Le Parole Valgono

Scopri tutte le liste #leparolevalgono

Tutte le parole che parlano di#terzina

T

Considerate la vostra semenza: fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza. (Inferno, XXVI, 118-120)

Dante, come ben si sa, è innovatore, dal di dentro, di schemi metrici ereditati dalla tradizione anteriore: basti pensare alle novità della sestina dantesca, rispetto al modello arnaldiano (la sestina che tanta fortuna avrà in Italia e fuori è appunto quella dantesca: v. sestina); così anche l'affermarsi del sonetto con quartine a rime incrociate (abba) su quello con quartine a rime alterne comincia con D. (e con Cavalcanti), v. sonetto(e il Fiore porta la tradizione della corona di sonetti a un'espansione non mai prima tentata). Ma Dante è anche l'inventore addirittura di alcuni generi letterari e di alcuni schemi compositivi sia prosastici che poetici: si pensi alla struttura generale delle due opere in prosa, la Vita Nuova e il Convivio, e della Commedia. In queste tre opere, Dante, nella volontà di dare la storia di sé in itinere verso la perfezione, sentendo violentemente l'esemplarità appunto della sua storia, ha escogitato forme generali compositive nuove, che di quella esemplarità fossero anche il primo e più tangibile segno. Infatti, una delle costanti fondamentali dell'operare di Dante e del suo atteggiamento critico verso le sue stesse opere è la tendenza a dare interpretazione assoluta alle proprie esperienze umane e poetiche. Così, all'altezza della Vita Nuova, Dante rivendica ai rimatori in volgare ciò che è concesso ai poete in lingua latina, per quello che è di alcuna figura o... colore rettorico, in quanto dire per rima in volgare tanto è quanto dire per versi in latino, secondo alcuna proporzione (Vn XXV 4).

Nel Convivio (superato il limite, posto nella Vita Nuova, secondo cui i rimatori in volgare possono poetare solo di materia amorosa) giunge ad affermare, in evidente riferimento alle sue canzoni, che, se la variabilità costituisce l'inferiorità maggiore del volgare rispetto al latino, la stabilitade, ottenuta in legar sé con numero e con rime (I XIII 6), è stato il suo studio principale; d'altra parte, sempre nel Convivio, si hanno le ben note risolute parole di esaltazione dell'opera in prosa. La stagione delle grandi canzoni si concluderà, nel De vulgari Eloquentia, con la teoria della canzone tragica, offrendo ai rimatori volgari, e in primis a sé stesso, lingua e arte definite secondo regole stabili e stabilizzanti, togliendo così ogni differenza fra i magni poetae latini che hanno poetato sermone et arte, e i rimatori volgari, che hanno scritto poesia casu (II IV 3). D'altra parte, giungendo alla Commedia, l'ambizione di Dante a dare interpretazione assoluta alle proprie esperienze poetiche evidentemente non si attenua, anzi diviene più intensa, addirittura fiammeggiante.

La sua legittima coscienza di poeta si fa sempre più superba e unificante, come appare potentemente dalle affermazioni sull'altezza del suo presente operare, a cui è necessaria l'invocazione alle Muse, e poi a Calliope e poi a Urania, e finalmente ad Apollo e a Minerva; lo sacrato poema (Pd XXIII 62), 'l poema sacro (XXV 1) da cui Dante attende ormai l'alloro poetico, può essere avvicinato a opera di qual si sia comico o tragedo (XXX 24). Così, i termini con cui indica il suo poema e il poema di Virgilio (suprema espressione di tragedia) divengono fungibili, fino ad affermare, in riferimento all'Eneide, e in bocca a Virgilio, ciò c'ha veduto pur con la mia rima (If XIII 48).

L'opinione più largamente accolta è che la terzina dantesca s'ispiri alla stanza del serventese formata di tre endecasillabi monorimi più un quinario, che dà la rima alla strofa seguente. Per ottenere la terzina, Dante avrebbe soppresso il quinario dando la funzione di esso al secondo endecasillabo: del resto il serventese che Dante stesso dice di aver composto (Vn VI, Rime LII) potrebbe aver avuto proprio lo schema aaab, bbbc..., quello appunto dei più antichi serventesi pervenutici, v. SERVENTESE.

L'idea del Mari che sulla trasformazione della strofa del serventese abbia avuto influenza il metro della sestina, pare poco fondata, tenuto anche conto che le stanze della sestina dantesca non appaiono di norma scandite sintatticamente su tre versi. Sarà piuttosto da tener conto di altre esperienze metriche in cui la terzina ricorre parzialmente; e subito vengono in mente le terzine del sonetto, anche se va detto che di rado Dante usa le rime alterne nei sei versi (ma vedi i sonetti del Fiore che, con quartine abba, presentano le terzine secondo lo schema a rime alterne cdcdcd; v. SONETTO).

0