea, è inclusa la personificazione del precedente sonetto (a voi verrà, se non è giunto ancora, / un che direte: " Questi è nostro frate ", Rime LXXXV 3). Oltre questi casi, non c'è che la prosopopea di Amore, accusata e criticamente spiegata dallo stesso poeta. A lui, infatti, si rivolge talora il poeta, lo fa parlare come un personaggio reale, ma lo fa anche agire: la figura retorica si sviluppa invero fino a giungere al limite dell'allegoria. E allegorie sono le personificazioni di Rime CIV (Drittura, Larghezza, Temperanza), la prima delle quali anche parla secondo lo schema classico della prosopopea (vv. 31-36).

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