Giunge la notte

      Giunge la notte e tutto il mondo imbruna
       e dell’usate stelle il cielo adorna,
       e finché in altra parte il sol sogiorna,
       acquieta ogni animal sotto la luna.
5        Lasso, ch’io solo alora posa alcuna
       non truovo mai, per l’aspido che torna
       a consumarmi, e poi che ’l dì ritorna,
       piango sempre d’amore e di fortuna.
       Ai perfida selvagia, che speranza
10        aver vorrà di te chi non te adora,
       poi ch’uccidi colui che tanto t’ama?
       Così sol suspirare al cor m’avanza
       e lamentarmi indarno a ciascun’ora,
       sentendo spesso morte che me chiama.

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PARAFRASI

Giunge la notte e rabbuia tutta la natura e abbellisce il cielo con le abituali stelle, e per tutto il tempo in cui il sole dimora da un'altra parte porta la quiete a tutti gli animali sulla terra. Ahimè, ché allora solo io non trovo alcun riposo, a causa del serpente (tormento amoroso) che continua a consumarmi, e quando torna il giorno mi lamento sempre per l’amore e per la mia (cattiva) fortuna. Ah, perfida donna spietata (selvaggia), che cosa potrà sperare da te chi non ti adora, dato che tu uccidi chi ti ama tanto? Così al mio cuore non resta che sospirare, e lamentarmi continuamente invano, sentendo spesso la morte che mi chiama (a sé).

COMMENTO

Il “Sonetto settimo, nel qual dice ogni animale acquietare la notte, e lui non può acquietare né de dì né de notte” fa parte delle Rime, composte tra il 1464 e il 1486, che raccolgono sonetti, canzoni e sestine di tono prevalentemente amoroso. Vi campeggia il contrasto fra la quiete serena della notte e i tormenti amorosi dell’amante sfortunato che si consuma in un perpetuo rovello che lo avvicina al pensiero della morte. Le ascendenze dantesche e petrarchesche di composizioni come questa, che precedono quelle del Cariteo e del Sannazzaro, vi si mescolano con la decorativa musicalità della lirica napoletana, in una serie di versi che, anche se presi a uno a uno, manifestano una nobile corposità già quasi cinquecentesca, ispirata da un’eloquenza tendente ai toni del melodramma che sembra rientrare a stento nella misura del sonetto.

Scelta, parafrasi, commento e note bio-bibliografiche a cura di Gigi Cavalli


Pietro Jacopo De Jennaro (Napoli 1436-1508), di nobile famiglia, è dal 1468 ambasciatore a Pesaro e poi a Ferrara, alla corte di Ercole I d’Este, presidente della camera di Sommaria, commissario generale nelle terre di Bari e Otranto, capitano di Cosenza e commissario del Molise, della Basilicata e di Cosenza. Fa parte dell’Accademia Pontaniana ed è autore di molte opere, tra cui il Dialogo chiamato Plutopenia (1470), contrasto tra la Povertà e la Ricchezza; il poemetto Clepsimogion, sugli amori tra Elena e Paride; il De regimine principum; l’Opera de li huomini illustri sopra le medaglie (1504); tra le maggiori, la Pastorale, con due brani in prosa e quindici egloghe, e il poema Le sei etate de la vita humana, in sei cantiche e quarantasette canti, cui va aggiunto il canzoniere.
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