Sogno gentil

      Sogno gentil, che là verso l’aurora
       l’altera donna, ch’io d’amar non oso,
       mi rappresenti in atto sì pietoso,
       ch’a forza il rimembrar poi m’innamora;
5        di me la forma prendi anco talora,
       e spiega l’ale al suo dolce riposo,
       in guisa tal, che non le sia noioso
       saper di che saetta Amor m’accora.
       E se tu forse, a te sol tanto caro
10        quanto simile a lei, cangiar non vuoi
       la sua, per rivestirti altra sembianza,
       almen de’ dolci e cari modi suoi,
       in quel che per dormir spazio m’avanza
       non m’esser, prego, alcuna notte avaro.

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PARAFRASI

O sogno benevolo, che poco prima dell’aurora mi fai vedere la donna altera, che io quasi non oso amare, in un atteggiamento così benigno che il suo ricordo mi costringe ad innamoramene di nuovo, assumi talvolta anche il mio aspetto e vola verso di lei, dolcemente addormentata, in modo tale che non le sia sgradito sapere con quale dardo Amore mi trafigge il cuore. E se invece, affezionato a te stesso perché tanto simile a lei, non vuoi cambiare il tuo aspetto, che è il suo, per assumerne uno diverso, almeno ti prego, per qualche altra notte, per quel poco tempo (spazio) che mi resta per dormire, di non privarmi dei suoi modi dolci e cari (nei miei riguardi).

COMMENTO

Petrarchista di strettissima osservanza, come seguace fedelissimo del Bembo, più degli altri bembeschi di area veneta, Bernardo Cappello sembra disporre del vocabolario, della grammatica, della sintassi, del repertorio amoroso petrarchesco come di un gigantesco mazzo di carte con il quale può comporre sonetti a volontà. Verso l’aurora gli appare in sogno la donna amata, più amorevole e benevola del solito, e lui vorrebbe che il sogno apparisse anche a lei, dormiente, e le presentasse il suo innamorato e il dardo della passione che gli trapassa il cuore. Se però questo non è possibile, almeno invoca che il sogno gentile torni a lui qualche altra notte. Imbevuto di reminiscenze di Ovidio, di Orazio, di Tibullo, e perfino di Dante (“presso al mattin del ver si sogna”), questo piccolo ed elegante oggetto poetico “alla petrarchesca” sta già imboccando la strada del manierismo e dei suoi concetti amorosi blandamente allusivi, mentre dall’intoccabilità dell’altera donna, nel sogno ‘verace’ dell’amante, si passa ai dolci e cari modi suoi.

Scelta, parafrasi, commento e note bio-bibliografiche a cura di Gigi Cavalli


Bernardo Cappello (Venezia 1498 - Roma 1565), di nobile famiglia, studia a Padova dove conosce Pietro Bembo, al quale rimarrà sempre legato da profonda amicizia e affinità intellettuale. Ricopre numerosi incarichi pubblici presso la Repubblica di San Marco, ma è condannato al confino a causa dei suoi discorsi contro il potere oligarchico. A Roma dal 1540, è segretario del cardinale Alessandro Farnese, che accompagna nei viaggi a Firenze e ad Avignone. Chiamato da Bernardo Tasso a Urbino, vi rimane dal 1557 al 1559, presso la corte di Guidobaldo della Rovere. La prima edizione delle sue Rime, da lui curata personalmente, è del 1560.
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